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Lo sai che? Se mi dimetto per malattia ho diritto alla disoccupazione?

Lo sai che? Pubblicato il 21 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 maggio 2017

Si può parlare di una dimissione per giusta causa per il dipendente costretto da ragioni di salute a lasciare il posto di lavoro?

Solo chi viene licenziato o si dimette per una giusta causa indipendente dalla propria volontà può ottenere il sussidio di disoccupazione; non chi, invece, lo fa per un proprio atto di volontà. E, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], il dipendente costretto a dimettersi per ragioni collegate al proprio stato di salute compie un atto di scelta volontaria e, pertanto non ha diritto alla disoccupazione. Non conta che non sia stato lui a volere la malattia. Dunque, le dimissioni per malattia non possono considerarsi una giusta causa e non danno diritto a richiedere la Naspi. Ma procediamo con ordine.

La legge [2] consente di ottenere, in caso di «stato di disoccupazione involontaria» l’indennità erogata dall’Inps. Il diritto al trattamento erogato dall’Inps spetta solo in caso di «stato di bisogno del lavoratore determinato da situazioni rigorosamente involontarie». Pertanto le dimissioni, quando volontarie, non danno diritto all’indennità. Restano salve le ipotesi in cui le dimissioni siano state «costrette», ossia determinate da ragioni esterne alla persona del dipendente.

La pronuncia della Suprema Corte, che nega la disoccupazione a chi si dimette per malattia, farà certamente discutere. E questo perché, come già chiarito dall’Inps in una propria circolare (leggi Quando ci si può dimettere per giusta causa), il sussidio per chi è rimasto senza lavoro spetta anche a chi viene licenziato per giusta causa, ossia a chi pone un comportamento così grave e lesivo della fiducia che in lui ripone il datore di lavoro da non consentire la prosecuzione del rapporto neanche per un solo giorno. Insomma, chi è in malafede o che si macchia di una grave negligenza riceve un trattamento più favorevole rispetto a chi è costretto dalla malattia a rinunciare al lavoro. A ragionare per pura teoria, converrebbe al dipendente non più abile al lavoro di macchiarsi di insubordinazione o di compiere una serie di assenze ingiustificate per farsi licenziare immediatamente e ottenere così l’indennità di disoccupazione piuttosto che palesare la propria malattia e dimettersi! Paradossi.

Ma tant’è: secondo la Cassazione, le dimissioni rassegnate per ragioni di salute non sono involontarie e, pertanto, ad esse non consegue il diritto a percepire l’indennità di disoccupazione.

La vicenda riguarda un dipendente impiegato in una panetteria che, divenuto allergico alla farina, era costretto – suo malgrado – a dare le dimissioni. Ritenendo che la sua scelta fosse involontaria, non avendo avuto alternativa all’abbandono del posto di lavoro, lo stesso presentava la richiesta di indennità di disoccupazione all’Inps. Gli uffici però, a sorpresa, gliela respingevano sostenendo che si sarebbe trattato di una dimissione volontaria e che nessuna disoccupazione può essere concessa a chi si dimette per ragioni di salute. A nulla valevano le difese dell’ex impiegato secondo cui si sarebbe sì trattato di dimissione volontaria, ma dettata da «giusta causa» e, pertanto, equiparabile a tutte le altre ipotesi similari – già riconosciute dalla giurisprudenza – che danno diritto alla Naspi (si pensi al caso del lavoratore costretto ad andarsene perché non riceve il pagamento dello stipendio. Per conoscere i casi in cui è consentita al disoccupazione a chi si dimette per giusta causa leggi Quando ci si può dimettere per giusta causa).

La tesi, per quanto possa apparire paradossale, è stata già sposata in passato dalla Cassazione e non si può quindi parlare di un precedente isolato [3]; secondo i giudici l’indennità di disoccupazione spetta in caso di dimissioni involontarie, cioè rassegnate a causa di un comportamento di un soggetto diverso dal lavoratore oppure riconducibili ad una causa insita in un difetto del rapporto di lavoro, così grave da impedirne la prosecuzione, anche in via provvisoria. Si deve trattare quindi di un «fatto grave imputabile al datore di lavoro o a un terzo», non già alla situazione soggettiva del lavoratore la cui scelta, anche se dettata da gravi e ineludibili motivi di salute, è comunque volontaria.

Per fortuna esiste anche un precedente contrario: nel 2015 [4] la Cassazione aveva stabilito che le dimissioni determinate da ragioni di salute sono, al pari di quelle dettate da giusta causa, involontarie, non lasciando al lavoratore alcuna scelta, se non quella di abbandonare l’impiego, con la conseguenza che darebbero sempre il diritto a ottenere l’indennità di disoccupazione.

Nel caso di specie, però, secondo la Cassazione, a riconoscere l’indennità di disoccupazione a seguito di dimissioni per ragioni di salute si finisce per dare tutela non già a una situazione di disoccupazione, quanto piuttosto all’esistenza di una malattia, finendo così l’indennità per adempiere a uno scopo diverso da quello che le è proprio. Considerato che esistono specifiche tutele per l’assenza dal lavoro durante lo stato di malattia, al lavoratore ammalato e dimissionario non si concede l’indennità di disoccupazione.

note

[1] Cass. sent. n. 12565/17 del 18.05.2017.

[2] La norma di riferimento è l’art. 45 l. n. 1827/1935, che già aveva introdotto la necessità di uno stato di disoccupazione involontaria. Con la legge finanziaria del 1999 (l. n. 448/1998) si volle porre un freno alla spesa pubblica, ancorando il diritto all’indennità di disoccupazione allo «stato di bisogno del lavoratore determinato da situazioni rigorosamente involontarie» ed indicando nelle dimissioni una condotta certamente volontaria.

[3] Cass. sent. n. 29481/2008 e C. Cost., sent. n. 269/2002.

[4] Cass. sent. n. 1105/2015.

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Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 23 febbraio – 18 maggio 2017, n. 12565

Presidente D’Antonio – Relatore Calafiore

Fatti di causa

La Corte d’appello di Firenze con la sentenza n.176/2011 ha respinto l’appello dell’INPS avverso la sentenza del Tribunale di Lucca che aveva accolto la domanda di P.R. tesa ad ottenere la condanna dell’Istituto al pagamento dell’indennità di disoccupazione relativamente al periodo successivo alle dimissioni rassegnate, con decorrenza 30 settembre 2006, per ragioni di salute derivanti da allergia alle farine.

La Corte territoriale, posto che l’INPS non aveva messo in discussione il principio della piena corrispondenza ai fini della prestazione in oggetto tra dimissioni per giusta causa e licenziamento, ha ritenuto che la natura della patologia (asma bronchiale da allergia alle farine) rendeva evidente l’impossibilità di utile reimpiego del lavoratore all’interno della panetteria presso cui il medesimo lavorava. Le considerazioni svolte dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 269/2002, infine, rendevano evidente-secondo la Corte territoriale – che l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 34 comma 5 della legge m. 448/1998 non potesse che rendere ininfluente, ai fini del riconoscimento del diritto, la circostanza che le dimissioni non fossero state rassegnate in conseguenza della condotta datoriale, come, in contrario, preteso da Cassazione n. 29841/2008.

Avverso tale sentenza l’INPS ha proposto ricorso per cassazione fondato su un motivo illustrato da memoria. L’intimato ha depositato procura speciale unitamente ad atto di costituzione.

Ragioni della decisione

1.Con l’unico motivo di ricorso l’INPS denuncia, ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 5 cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 2119 cod.civ., 34 comma 5 L. n. 448/1998 e 45 terzo comma r.d.l. n. 1827/1935. Il ricorrente, nell’illustrare il motivo, evidenzia l’erroneità della sentenza impugnata in ragione del fatto che l’indennità di disoccupazione, che l’art. 34 comma 5 della legge n. 448/1998 prevede non debba essere corrisposta nell’ipotesi di dimissioni, è stata riconosciuta a P.R. a seguito di dimissioni rassegnate per motivi di salute, estranee alla nozione di giusta causa delineata dalla giurisprudenza di legittimità, con la sentenza n. 29481/2008, e da quella costituzionale, con la sentenza n. 269/2002, legata alla ricorrenza di fatti o circostanze comunque riferibili al datore di lavoro.

2.Nella memoria depositata ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ. l’INPS ha ulteriormente sostenuto la propria tesi pur mostrandosi consapevole del diverso orientamento espresso da questa Corte di cassazione con la sentenza n. 11051 del 28 maggio 2015 che ha qualificato come difforme rispetto al precedente di questa Corte richiamato in ricorso.

3.La disciplina dell’indennità di disoccupazione applicabile alla fattispecie ratione temporis è contenuta nell’art. 34 comma cinque della legge n. 448 del 1998 (legge finanziaria per l’anno 1999) e non risente delle recenti innovazioni in materia di trattamento di disoccupazione introdotte dalla legge n. 92 del 2012 e dal d.lgs. n. 22 del 2015, attuativo della legge delega n. 183 del 2014.

4.La disposizione contenuta nel citato articolo 34 comma cinque della legge n. 448/1998 prevede che la cessazione del rapporto di lavoro per dimissioni intervenuta con decorrenza successiva al 31 dicembre 1998 non dà titolo alla concessione della indennità di disoccupazione ordinaria, agricola e non agricola, con requisiti normali di cui al regio decreto-legge 4 ottobre 1935, n. 1827, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 aprile 1936, n. 1155, e successive modificazioni e integrazioni, e con requisiti ridotti di cui al decreto-legge 21 marzo 1988, n. 86, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 maggio 1988, n. 160, e successive modificazioni e integrazioni.

5.La norma cardine è, dunque, l’art. 45 del regio decreto legge n. 1827 del 1935 che, come è noto, già aveva individuato per la erogazione dell’indennità la necessità di uno stato di disoccupazione involontaria. La legge finanziaria per l’anno 1999, legge n. 448/1998, in relazione all’erogazione del trattamento di disoccupazione, si pose, dunque, come freno alla spesa pubblica ed ancorò la concessione del medesimo trattamento al requisito della necessaria dipendenza dello stato di bisogno del lavoratore da situazioni rigorosamente involontarie, indicando nelle dimissioni una condotta certamente ostativa all’erogazione, laddove in precedenza le dimissioni volontarie non erano state di ostacolo alla erogazione dell’indennità di disoccupazione ordinaria ex art. 73 reg.d.l. n. 1827/1935 conv. in L. 1155/1936, comportando solo una riduzione del periodo indennizzabile (v. Cass. n. 8970/1995).

6.L’introduzione di tale condizione negativa delineò un confine tra dimissioni scaturite da determinazioni del dipendente indipendenti da condotte datoriali o di terzi, certamente ostative alla erogazione del trattamento, e dimissioni che dovevano definirsi sostanzialmente involontarie perché determinate da condotte datoriali che rendevano obbligata la scelta del dipendente. All’interno di tale ambito hanno trovato ingresso le dimissioni rassegnate per giusta causa ai sensi dell’art. 2119 cod. civ..

7.La Corte Costituzionale, adita al fine di risolvere la questione di costituzionalità dell’art. 34 comma cinque della legge n. 448/1998 per contrasto con gli artt. 3 e 38 Cost. in relazione ad ipotesi di dimissioni per giusta causa derivante dal persistente inadempimento del datore di lavoro nella corresponsione delle retribuzioni, con la sentenza n. 269/2002, ebbe modo di chiarire che sebbene l’enunciato contenuto nell’art. 34, comma 5, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, non contempli espressamente l’ipotesi di dimissioni per giusta causa occorre tener presente che nel nostro ordinamento, l’ipotesi della giusta causa è presa in considerazione dall’art. 2119 cod. civ..

8.Ai fini della suddetta qualificazione del recesso del contraente, tale norma richiede che si verifichi “una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto”. In presenza di una condizione di improseguibilità del rapporto, la cui ricorrenza deve essere valutata dal giudice, l’atto di dimissioni, ancorché proveniente dal lavoratore, sarebbe comunque da ascrivere al comportamento di un altro soggetto ed il conseguente stato di disoccupazione non potrebbe che ritenersi, ai sensi dell’art. 38 della Costituzione, involontario.

Le dimissioni indotte da una causa insita in un difetto del rapporto di lavoro subordinato, così grave da impedirne persino la provvisoria prosecuzione (art. 2119 cod. civ.), comportano, dunque, uno stato di disoccupazione involontaria e devono ritenersi non comprese, in assenza di una espressa previsione in senso contrario, nell’ambito di operatività della disposizione censurata, potendosi pervenire a tale risultato attraverso una interpretazione conforme a Costituzione della stessa.

9.Questa Corte di cassazione (v. da ultimo Cass. n. 17303/2016 a proposito di giusta causa in ipotesi di risoluzione consensuale del rapporto), peraltro, ha sempre ritenuto che la nozione di giusta causa, sia da ricollegare o ad un gravissimo inadempimento (cfr. da ult. Cass. n. 25384 del 2015) ovvero ad un’altra causa oggettivamente idonea a ledere il vincolo fiduciario (v. in tal senso Cass. n. 3136 del 2015), mentre esula da tale nozione l’impossibilità oggettiva della prestazione lavorativa derivante da stato di malattia.

10.Proprio con riferimento a fattispecie analoga alla presente, in cui la perdita del lavoro derivava da dimissioni motivate da stato di malattia, questa Corte di cassazione con la sentenza n. 29481/2008 ha ribadito, uniformandosi alla citata giurisprudenza costituzionale, che la disoccupazione è involontaria quando è dovuta a dimissioni rassegnate per il comportamento di un altro soggetto, ovvero riconducibili ad una causa insita in un difetto del rapporto di lavoro, così grave da impedirne la provvisoria esecuzione. Si fa riferimento, con evidenza, al fatto del datore di lavoro o al fatto del terzo, non già alla situazione soggettiva del lavoratore, la cui scelta, ancorché dettata da motivi di salute, rimane tuttavia volontaria.

11.Peraltro, interpretando l’art. 34 comma cinque della legge n. 44/1998 in modo da escludere dal divieto di erogazione dell’indennità di disoccupazione anche l’ipotesi di dimissioni volontarie motivate da malattia si finirebbe per orientare la prestazione medesima verso il soddisfacimento di bisogni diversi da quelli cui mira il trattamento dell’indennità di disoccupazione espressamente disciplinato sulla base di una fattispecie concreta che la norma individua in modo espresso, laddove, peraltro, l’ordinamento appresta altre e specifiche tutele al lavoratore che versa in stato di malattia o che si dimostri essere inidoneo definitivamente all’espletamento delle proprie mansioni.

12.A tale orientamento deve darsi continuità per le ragioni sin qui rappresentate che lo fanno preferire al recente arresto di Corte di cassazione n. 1105/2015 che ha ritenuto di poter ricondurre alla medesima ratio delle dimissioni per giusta causa le dimissioni motivate da ragioni di salute.

13.La Corte di Appello impugnata ha, dunque, in sostanza esteso la sentenza interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 269/2002 ad un caso diverso e non contemplato dalla medesima, vale a dire alle dimissioni per motivi di salute che non sono coperte dalla sentenza in parola.

14.La sentenza impugnata deve pertanto essere cassata. La causa, non risultando necessari ulteriori accertamenti in fatto, può essere decisa nel merito col rigetto della domanda introduttiva.

15.Stante la non uniformità dei precedenti di legittimità le spese di tutti i gradi del giudizio vanno compensate.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da P.R. ; dichiara compensate tra le parti le spese dell’intero processo.


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