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Lo sai che? Come staccarsi dal riscaldamento centralizzato e quanto costa?

Lo sai che? Pubblicato il 21 maggio 2017

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Il regolamento può imporre al condomino che si stacca dal centralizzato il 35% delle spese di gestione; inoltre il consulente può stabilire le spese di dispersione del calore da pagare.

Cosa deve pagare chi si distacca dal riscaldamento centralizzato del condominio e preferisce dotarsi di impianto autonomo? Fermo restando che per distaccarsi non c’è bisogno di chiedere l’autorizzazione all’assemblea o all’amministratore, chi però lo fa deve continuare a corrispondere le spese di conservazione dell’impianto condominiale (quelle cioè di straordinaria amministrazione) e quelle dei consumi derivanti dalla dispersione di calore. Le prime perché il condomino che si distacca resta comunque proprietario pro quota dell’impianto comune e, quindi, un giorno potrebbe tornare a preferire il centralizzato; le seconde perché comunque si avvantaggia del calore disperso attraverso un indiretto riscaldamento del proprio appartamento su cui passano i tubi condominiali (leggi Riscaldamento autonomo, cos paga chi si distacca). Ma distaccarsi dal riscaldamento centralizzato quanto costa? Di questo argomento – sempre attuale – si sono occupate due recenti pronunce della Cassazione.

Prima però di capire come staccarsi dal riscaldamento centralizzato e quanto costa, bisogna fare un’importante precisazione. Affinché il distacco dal riscaldamento centralizzato sia legittimo, pur non essendo necessaria la previa autorizzazione degli altri condomini, è necessario sincerarsi che detto distacco:

  • non comporti un notevole squilibrio di funzionamento dell’impianto;
  • non comporti un aggravio di spesa per gli altri condomini.

Se non ricorrono entrambe le condizioni, il condominio può impedire il distacco.

Il regolamento di condominio non può impedire il distacco dal riscaldamento centralizzato, ma può tuttavia imporre al proprietario distaccato di pagare una percentuale prefissata sulle spese di gestione. Ma ciò solo a condizione che si tratti di un regolamento approvato all’unanimità (in assemblea o con la firma dei vari atti di acquisto degli appartamenti). È quanto chiarito dalla prima delle due pronunce della Cassazione cui abbiamo fatto riferimento in apertura. L’ordinanza è stata pubblicata ieri [1]. I condomini all’unanimità ben possono derogare il criterio di ripartizione delle spese per millesimi stabilito dal codice civile [2], disponendo che le spese di gestione siano in parte a carico anche delle unità immobiliari che non fruiscono del servizio: non esiste infatti un vincolo di legge in senso contrario. In altre parole: la legge prevede effettivamente che successivamente al distacco (dall’impianto di riscaldamento centralizzato) operato correttamente dal condomino, egli resti tenuto al solo pagamento delle spese «per la sua manutenzione straordinaria e messa a norma», ma i condomini possono benissimo all’unanimità introdurre un differente criterio di ripartizione.

Quindi la prima cosa da fare per stabilire quanto costa staccarsi dal riscaldamento centralizzato è verificare se nel regolamento di condominio esistono delle norme che impongano – a chi ha l’autonomo – di partecipare alle spese di conservazione dell’impianto.

Ovviamente si parla soltanto delle spese di manutenzione straordinaria o di conservazione dell’impianto o, ancora, relative alla dispersione del calore. Invece quelle sul consumo del calore restano a carico di chi è rimasto con l’impianto centralizzato.

La seconda pronuncia della Cassazione che interessa commentare è una sentenza di circa una settimana fa [3]. Secondo la Corte è nulla la clausola del regolamento di condominio che impedisce il distacco del singolo condomino dall’impianto centralizzato o che lo subordina al consenso dell’assemblea.

I giudici ricordano che è legittima la rinuncia del condòmino all’uso dell’impianto centralizzato, purché questa operazione non provochi un pregiudizio allo stesso. Il proprietario resta obbligato al pagamento delle spese di conservazione e manutenzione, ma non deve sostenere le spese per l’uso del servizio in questione.

Inoltre, in caso assenza di squilibrio termico in conseguenza del distacco vi è l’obbligo di contribuzione alle sole spese di manutenzione ordinaria, conservazione e messa a norma. Pertanto è nullo il divieto del distacco del singolo con la conseguente nullità della previsione di un obbligo di contribuzione alle spese di gestione a carico di quest’ultimo. Ciò perché vi deve sempre essere una correlazione tra il pagamento delle spese di riscaldamento e l’effettivo consumo. Consumo che, evidentemente, non sussiste nel caso in cui si rinunci legittimamente al servizio di riscaldamento centralizzato.

Attenzione: con rinuncia al servizio si fa riferimento al distacco dall’impianto e non all’ipotesi in cui si resti allacciato al servizio ma si ommetta di servirsene.

note

[1] Cass. ord. n. 12580/17 del 18.05.2017.

[2] Art. 1123 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 11970/17 del 12.05.2017.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 5 aprile – 12 maggio 2017, n. 11970

Presidente Migliucci – Relatore Criscuolo

Ragioni in fatto ed in diritto

1.D.A.G. impugnava dinanzi al Tribunale di Roma le delibere del condominio in (omissis) , del quale era condomino, adottate in data 30/9/1999 nelle parti relative all’approvazione del preventivo e della gestione del riscaldamento 1999-2000, approvazione del rendiconto e rigetto richiesta di distacco dall’impianto di riscaldamento centralizzato, assumendo la loro contrarietà alla legge. Per l’effetto chiedeva accertare che non era più tenuto a contribuire alle spese di gestione dell’impianto di riscaldamento centralizzato, con la condanna del condominio alla restituzione ex art. 2033 c.c. elle somme pagate per I spese di riscaldamento, somme da quantificare in corso di causa o da liquidare in separata sede.

Il condominio, oltre a sollevare eccezioni in rito circa la validità dell’atto introduttivo, invocava la previsione di cui all’art. 16 del regolamento condominiale, e la carenza dei requisiti che legittimavano il distacco del D.A. , concludendo per il rigetto della domanda.

Il Tribunale di Roma con la sentenza n. 9316/2006 ritenuto legittimo il distacco operato dal condomino, riteneva tuttavia applicabili le disposizioni del regolamento condominiale contrattuale, affermando che l’attore era comunque tenuto a partecipare alle spese relative alla conservazione ed uso dell’impianto centralizzato.

Proposto appello del D.A. , ed avanzato altresì appello incidentale da parte del condominio, la Corte d’Appello di Roma con la sentenza n. 4312/2014 confermava la sentenza gravata. In primo luogo riteneva che la natura contrattuale del regolamento condominiale, le cui previsioni erano state invocate da parte del condominio, era da ritenersi pacifica, sicché la produzione dell’atto di acquisto dell’appartamento dell’attore, sebbene avvenuta oltre i termini previsti per le preclusioni istruttorie, appariva irrilevante.

In ordine al contenuto del regolamento, osservava che l’art. 16 escludeva che il condomino potesse sottrarsi alle spese di manutenzione, riparazione, consumo ed esercizio del riscaldamento, e mediante rinunzia al servizio, così che anche laddove il singolo condomino si fosse distaccato dall’impianto centralizzato, rimaneva comunque obbligato a contribuire alle spese di uso.

In tal senso nemmeno poteva accedersi alla lettura restrittiva della clausola suggerita dall’appellante principale, dovendosi quindi ritenere che l’obbligo di contribuzione non era limitato alla sola ipotesi di spegnimento dei termosifoni all’interno di un singolo appartamento, ma si estendeva anche all’ipotesi qui in esame del distacco della singola utenza.

Quanto all’appello incidentale, concernente la compensazione delle spese di lite, riteneva corretta la valutazione del Tribunale in quanto l’attore era comunque risultato vittorioso in ordine all’accertamento del diritto al distacco, ravvisandosi quindi una situazione di soccombenza reciproca.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione D.A.G. sulla base di due motivi.

Il Condominio di (omissis) ha resistito con controricorso.

2.Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione degli artt. 1123, 1322, 1102, 1104 e 118 c.c..

Si sostiene che la giurisprudenza di legittimità si è già espressa sulla questione oggetto di causa, affermando che il condomino che decida di distaccarsi dall’impianto di riscaldamento centralizzato, non può trovare ostacoli nelle previsioni del regolamento condominiale, sebbene di natura contrattuale, il quale non può menomare i diritti incomprimibili del condomino, e ciò sia alla luce delle finalità di interesse generale sottese al risparmio energetico, sia in considerazione della immeritevolezza dell’interesse alla prevaricazione egoistica della minoranza laddove questa impedisca il distacco.

Ne consegue che, una volta accertato anche a mezzo di CTU, come accaduto nel giudizio di primo grado, che il distacco dell’appartamento dell’attore non comportava squilibrio nel funzionamento dell’impianto centralizzato, né maggiori consumi, alla legittimità del distacco doveva conseguire anche l’esonero del ricorrente dal pagamento delle spese per il consumo, dovendosi quindi ravvisare la nullità della clausola regolamentare anche in parte qua.

Preliminarmente devono essere disattese le eccezioni di inammissibilità del motivo in esame, così come formulate da parte del condominio. Ed, invero, quanto alla pretesa novità della questione concernente la nullità della clausola regolamentare in punto di mancato esonero dal pagamento delle spese di consumo ordinario, valga osservare che, come peraltro si ricava dalla stessa lettura del controricorso, nel quale è riportato il motivo di appello formulato dal D.A. , che la questione della nullità della clausola regolamentare è stata oggetto di discussione e di contraddittorio tra le parti nella precedente fase di merito, sicché appaiono realizzate le condizioni per il rilievo della nullità anche in sede di legittimità, come appunto richiesto dalla giurisprudenza di questa Corte a seguito dell’intervento delle Sezioni Unite con le pronunce nn. 26943 e 26944 del 2014.

Peraltro la stessa sentenza impugnata ha ritenuto di affrontare la questione della illiceità della clausola regolamentare, ritenendo che dovesse prevalere la natura peculiare del regolamento, che consentiva anche limitazioni ai diritti fondamentali dei singoli condomini, senza che potesse prospettarsi una illeceità della causa ovvero dell’oggetto.

Del pari deve essere disattesa la deduzione secondo cui al giudizio dovrebbero prendere parte tutti i condomini, atteso che la domanda attorea investe l’impugnativa delle delibere condominiali con le quali sono stati approvati il rendiconto ed il preventivo della gestione comune, disattendendosi la richiesta di autorizzare il distacco, sicché in relazione a tali specifiche domande, il riscontro della eventuale nullità del regolamento costituisce un accertamento incidentale, che non impone la necessaria partecipazione di tutti i condomini, che invece si giustifica nella diversa ipotesi in cui la declaratoria di nullità rappresenta l’oggetto di una domanda autonoma.

Il motivo è fondato.

In tal senso reputa il Collegio che i precedenti di segno contrario alla tesi sostenuta dal ricorrente, secondo cui ben potrebbero le parti nella loro autonomia regolamentare prevedere un obbligo di contribuzione del condomino distaccatosi dall’impianto centralizzato alle spese di gestione, svincolato dall’effettivo godimento del servizio (così Cass. n. 1558/2004; Cass. n. 7708/2007) debbano reputarsi superati dalla più recente giurisprudenza di questa Corte che è specificamente intervenuta sul tema della compatibilità delle previsioni regolamentari con il diritto di distacco del condomino dall’impianto di riscaldamento centralizzato.

In tal senso, sebbene anche in relazione ad altri servizi condominiali, si è affermato che (così Cass. n. 28679/2011) è legittima, in quanto posta in essere in esecuzione di una disposizione di regolamento condominiale, avente natura contrattuale, la delibera assembleare che disponga, in deroga al criterio legale di ripartizione delle spese dettato dall’art. 1123 cod. civ., che le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria dell’impianto di ascensore (come nella specie) siano a carico anche delle unità immobiliari che non usufruiscono del relativo servizio, tenuto conto che la predetta deroga è consentita, a mezzo di espressa convenzione, dalla stessa norma codicistica, si ritiene che nella specifica materia del servizio di riscaldamento, debba darsi rilievo a quanto affermato da Cass. n. 19893/2011.

Con tale pronuncia la Corte ha precisato che è legittima la rinuncia di un condomino all’uso dell’impianto centralizzato di riscaldamento – anche senza necessità di autorizzazione o approvazione da parte degli altri condomini – purché l’impianto non ne sia pregiudicato, con il conseguente esonero, in applicazione del principio contenuto nell’art. 1123, secondo comma, cod. civ., dall’obbligo di sostenere le spese per l’uso del servizio centralizzato; in tal caso, egli è tenuto solo a pagare le spese di conservazione dell’impianto stesso. Né può rilevare, in senso impediente, la disposizione eventualmente contraria contenuta nel regolamento di condominio, anche se contrattuale, essendo quest’ultimo un contratto atipico meritevole di tutela solo in presenza di un interesse generale dell’ordinamento.

Deve quindi ritenersi che la condivisibile valutazione di nullità della clausola regolamentare impeditiva del distacco del singolo condomino, si estenda anche alla correlata previsione che obblighi il condomino al pagamento delle spese di gestione malgrado il distacco, dovendosi ragionevolmente sostenere che la permanenza di tale obbligazione di fatto assicuri la sopravvivenza della clausola affetta da nullità, impedendo il prodursi di quello che è il principale ed auspicato beneficio che il condomino intende trarre dalla decisione di distaccarsi dall’impianto comune.

Non appare quindi logicamente e giuridicamente sostenibile l’assunto secondo cui le previsioni del regolamento che, da un lato, vietano il distacco e, dall’altro, prevedono l’obbligo di contribuzione a carico del condomino che non usufruisca più dal servizio (anche per l’ipotesi di distacco) possano avere una sorte diversificata in punto di accertamento della loro validità, apparendo la seconda complementare alla prima, ne senso di assicurare surrettiziamente la sua operatività nei fatti.

A conforto della soluzione che il Collegio ritiene di condividere, valga poi il richiamo alla novellata previsione di cui all’art. 1118 c.c. che, in relazione al’ipotesi, che deve reputarsi ricorra anche nel caso di specie, di assenza di squilibrio termico in conseguenza del distacco, prevede l’obbligo di contribuzione alle sole spese di manutenzione straordinaria, conservazione e messa a norma, previsione che riveste chiara portata ricognitiva dello stato della giurisprudenza sul punto.

Inoltre non trascurabile, sempre al fine di supportare la soluzione in esame, è il richiamo alle previsioni di cui all’art. 26 della legge n. 10 del 1991 (che al comma 5 prevede che “Per le innovazioni relative all’adozione di sistemi di termoregolazione e di contabilizzazione del calore e per il conseguente riparto degli oneri di riscaldamento in base al consumo effettivamente registrato, l’assemblea di condominio delibera con le maggioranze previste dal secondo comma dell’articolo 1120 del codice civile”) nonché della legge n. 102/2014, che impongono la contabilizzazione dei consumi di ciascuna unità immobiliare e la suddivisione delle spese in base ai consumi effettivi (art. 9 co. 5, ancorché la relativa violazione preveda l’irrogazione di una sanzione amministrativa), atteso che emerge un quadro normativo che denota l’intento del legislatore di correlare il pagamento delle spese di riscaldamento all’effettivo consumo, consumo che chiaramente non sussiste nel caso di legittimo distacco.

Il motivo deve pertanto essere accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma.

3.L’accoglimento del primo motivo determina poi evidentemente l’assorbimento del secondo motivo di ricorso che denunzia la violazione degli artt. 1362, 1363, 1369 e 1371 c.c., deducendosi che la clausola di cui all’art. 16, laddove fa menzione della rinuncia al riscaldamento, deve essere intesa come riferita alla sola ipotesi in cui il condomino resti allacciato all’impianto comune, ma ometta solo di servirsene, e non anche al caso, che qui ricorre, di distacco.

4.Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso e, assorbito il secondo motivo, cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’Appello di Roma, che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 7 aprile – 18 maggio 2017, n. 12580
Presidente Petitti – Relatore Scarpa

Fatti di causa e ragioni della decisione

F.A.A.C. e V.L. propongono ricorso per cassazione articolato in due motivi avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma n. 4415/2015 del 20 luglio 2015. La sentenza impugnata ha respinto l’appello avverso la sentenza n. 1345/2007 del Tribunale di Roma, che aveva rigettato le impugnative ex art. 1137 c.c. delle condomine F.A.A.C. e V.L. inerenti la deliberazione assembleare del 12 febbraio 2004 del Condominio di (omissis) . Questa delibera aveva imposto alle attrici di concorrere nella misura del 35% alle spese di gestione dell’impianto di riscaldamento centralizzato, nonostante le stesse condomine F. e V. se ne fossero legittimamente distaccate l’una nel 1981 e l’altra nel 2000. Il Tribunale aveva ritenuto legittimo l’obbligo di contribuire alle spese di gestione imposto alle ricorrenti in forza dell’art. 11 del regolamento condominiale di natura contrattuale, il quale dispone che “la rinuncia al servizio di riscaldamento centrale può essere ammessa purché per un’intera stagione e con le opportune garanzie ed importa l’obbligo di pagare la metà del contributo che il rinunciante avrebbe dovuto pagare se avesse usufruito del servizio”. Sull’impugnazione di F.A.A.C. e V.L. , le quali deducevano che il menzionato art. 11 del regolamento si riferisse alla sola rinuncia temporanea al riscaldamento, e non anche al distacco definitivo, la Corte d’Appello di Roma ha affermato che quella norma convenzionale non consentisse di distinguere fra le due ipotesi.
Il primo motivo di ricorso di F.A.A.C. e V.L. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1369 e 1371 c.c., nonché l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, contestandosi l’interpretazione della Corte d’Appello che, agli effetti del citato art. 11 del regolamento, ha equiparato la rinuncia temporanea al riscaldamento centralizzato al distacco definitivo, il quale ultimo non può che comportare l’esonero da qualsiasi contributo alle spese di gestione, salvo che il medesimo distacco abbia determinato aggravi di costi o squilibri termici.
Il secondo motivo di ricorso deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1102, 1118, 1123 e 1138 c.c., nonché l’omesso esame di fatto decisivo, ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., ribadendosi che la legittimità del distacco operato non potesse non comportare l’esonero delle condomine ricorrenti dalle spese di gestione.
Il Condominio di (omissis) , si difende con controricorso.
Ritenuto che il ricorso potesse essere rigettato per manifesta infondatezza, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375, comma 1, n. 5), c.p.c., su proposta del relatore, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.
Le ricorrenti hanno presentato memoria ex art. 380-bis, comma 2, c.p.c..
I due motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente per la loro connessione.
Sono inammissibili, innanzitutto, le censure che in entrambi i motivi vengono riferite al parametro dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., in quanto questo, come riformulato dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, in legge n. 134 del 2012, contempla soltanto il vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo. Ne consegue che tale vizio va denunciato nel rispetto delle previsioni degli artt. 366, comma 1, n. 6, e 369, comma 2, n. 4, c.p.c., dovendo il ricorrente indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”. Non integrano, pertanto, il vizio ex art. 360, comma 1, n. 5, le censure di insufficienza o contraddittorietà della motivazione, contenute nel primo motivo di ricorso, né quelle, contenute nel secondo motivo di ricorso, che si limitano a contrapporre una diversa interpretazione della clausola del regolamento di condominio rispetto a quella prescelta nel provvedimento gravato.
D’altra parte, è stato più volte affermato da questa Corte che l’interpretazione del regolamento contrattuale di condominio da parte del giudice del merito è insindacabile in sede di legittimità quando non riveli violazione dei canoni di ermeneutica oppure vizi logici (Cass. Sez. 2, 31 luglio 2009, n. 17893). È in tal senso del tutto coerente l’interpretazione che la Corte d’Appello di Roma ha dato dell’art. 11 del Regolamento di condominio, nel senso che, dove esso disciplina “la rinuncia al servizio di riscaldamento centrale… purché per un’intera stagione”, stabilendo comunque per il rinunciante “l’obbligo di pagare la metà del contributo”, si riferisca sia alle ipotesi di temporanea astensione dalla fruizione dell’impianto di riscaldamento, sia al definitivo distacco delle diramazioni della singola unità immobiliare dall’impianto comune (non sussistendo, secondo il senso letterale delle parole, alcuna ontologica temporaneità della “rinuncia” al riscaldamento, intesa come atto volontario unilaterale del condomino, quale concetto da contrapporre al definitivo “distacco”, che indica invece l’atto materiale, come può desumersi anche dall’art. 1118, comma 4, c.c., introdotto dalla legge n. 220/2012, pur non applicabile nella specie ratione temporis). D’altro canto, la disposizione regolamentare in esame, limitandosi ad obbligare il condomino rinunziante a concorrere parzialmente anche alle spese per l’uso del servizio centralizzato, non va intesa come clausola impeditiva del distacco (il che, ad avviso di precedenti decisioni di questa Corte, renderebbe il contratto non meritevole di tutela: Cass. Sez. 2, 29 settembre 2011, n. 19893; Cass. Sez. 2, 13 novembre 2014, n. 24209). È stato, piuttosto, stabilmente affermato dalla giurisprudenza, con orientamento che deve trovare conferma e depone per l’infondatezza del ricorso, come sia legittima la delibera assembleare che disponga (proprio come nel caso in esame), in esecuzione di apposita disposizione del regolamento condominiale avente natura contrattuale posta in deroga al criterio legale di ripartizione delle spese dettato dall’art. 1123 c.c., che le spese di gestione dell’impianto centrale di riscaldamento siano a carico anche delle unità immobiliari che non usufruiscono del relativo servizio (per avervi rinunciato o essersene distaccati), tenuto conto che la predetta deroga è consentita, a mezzo di espressa convenzione, dalla stessa norma codicistica (Cass. Sez. 2, 23 dicembre 2011, n. 28679; Cass. Sez. 2, 20 marzo 2006, n. 6158; Cass. Sez. 2, 28 gennaio 2004, n. 1558).
È del resto derogabile dai condomini, nell’esercizio della loro autonomia privata, anche la disciplina dell’art. 1118 c.c., che correla diritti ed obblighi dei condomini al valore millesimale di contitolarità, prescegliendo un accordo di valore negoziale che si risolve in un impegno irrevocabile di determinare quantitativamente le quote di contribuzione alle spese in un certo modo (cfr. Cass. Sez. 2, 26/03/2010, n. 7300).
Non è dunque ravvisabile nella previsione che il rinunziante all’utilizzo dell’impianto centralizzato di riscaldamento debba concorrere alle sole spese per la manutenzione straordinaria o alla conservazione dell’impianto stesso, una norma imperativa non derogabile nemmeno con accordo unanime di tutti i condomini, in forza di vincolo pubblicistico di distribuzione degli oneri condominiali dettato dall’esigenza dell’uso razionale delle risorse energetiche e del miglioramento delle condizioni di compatibilità ambientale, ed essendo perciò i condomini liberi di regolare mediante convenzione il contenuto dei loro diritti e dei loro obblighi mediante una disposizione regolamentare di natura contrattuale che diversamente suddivida le spese relative all’impianto, ferma l’indisponibilità del diritto al distacco.
Il ricorso va perciò rigettato e le ricorrenti vanno condannate a rimborsare al controricorrente le spese del giudizio di cassazione.
Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti in solido tra loro a rimborsare al controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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