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Le guardie volontarie ambientaliste sono pubblici ufficiali?

29 Maggio 2017


Le guardie volontarie ambientaliste sono pubblici ufficiali?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Maggio 2017



Le guardie volontarie ambientaliste, cinofile e venatorie appartenenti ad un ente privato sono da considerarsi pubblico ufficiale? Parole come “imbecille” sono reati penali?

La sussistenza o meno di reati quale quello di oltraggio a un pubblico ufficiale – cui forse il lettore implicitamente si riferisce – non dipende soltanto dalla qualifica di pubblico ufficiale della persona offesa e dalla portata oggettivamente offensiva delle espressioni proferite.

Il codice penale [1] fornisce una definizione di “pubblico ufficiale” alquanto indeterminata, cosicché è stata la giurisprudenza, nei lunghi anni di applicazione concreta della norma, a definirne più o meno chiaramente i confini.

In questo contesto si è affermato, oramai definitivamente, il principio secondo il quale non è pubblico ufficiale soltanto il dipendente dello Stato o di un altro ente pubblico, bensì chiunque svolga effettivamente un’attività pubblicistica, a prescindere dalla natura del rapporto di impiego, ovvero dalla qualifica del soggetto. Per “attività pubblicistica” si intende lo svolgimento di funzioni regolamentate da norme di diritto pubblico con l’attribuzione di poteri tipici della potestà amministrativa [2], ciò che può avvenire anche laddove l’individuazione di un soggetto quale “pubblico ufficiale” non avvenga direttamente ad opera della legge, bensì – conformemente alla legge – a cura di enti di diritto privato.

In conclusione, quindi, la qualifica di pubblico ufficiale va riconosciuta a chiunque, sia egli un lavoratore dipendente pubblico o privato, in base a quanto stabilito da norme di diritto pubblico, possa formare o manifestare la volontà della pubblica amministrazione, ovvero esercitare poteri autoritativi, deliberativi o certificativi [3]. Proprio in virtù di questa rilevante estensione – rispondendo così alla specifica domanda del lettore – la giurisprudenza ha riconosciuto la qualifica di pubblico ufficiale alla guardia ecologica del servizio volontario di vigilanza [4], alle guardie venatorie [5] ovvero ancora alle guardie volontarie delle associazioni venatorie e protezionistiche riconosciute [6].

È bene precisare che, applicando i principi sopra esposti, il riconoscimento a tali soggetti della qualifica di pubblico ufficiale è subordinato al fatto che l’attività di vigilanza da essi svolta sia regolamentata da norme di diritto pubblico e affidata alla singola associazione con un valido provvedimento amministrativo.

Venendo infine al secondo quesito, i reati di oltraggio a un pubblico ufficiale o di ingiuria [7] richiedono che le parole pronunciate, ovvero i gesti compiuti, siano idonei ad offendere nel primo caso l’onore ed il prestigio del pubblico ufficiale, nel secondo caso l’onore o il decoro di una persona presente. Non riveste importanza, quindi, la particolare suscettibilità o indifferenza della persona oggetto di offesa. Il reato sussiste quando siano pronunciate parole contraddistinte da univocità offensiva, cioè dal significato oggettivamente offensivo che viene dato ad una certa espressione dalla generalità degli uomini nello specifico ambiente dove si è svolto il fatto.

Le parole citate dal lettore appaiono entrambe, specie l’espressione “figlio di putt…”, indubbiamente e oggettivamente offensive, specie se pronunciate all’indirizzo di un pubblico ufficiale e non in un contesto informale o scherzoso.

Si ricorda tuttavia – come già anticipato in premessa – che per aversi reato di oltraggio a un pubblico ufficiale non basta che siano pronunciate espressioni offensive all’indirizzo di un pubblico ufficiale, occorrendo altresì che il fatto avvenga:

  • in un luogo pubblico o aperto al pubblico;
  • in presenza di più persone;
  • mentre il pubblico ufficiale compie un atto d’ufficio;
  • a causa o nell’esercizio delle proprie funzioni.

In assenza di queste circostanze potrà essere, al più, contestata l’ingiuria, assai meno grave ormai depenalizzata.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Andrea Iurato

note

[1] Art. 357 cod. pen.

[2] Cass., Sez. Un., sent. del 13.07.1998.

[3] Cass., Sez. Un., sent. dell’11.07.1992.

[4] Cass. pen. sent. n. 9387 del 13.04.1994.

[5] Cass. pen. sent. n. 40613 del 19.10.2004.

[6] Cass. civ. sent. n. 3670 del 28.05.1988.

[7] Art. 594 cod. pen.


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