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Posso portare una torta fatta in casa in un locale?

18 Maggio 2017
Posso portare una torta fatta in casa in un locale?

Festeggio il compleanno e ho prenotato un tavolo in un locale con musica dal vivo. Offrirò una consumazione con bevanda a tutti gli invitati, ma per risparmiare sul prezzo, ho detto al titolare del locale che porto la torta da casa. Lui però mi ha detto che è vietato e la devo acquistare per forza da lui. È vero?

È molto frequente che i clienti di una pizzeria, di un ristorante o di un night con musica dal vivo prenotino un tavolo e, a fronte di una spesa per ospite concordata con il titolare del locale, chiedano poi di portare uno o più dolci fatti in casa, in modo da risparmiare sul prezzo finale. Non è un mistero, infatti, che le torte di compleanno infarcite di creme e frutta, in quanto vendute “a peso”, fanno lievitare notevolmente il prezzo del conto finale. Anche se lo stesso ristoratore non ha gli strumenti per realizzare da sé la torta o i dolci, li acquista da pasticcieri esterni e poi ricarica sul prezzo. Ecco perché spesso si chiede al titolare del locale, a fronte di un numero consistente di invitati e di una spesa di un certo rilievo, se è possibile portare la torta fatta in casa al locale. Ebbene, non tutti sanno che, se il ristoratore fosse scrupoloso e diligente nell’applicazione della legge, dovrebbe dare risposta negativa. La legge infatti vieta ai ristoratori di acconsentire a ché i clienti consumino, all’interno del proprio locale, alimenti o bevande acquistate o prodotte fuori. Anche se si tratta della torta della nonna fatta in casa con materiale di primissima scelta, il titolare dell’esercizio commerciale è responsabile della sicurezza dei propri clienti – e degli ospiti dei propri clienti – sicché egli sarebbe tenuto, ad esempio, a risarcire il danno qualora qualcuno riporti un’intossicazione per un cibo avariato o non sano.

Per comprendere perché non si può portare una torta fatta in casa in un locale dobbiamo parlare dell’Haccp (Hazard-Analysis and Control of Critical Points ossia «analisi dei rischi e controllo dei punti critici»). Si tratta di un protocollo (ovvero un insieme di procedure) volto a prevenire le possibili contaminazioni degli alimenti. Detto protocollo è obbligatorio per tutti gli esercizi autorizzati alla somministrazione di alimenti e bevande. Il protocollo si basa sul monitoraggio di tutti i «punti della lavorazione» degli alimenti serviti ai propri clienti, al fine di evitare pericoli per questi ultimi e rischi di contaminazione.

In Italia il sistema Haccp esiste dal 1997 ed è previsto da una legge [1] di recepimento di una direttiva comunitaria [2]. Lo scopo della normativa è di obbligare il ristoratore al monitoraggio di tutta la filiera del processo di produzione e distribuzione degli alimenti onde individuare le fasi del processo che possono rappresentare un punto critico per i propri clienti.

Tra i soggetti tenuti a rispettare il protocollo Haccp vi sono bar, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, pub e discopub, self service, rivendite alimentari e ortofrutta, salumerie, gastronomie, macelli, macellerie, pescherie, panifici, scuole, mense, comunità in cui si somministrano alimenti.

Ma perché l’Haccp non consente di portare una torta fatta in casa in un locale? Tra i vari principi dell’Hccp vi è l’individuazione e l’analisi dei pericoli che impone al ristoratore di identificare e controllare i rischi associati alla produzione di un alimento in tutte le sue fasi, dalla coltura fino al consumo. Se però un cibo è fatto in casa, non è possibile sapere con che ingredienti o alimenti è stato preparato e, quindi, il controllo – obbligatorio per legge – non può essere esercitato.

L’unico modo per superare il protocollo Haccp e portare, nel locale, una torta o altri dolci è di acquistarli presso un altro negozio e munirsi dello scontrino da esibire al ristoratore affinché questi sappia chi è il fornitore/produttore e possa esercitare quel controllo che la legge lo obbliga a fare.

Proprio sulla scorta dell’Haccp le scuole si sono a lungo opposte a che i bambini, durante l’orario della mensa organizzata dall’istituto, portassero alimenti precotti a casa e li consumassero insieme a tutti gli altri alunni, senza però accedere al servizio pubblico di refezione. Sulla questione è poi intervenuta la Corte di Appello di Torino – che ha dato inizio a un orientamento giurisprudenziale innovativo – secondo cui la mensa scolastica non è obbligatoria: i genitori sono cioè liberi di dare al figlio il “panino” fatto in casa da mangiare nell’orario della mensa (leggi Mensa scolastica: legittimo portarsi il cibo da casa). Tutt’ora però alcune scuole pretendono dagli studenti di vedere lo scontrino del salumiere ove è stato acquistato il panino.


note

[1] D.lgs. n. 155/1997, poi abrogato e sostituito dal d.lgs. n. 193/2007

[2] Regolamento CE n. 852/2004.


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