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Quando querelare per calunnia

24 maggio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 maggio 2017



Quando si configura il reato di calunnia e cosa fare se si è falsamente accusati. Differenze tra calunnia e diffamazione e tra denuncia e querela.

Come già spiegato più in dettaglio in altro articolo (leggi Reati perseguibili d’ufficio e su querela),  la querela è l’atto con il quale una persona (cosiddetta querelante) comunica alla autorità giudiziaria il fatto di essere stato, a suo giudizio, vittima di uno o più reati.

La caratteristica specifica della querela, che la differenzia dalla denuncia, è che essa costituisce una «condizione di procedibilità» dell’azione penale: rispetto ad alcuni reati, infatti, la legge prevede che il colpevole possa essere processato e punito solo in presenza della proposizione di formale atto di querela contenente esplicita «istanza di punizione»[1] la cui funzione specifica è quella di rimuovere un ostacolo giuridico all’esercizio dell’azione penale.

La denuncia, invece, senza voler ripetere le considerazioni più ampiamente svolte nell’articolo cui si è fatto riferimento, non è condizione di procedibilità anche se svolge la medesima funzione di comunicare (informare) la autorità giudiziaria della commissione di reati.

Chiarita brevemente la differenza tra l’atto di «querela» e quello di «denuncia» vediamo più da vicino il reato di calunnia e quello di diffamazione con il quale viene spesso confuso.

Cos’è la calunnia?

La calunnia è un reato inserito nel codice penale [2] tra i delitti contro l’amministrazione della giustizia e si configura quando, dal punto di vista della persona offesa, si viene falsamente accusati  della commissione di un reato.  La falsa incolpazione deve essere stata determinata dalla consapevole volontà (il dolo) di accusare falsamente una persona pur sapendola innocente. Facciamo un esempio che possa meglio chiarire i termini della questione.

Ipotizziamo che a Tizio sia rubata la propria autovettura. Tizio crede, avendo intravisto il ladro, che il furto sia stato commesso da Caio e, con questa convinzione, lo denuncia ai carabinieri. Successivamente sarà accertato, nel corso delle indagini, che Caio è del tutto estraneo al reato perché, ad esempio, nel momento in cui veniva perpetrato il furto della autovettura di Tizio, si trovava in un altro luogo (ha cioè un alibi).

Caio è stato, perciò, falsamente accusato da Tizio per il furto della propria autovettura. La domanda a questo punto è la seguente: Tizio, avendo falsamente incolpato Caio, è responsabile per la calunnia ai suoi danni? Nell’esempio che si sta facendo, non può ritenersi che Tizio abbia calunniato Caio perché, se è vero com’è vero, che l’accusa di furto è poi risultata essere falsa, è altrettanto vero che Tizio ha accusato Caio credendo – erroneamente – che lo stesso fosse il ladro della propria autovettura.

Per potersi configurare la calunnia, in altri termini, è necessario che la falsa incolpazione per il reato sia consapevole e volontaria e non il frutto di errate percezioni che finiscono, inconsapevolmente, per accusare una persona innocente della commissione di un reato.

Calunnia e diffamazione: differenze

Spesso, anche a causa del lessico comune, capita che i diversi reati di «calunnia» e «diffamazione» siano tra loro confusi oppure che si parli dell’uno e dell’altro indistintamente. Succede di sentire dire, ad esempio, frasi del tipo «sono stato calunniato perché è stato detto che ho delle relazioni extraconiugali» oppure perché «è stato detto che ho espresso giudizi negativi sulla moglie del vicino» e così via.

In realtà, tutte queste cose che potremmo definire “maldicenze” potrebbero essere considerate «diffamazione» [3]  ma non di certo «calunnia». Procediamo con ordine.

La diffamazione

Ciascuna norma penale si prefigge l’obiettivo di tutelare uno o più  specifici beni giuridici: per il furto, ad esempio, il bene giuridico tutelato è il patrimonio; per la rapina si ritiene che i beni giuridici tutelati siano sia il patrimonio che la libertà personale della vittima.

Per la diffamazione il bene giuridico tutelato della legge è la reputazione che può essere intesa quale opinione sociale dell’onore e della rispettabilità della persona all’interno del proprio contesto di vita nel tessuto sociale.

Il reato rientra tra quelli perseguibili solo a querela di parte che va necessariamente proposta nel termine di tre mesi da quando si è venuti a conoscenza della commissione del reato.

Senza entrare più nello specifico delle caratteristiche della diffamazione possiamo scrivere che affinché possa configurarsi il reato è necessario che l’offesa alla altrui reputazione sia fatta, in assenza della persona offesa, comunicando con più persone. Tizio, ad esempio, parlando con Mevio e Caio, offende la reputazione di Sempronio.

Esempio tipico, sempre più frequente, è la diffamazione utilizzando Facebook: se il post o il commento è di carattere offensivo, questo comportamento integra l’ipotesi della cosiddetta diffamazione a mezzo della stampa (specifica ipotesi di diffamazione aggravata) essendo il commento diretto a un gruppo indeterminato di persone [4].

La calunnia

La calunnia consiste, come già detto, nell’incolpare falsamente una persona della commissione di un reato anche se si sa che la stessa è innocente.

Per potersi configurare il grave reato in oggetto, è necessario che la falsa accusa sia fatta, anche in maniera anonima, alla autorità giudiziaria o a altra autorità che ha il dovere di riferire alla autorità giudiziaria (es. polizia, carabinieri).

Non si tratta, perciò, di una offesa generica alla reputazione o all’onore dell’incolpato (come per il caso della diffamazione) ma della falsa attribuzione della commissione di un reato (anche se non direttamente indicato) nella consapevolezza che l’accusa è falsa perché l’incolpato è innocente.

La pena prevista dalla legge per il «calunniatore» è, nelle ipotesi non aggravate, da due a sei anni di reclusione. La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.

Specifica circostanza aggravante che determina l’aumento della pena  fino a un massimo di venti anni  è prevista per il caso in cui dalla falsa incolpazione derivi una condanna all’ergastolo. In considerazione della condanna che eventualmente sia conseguenza della falsa incolpazione, la legge prevede degli specifici aumenti di pena.

La denuncia per la calunnia

Così come impropriamente capita che si confondano i reati di «diffamazione» e quello decisamente più grave di «calunnia», allo stesso modo si tende a confondere la «querela» con la «denuncia» come se fossero atti tra loro equivalenti. In realtà, come già sopra chiarito, si tratta di atti tra loro distinti sia pur accomunati dalla stessa funzione di portare a conoscenza della autorità giudiziaria il fatto che determinati reati sono stati commessi.

La «calunnia» appartiene alla categoria dei reati cosiddetti «perseguibili di ufficio». La perseguibilità di ufficio di un reato sta, in buona sostanza, a significare che per la loro perseguibilità penale non è necessaria «l’istanza di punizione» elemento caratteristico dell’atto di querela e che, quindi, una volta presentata una denuncia per la calunnia, il procedimento che si instaurerà proseguirà indipendentemente dalla volontà di chi quella denuncia ha prodotto.

Facciamo un esempio: Tizio denuncia Caio perché questi, pur nella consapevolezza della innocenza di Tizio, lo ha diffamato accusandolo di essere un truffatore. Sulla base della denuncia di Tizio gli organi inquirenti (l’ufficio del pubblico ministero) avvieranno delle indagini. Cosa succede se Tizio dovesse decidere di ritirare la denuncia?  Il procedimento avrà comunque il suo corso indipendentemente dalla volontà di Tizio, non essendo prevista dalla legge la possibilità di rimessione della denuncia, diversamente da quanto previsto per la querela, la cui rimessione estingue il procedimento.

Cosa fare se si è stati calunniati?

Se si è stati falsamente accusati di aver commesso dei reati, occorre presentare «denuncia» alla competente autorità giudiziaria, indicando sulla base di quali elementi si ritiene sussistente la calunnia ovvero, per dirla in altri termini, per quali motivi l’accusa è da considerare falsa e i motivi per i quali si debba ritenere che il calunniatore lo abbia fatto dolosamente.

Non è sufficiente, in altri termini, che il calunniato si limiti a professare la sua innocenza (questo lo farà nel processo che eventualmente dovesse tenersi sulla base della falsa incolpazione) perché in questa ipotesi, con ogni probabilità, la denuncia, non essendo suffragata da altri elementi, non darà corpo ad alcun procedimento (archiviazione).

La persona falsamente accusata dovrà indicare quali sono gli elementi che dimostrano la falsità delle accuse mosse a suo carico o, comunque, fornire agli inquirenti delle indicazioni utili alle indagini a suo favore (fornendo ad esempio un alibi, indicare il nome di altre persone che possono confermare i fatti, produrre documenti a discolpa) e quant’altro ritenuto utile alla dimostrazione della sua innocenza e alla correlativa responsabilità dolosa dell’accusatore.

note

[1] L’istanza di punizione è l’esplicita volontà di perseguire e punire il colpevole; nel corpo dell’atto il querelante deve specificare questa sua volontà.

[2] Art. 368 cod. pen.: “Chiunque, con denuncia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne o alla Corte penale internazionale, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni.

La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato pel quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.

La reclusione è da quattro a dodici anni, se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni; è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo”.

[3] Art. 595 cod. pen.

[4] Cass. Sent.  n. 24431/15 del 08.06.2015.

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