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Lo sai che? Per il garage ci vuole il permesso di costruire

Lo sai che? Pubblicato il 18 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 18 maggio 2017

Per la trasformazione da posto auto a rimessa è necessaria l’autorizzazione del Comune, ossia il permesso di costruire; diversamente si parla di abuso edilizio.

Come trasformare un semplice posto auto in una autorimessa? Innanzitutto bisogna chiedere il permesso al Comune. Senza il cosiddetto «permesso di costruire» infatti l’opera è abusiva e va demolita. E ciò perché anche se non c’è un aumento del carico urbanistico, la licenza è sempre necessaria salvo che il piano regolatore disponga diversamente. È quanto chiarito dal Consiglio di Stato con una recente sentenza [1]. Insomma, per il garage ci vuole il permesso di costruire.

Ai sensi della normativa civilistica e fiscale il garage è considerato una pertinenza della casa, tant’è che su di esso non si paga l’imposta sugli immobili. Ma questo non conta ai fini urbanistici. Difatti, prima di coprire il box auto e trasformarlo in un garage, il proprietario che vuol essere in regola con l’amministrazione – e quindi anche con il codice penale per il quale l’abuso edilizio è un reato – deve chiedere il permesso di costruire del Comune.

Secondo il consiglio di Stato la natura di pertinenza urbanistica vale solo per le opere di opere di modesta entità e accessorie rispetto ad un’opera principale, quali ad esempio i piccoli manufatti per il contenimento di impianti tecnologici, ma non anche opere che, dal punto di vista delle dimensioni e della funzione, si connotino per una propria autonomia rispetto all’opera cosiddetta principale e non siano coessenziali alla stessa (tale, cioè, che non ne risulti possibile alcuna diversa utilizzazione economica). Ai fini edilizi, infatti, non si può parlare di «pertinenza» quando sia realizzato un nuovo volume, su un’area diversa ed ulteriore rispetto a quella già occupata dal precedente edificio, oppure sia realizzata una qualsiasi opera, come una tettoia, che ne alteri la sagoma.

Pertanto è necessaria la concessione edilizia quando si tratti di un «manufatto edilizio» [2], fermo restando che il piano regolatore urbano può però disporre diversamente.

note

[1] Cons. St. sent. n. 2348/17 del 17.05.2017.

[2] Cons. St. sent. n. 3952/2014

Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 11 – 17 maggio 2017, n. 2348

Presidente/Estensore Maruotti

Fatto e diritto

1.L’appellante è proprietario di un immobile sito nel territorio di Roma Capitale, alla via della Riserva Grande n. 239.

2.Con l’ordinanza n. 1205 del 13 giugno 2007, Roma Capitale ha emanato un’ordinanza di demolizione di opere realizzate abusivamente su tale immobile, consistenti nella realizzazione di un locale autorimessa, avente una superficie di circa 36 metri quadrati, dotato di una finestra e di una porta a due ante, con la chiusura di tre lati in muratura preesistenti.

3.Con il ricorso n. 9173 del 2007 (proposto al TAR per il Lazio, Sede di Roma), l’appellante ha impugnato tale ordine di demolizione, chiedendone l’annullamento.

4.Il TAR, con la sentenza n. 13864 del 2015, ha respinto il ricorso ed ha condannato l’interessato al pagamento delle spese del giudizio.

5.Con l’appello in esame, l’interessato ha impugnato la sentenza del TAR ed ha chiesto che, in sua riforma, il ricorso di primo grado sia accolto.

Roma Capitale si è costituita in giudizio ed ha chiesto che l’appello sia respinto.

All’udienza dell’11 maggio 2017, la causa è stata trattenuta per la decisione.

6.Con l’unico articolato motivo, l’appellante:

– ha dedotto che il manufatto realizzato dovrebbe essere qualificato come pertinenza, sicché per la sua realizzazione sarebbe stata sufficiente una autorizzazione, con la conseguente impossibilità di emanare l’ordine di demolizione;

– «la struttura sanzionata era già destinata a posto auto», sicché – contrariamente a quanto ha rilevato la sentenza del TAR – non è aumentato il ‘carico urbanistico’.

7.Ritiene la Sezione che la censura così riassunta sia infondata e vada respinta.

Per la giurisprudenza di questo Consiglio, che il Collegio condivide e fa propria (cfr. Sez. VI, 13 marzo 2017, n. 1155; Sez. VI, 16 febbraio 2017, n. 694), va «rimarcato come occorra il titolo edilizio per la realizzazione di nuovi manufatti, quand’anche sotto il profilo civilistico essi si possano qualificare come pertinenze».

«La qualifica di pertinenza urbanistica è applicabile soltanto ad opere di modesta entità e accessorie rispetto ad un’opera principale, quali ad esempio i piccoli manufatti per il contenimento di impianti tecnologici et similia, ma non anche opere che, dal punto di vista delle dimensioni e della funzione, si connotino per una propria autonomia rispetto all’opera cosiddetta principale e non siano coessenziali alla stessa, tale, cioè, che non ne risulti possibile alcuna diversa utilizzazione economica» (cfr. anche Cons. St., Sez. VI, 4 gennaio 2016, n. 19; Sez. VI, 24 luglio 2014, n. 3952; Sez. V, 12 febbraio 2013, n. 817; Sez. IV, 2 febbraio 2012, n. 615).

«Nell’ordinamento statale, infatti, vi è il principio generale per il quale occorre il rilascio della concessione edilizia (o del titolo avente efficacia equivalente), quando si tratti di un ‘manufatto edilizio’ (cfr. Sez. VI, 24 luglio 2014, n. 3952): salva una diversa normativa regionale o comunale, ai fini edilizi manca la natura pertinenziale quando sia realizzato un nuovo volume, su un’area diversa ed ulteriore rispetto a quella già occupata dal precedente edificio, ovvero sia realizzata una qualsiasi opera, come una tettoia, che ne alteri la sagoma».

«Viceversa, il testo unico attribuisce rilevanza urbanistica ed edilizia alle pertinenze, ammettendo all’art. 3, comma 1, lett. e.6) che specifiche regole siano contenute nelle ‘norme tecniche degli strumenti urbanistici’».

Nel condividere tali considerazioni, osserva il Collegio che nel presente giudizio non è stato dedotto che una norma tecnica dello strumento urbanistico di Roma Capitale abbia considerato irrilevanti le opere in questione sotto il profilo edilizio, sicché le deduzioni dell’appellante risultano infondate e vanno respinte.

8.Per le ragioni che precedono, l’appello va respinto.

La condanna al pagamento delle spese e degli onorari del secondo grado di giudizio segue la soccombenza. Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) respinge l’appello n. 150 del 2017.

Condanna l’appellante al pagamento di euro 5.000 (cinquemila) in favore della Amministrazione appellata, oltre oneri di legge, per spese ed onorari del secondo grado del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.


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