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Lo sai che? Termini per impugnare il licenziamento

Lo sai che? Pubblicato il 19 maggio 2017

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Il licenziamento va impugnato entro 60 giorni dalla ricezione della lettera. Tale impugnazione non è efficace se non è seguita, entro il successivo termine di 180 giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del Tribunale.

Se hai ricevuto una lettera di licenziamento e vuoi contestarla o, comunque, difenderti prima di dover ricorrere al tribunale devi rispettare alcuni termini prescritti, a pena di decadenza, dalla legge. Sappi che, se farai scadere tali termini, non potrai più opporti al licenziamento anche se manifestamente illegittimo. È quindi molto importante conoscere i termini per impugnare il licenziamento che, come vedremo a breve, sono di due tipi: il primo (60 giorni) per rispondere alla lettera del datore di lavoro; il secondo (180 giorni) per depositare l’atto di ricorso in tribunale. A ricordare quali sono i termini per impugnare il licenziamento è, peraltro, una importante sentenza della Cassazione pubblicata in questi giorni [1]. Ma procediamo con ordine.

Prima di chiarire quali sono i termini per impugnare il licenziamento, dobbiamo fare una premessa importante, che sarà particolarmente utile al dipendente per difendersi. Quando il licenziamento scaturisce da un comportamento colpevole del lavoratore (cosiddetto «licenziamento disciplinare»; leggi sul punto Come licenziare un dipendente a tempo indeterminato) esso non piove mai sul più bello, ma è solo l’atto finale di un procedimento che inizia con una lettera di contestazione dell’azienda con cui viene contestata una violazione di legge, del contratto collettivo o del regolamento aziendale. Tale lettera deve essere inviata in termini relativamente brevi rispetto alla violazione disciplinare commessa (tenuto conto anche dei tempi necessari per accertare l’illecito e della dimensione dell’azienda che, se grande, potrebbe richiedere procedure più complesse). Oltre al requisito della «immediatezza», la contestazione disciplinare deve essere «specifica», ossia indicare chiaramente la condotta contestata (descrivendola e inquadrandola temporalmente).

Entro 5 giorni dal ricevimento di tale contestazione, il dipendente può presentare difese scritte e, con le stesse, chiedere di essere sentito oralmente. Se tale richiesta viene inoltrata, l’azienda non può licenziare il dipendente senza prima averlo convocato per il colloquio (leggi: Se il dipendente non viene ascoltato può essere licenziato?).

Una particolare procedura viene poi prevista per i cosiddetti licenziamenti collettivi, quelli cioè per le imprese con almeno 15 dipendenti quando decidono di licenziare almeno 5 lavoratori nell’arco di 120 giorni in vista della cessazione dell’attività o di una ristrutturazione della produzione. La procedura prevede una comunicazione ai sindacati sui criteri di scelta dei lavoratori da mandare a casa.

A seguito di tali procedure viene quindi inviata al dipendente la vera e propria lettera di licenziamento che può essere:

  • «con preavviso»: in tal caso il dipendente continuerà a lavorare fino alla fine del periodo di preavviso per come fissato dal contratto collettivo. Resta ferma la possibilità per il lavoratore di interrompere immediatamente il rapporto e non presentarsi più al lavoro; in tal caso, però, dovrà corrispondere all’azienda l’indennità di preavviso (la somma gli verrà detratta dall’ultima busta paga);
  • «senza preavviso»: in tal caso al dipendente è dovuta l’indennità di preavviso, salvo che il licenziamento avvenga per «giusta causa» (ossia per un comportamento così grave da non consentire neanche per un giorno la prosecuzione del rapporto di lavoro).

Il licenziamento deve essere necessariamente comunicato per iscritto. Di solito avviene con lettera raccomandata, ma nulla esclude che possa avvenire anche con raccomandata consegnata a mani. Il licenziamento orale è nullo.

Dal momento del ricevimento della lettera iniziano a decorrere i termini per impugnare il licenziamento.

La legge [2] ha stabilito che i termini per impugnare il licenziamento sono perentori; per cui, se il dipendente li lascia scadere, non potrà più contestare la decisione del datore. In particolare viene stabilito che il licenziamento deve essere impugnato entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione (in forma scritta). Ma ciò non basta per poter opporsi al licenziamento. Detta impugnazione scritta non è efficace se non viene seguita, nei successivi 180 giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del Tribunale.

In buona sostanza, il meccanismo imposto dalla legge per impugnare il licenziamento è il seguente:

  • entro 60 giorni dal ricevimento della raccomandata contenente il licenziamento, il dipendente deve inviare a sua volta una raccomandata con cui contesta manifestamente il licenziamento (è la cosiddetta «impugnazione stragiudiziale del licenziamento»). In verità non è necessaria la forma della raccomandata: il licenziamento può essere impugnato con qualsiasi atto scritto, giudiziale o stragiudiziale, purché idoneo a rendere nota al datore di lavoro la volontà del lavoratore. La lettera può essere anche spedita dal sindacato cui aderisce il dipendente o dal suo avvocato (in quest’ultimo caso, sulla lettera vi deve essere anche la firma del dipendente a ratifica della procura). L’impugnazione può avvenire anche con un telegramma, in quanto quest’ultimo ha la medesima efficacia probatoria della scrittura privata, se l’originale consegnato all’ufficio di partenza è stato sottoscritto dal mittente, ovvero se è stato consegnato o fatto consegnare all’ufficio di partenza dal mittente stesso, anche senza sottoscriverlo. Nella lettera di impugnazione del licenziamento non è necessario prendere specifica posizione sulle ragioni giuridiche dell’illegittimità del licenziamento, potendo limitarsi a una generica contestazione: è sufficiente che l’atto esprima la volontà inequivoca di impugnare il recesso;
  • entro 180 giorni – che decorrono dalla spedizione della predetta lettera di licenziamento – il dipendente deve avviare la causa contro l’azienda per l’impugnazione del licenziamento (è la cosiddetta «impugnazione giudiziale del licenziamento»). In pratica, entro il 180° giorno l’avvocato del dipendente deve aver depositato in tribunale l’originale dell’atto di ricorso. Dunque, se anche questo secondo adempimento non viene rispettato la prima contestazione è inutile.

Così se, ad esempio, dopo aver ricevuto nei 60 giorni la lettera di contestazione del licenziamento, l’azienda mostra una volontà conciliativa e quest’ultimo, confidando nel raggiungimento di un accordo con la controparte, omette di depositare il ricorso in tribunale, non può poi farlo successivamente se le trattative non vanno a buon fine. Sarà quindi opportuno ottenere già la firma su un accordo scritto – davanti ai sindacati o alla direzione territoriale del Lavoro – per tralasciare il deposito del ricorso giudiziale. Diversamente, sarà meglio procedere all’avvio della causa per evitare poi di trovarsi dinanzi all’ineluttabile constatazione che i termini per impugnare il licenziamento sono ormai scaduti.

Chiarimenti sui termini di impugnazione del licenziamento

Il primo termine di impugnazione del licenziamento, quello dei 60 giorni, decorre dal momento in cui il licenziamento è pervenuto all’indirizzo del lavoratore, salva la dimostrazione da parte del medesimo che egli, senza sua colpa, è stato impossibilitato ad avere conoscenza della lettera di licenziamento. Non decorre, invece, dal momento, eventualmente successivo, di cessazione dell’efficacia del rapporto di lavoro.

È necessario che il dipendente, entro il 60° giorno, porti la raccomandata all’ufficio postale. Rileva cioè la data di spedizione (che deve essere effettuata entro 60 giorni) e non la data del ricevimento da parte dell’azienda (che può anche avvenire oltre i 60 giorni). Tale chiarimento è stato fornito dalle Sezioni Unite della Cassazione secondo cui l’impugnazione stragiudiziale, eseguita mediante dichiarazione spedita al datore di lavoro, con missiva raccomandata a mezzo del servizio postale, è tempestivamente effettuata quando la spedizione avvenga entro 60 giorni dalla comunicazione del licenziamento o dei relativi motivi, anche se la dichiarazione medesima sia ricevuta dal datore di lavoro oltre detto termine.

Come detto, ai fini dell’efficacia dell’impugnazione occorre che la stessa sia seguita, entro il successivo termine di 180 giorni, dal deposito del ricorso giudiziale o dalla comunicazione alla controparte dell’eventuale richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. Tale termine inizia a decorrere non da quando il datore di lavoro riceve la contestazione stragiudiziale del licenziamento, ma da quando questa viene spedita dal dipendente (momento quindi anteriore). Secondo infatti il costante orientamento della Cassazione, il termine di 180 giorni per il deposito del ricorso decorre dalla data di spedizione dell’impugnativa stragiudiziale (ossia, dall’invio della lettera di impugnazione del licenziamento). Questo significa che se il dipendente impugna il licenziamento prima della scadenza dei 60 giorni (ad esempio dopo 10 giorni dal ricevimento del licenziamento), il secondo termine inizia a decorrere dalla data dell’effettiva spedizione della raccomandata e non dalla scadenza dei 60 giorni previsti in astratto dalla legge.

note

[1] Cass. sent. n. 12352/17 del 17.05.2017.

[2] Art. 6, co. 1 e 2, l. n. 6014/1966.

[3] Cass. S.U. sent. n. 8830/2010.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 19 gennaio – 17 maggio, n. 12352
Presidente Di Cerbo – Relatore Balestrieri

Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale di Cosenza, depositato il 20.10.12, F.L. chiedeva accertarsi la illegittimità del licenziamento individuale irrogatogli per motivi disciplinari, con condanna del datore di lavoro alla riassunzione o al risarcimento ex art. 8 l. n. 604/1966.
Deduceva a sostegno che aveva lavorato con mansioni di educatore addetto alla vendita presso la Cooperativa Sociale Il Gelso Onlus dal 10.4.06 fino al 21.1.12, data in cui era stato licenziato a seguito di procedimento disciplinare, con il quale gli erano state contestate le assenze ingiustificate per i giorni dal 20 al 24.10.11, e per il giorno 11.11.11, le prime perché il medico di controllo Inps aveva accertata la idoneità alla ripresa del lavoro dal 20.10.11 e la seconda per essere stata giustificata solo a mezzo di comunicazione telefonica.
Il licenziamento era a suo avviso illegittimo in quanto le assenze dal 20 al 24.11 erano giustificate dalla prosecuzione della malattia certificata dal medico curante ed inviata al datore di lavoro, la seconda da improvviso malore della moglie che aveva in urgenza dovuto accompagnare in ospedale, per una interruzione improvvisa della gravidanza in atto.
Si costituiva la Cooperativa deducendo in via preliminare il mancato rispetto dei termini di decadenza per l’impugnazione del licenziamento di cui alla L. n.183/10, e nel merito la legittimità formale e sostanziale del licenziamento irrogato.
Il Tribunale dichiarava inammissibile la domanda relativa alla dedotta illegittimità del licenziamento, per essere stata inoltrata oltre i termine di decadenza di cui all’art. 6 L. n. 604/1966, come modificato dalla L. n. 183/10. Avverso tale sentenza proponeva appello il lavoratore, eccependo l’erronea applicazione alla fattispecie dell’art. 32 L. n. 183/10 per la proroga di cui alla L. 26.2.2011 n. 10, per essere stato il licenziamento irrogato con lettera raccomandata spedita il 29.12.11.
Riteneva comunque errata l’interpretazione della norma nella parte in cui aveva ritenuto il termine di decadenza di 270 giorni (applicabile nella specie ratione temporis) come decorrente dalla data di effettiva impugnazione stragiudiziale anziché dal termine finale di 60 giorni posto per l’impugnativa stragiudiziale.
Ribadiva nel merito l’illegittimità della sanzione.
Si costituiva l’appellata che eccepiva la inammissibilità del ricorso in appello ex art. 342 c.p.c. e nel merito la correttezza delle valutazione dei primo giudicante in punto di decadenza.
Con sentenza depositata il 17 luglio 2015, la Corte d’appello di Catanzaro accoglieva il gravame, dichiarando illegittimo il licenziamento in questione e condannando la cooperativa a riassumere il lavoratore o a risarcirgli il danno commisurato in sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la Cooperativa, affidato a quattro motivi.

Resiste il F. con controricorso.

Motivi della decisione

1.- In base al principio della “ragione più liquida” (su cui cfr., da ultimo, Cass. n. 17214/16, Cass. n. 12002/14, secondo cui il principio consente di sostituire il profilo di evidenza a quello dell’ordine delle questioni da trattare, di cui all’art. 276 cod. proc. civ., in una prospettiva aderente alle esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, costituzionalizzata dall’art. 111 Cost., con la conseguenza che la causa può essere decisa sulla base della questione ritenuta di più agevole soluzione – anche se logicamente subordinata – senza che sia necessario esaminare previamente le altre), converrà esaminare dapprima il secondo motivo di ricorso, con cui la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 6 L. n. 604/66, come modificato dall’art. 32 L. n. 183/2010.
Lamenta che la sentenza impugnata ritenne di dover calcolare il nuovo termine (nella specie, ratione temporis, pari a 270 giorni) di decadenza dall’impugnazione del licenziamento non dal momento della effettiva proposizione dell’impugnazione stragiudiziale del recesso, bensì dallo spirare del 60 giorno previsto in via generale per tale impugnazione dal comma 1 dell’art. 6 L.n. 604/66.
Il motivo è fondato ed assorbe l’intero ricorso.
L’art. 6, comma 1, L. n. 604/66 (in parte qua confermato dall’art.32, comma 1, L. n. 183/10) stabilisce che “il licenziamento deve essere impugnato entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione (in forma scritta)”. L’art. 6, comma 2, novellato, stabilisce poi che l’impugnazione non è efficace se non è seguita, entro il successivo termine di 180 giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale…”.
Questa Corte ha già avuto occasione di evidenziare che nulla autorizza a ritenere che tale secondo termine di decadenza, oggettivamente congruo (tanto più nella specie in cui era ancora applicabile quello di 270 giorni, poi ridotto a 180 dalla L. n. 92/12), e diretto ad una maggiore certezza dei rapporti giuridici tra lavoratore e datore di lavoro, debba in ogni caso decorrere dalla scadenza del 60°giorno dalla comunicazione del licenziamento, ed in particolare anche laddove il lavoratore abbia provveduto, liberamente, ad impugnare il recesso con maggiore tempestività senza attendere il 60 giorno dalla comunicazione del recesso. Né è ammissibile l’esistenza di un doppio termine (in contrasto con le esigenze di certezza di cui sopra) per il deposito del ricorso giudiziario; né è ravvisabile alcun trattamento deteriore per chi abbia impugnato (stragiudizialmente) il licenziamento prima del lavoratore che abbia atteso il 60 giorno. Per entrambi è necessario depositare il ricorso giudiziario entro 180 (o, se ancora applicabile, come nella specie, 270) giorni dall’impugnativa stragiudiziale del licenziamento, che ciascun lavoratore può valutare quando proporre (Cass. n. 19710/16).
Alla luce di tale orientamento, cui si intende dare continuità, deve rilevarsi l’intervenuta decadenza dall’impugnativa del licenziamento de quo, essendo esso stato intimato il 21.1.12 (e ricevuto il 29.12.11, come accertato dal Tribunale), l’impugnativa stragiudiziale essendo avvenuta il 9.1.12 (cfr. Cass. n. 20068/15, secondo cui rileva l’invio e non la ricezione dell’atto) ed il ricorso giudiziario essendo stato depositato solo il 20.10.12.
Ciò basta per la cassazione della sentenza impugnata, che non si è attenuta a tale principio, restando le altre censure assorbite.
Non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa viene decisa nel merito direttamente da questa Corte, con il rigetto dell’impugnativa di licenziamento proposta dal F..
Le alterne vicende del giudizio di merito consigliano la compensazione tra le parti delle relative spese, mentre quelle del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso e dichiara assorbiti gli altri. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di impugnativa del licenziamento proposta dal F..
Compensa le spese di lite afferenti la fase di merito e condanna il F. al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi, Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a..

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