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Come capire se un rapporto di lavoro è subordinato o autonomo?

22 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 luglio 2017



Per capire se un lavoratore è subordinato o autonomo la legge detta alcuni indici di riferimento su cui si basa la differenza. Vediamo quali sono.

Immaginiamo di lavorare per un’azienda da da colloboratori “esterni”. Ad esempio, ipotizziamo di essere dei commercialisti e di lavorare per una ditta occupandoci di elaborare le buste paga dei dipendenti di quest’ultima. Come capire se siamo dei lavoratori autonomi o se, invece, avremmo dovuto essere inquadrati come dipendenti a tutti gli effetti? Il dubbio è lecito: magari la ditta sta cercando di eludere la normativa prevista in materia e che pone a carico del datore di lavoro nel caso di rapporto subordinato oneri ben più significativi. Il nostro ordinamento, infatti, prevede delle tutele più incisive per il lavoratore subordinato sia nella fase di costituzione del rapporto di lavoro, sia durante il suo svolgimento, con il pagamento delle mensilità, degli orari, dei permessi. A ciò si aggiungono gli oneri al momento della cessazione del rapporto: si pensi al licenziamento e al pagamento del tfr.

Come capire, quindi, se un rapporto di lavoro è subordinato o autonomo? Ancora una volta, come spiegato dal Tribunale di Napoli in una recente sentenza [1], a venire in nostro aiuto sono la legge e la giurisprudenza che, negli anni, hanno elaborato degli “indici” in presenza dei quali il rapporto di lavoro può considerarsi “subordinato”, anche se da contratto risulta una collaborazione a progetto o, comunque, un rapporto parasubordinato.

La vicenda

La controversi su cui il Tribunale di Napoli si pronuncia riguarda la domanda di due operai che avevano lavorato per un’impresa di pulizie senza ricevere lo stipendio. Chiedevano, quindi, che si accertasse l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e che la ditta fosse condannata al pagamento delle differenze retributive e del tfr.

Rapporto di lavoro subordinato: quando?

Partiamo dal presupposto: il contratto, e cioè quello che scrive il datore di lavoro sulla carta, non conta nulla. A fare la differenza sono le modalità concreto in cui il rapporto si svolge.

Il rapporto di lavoro subordinato [2] si differenzia da quello autonomo o parasubordinato, per prima cosa, per un elemento fondamentale: è il vincolo di soggezione del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro. In sostanza, il lavoratore non è autonomo in tutto e per tutto ma deve sempre rispettare le direttive e le decisioni organizzative e sottostare a eventuali sanzioni di un altro soggetto, il datore di lavoro – che può essere una persona fisica o una società.

Posto questo elemento principale, ad esso si affiancano i cosiddetti requisiti sussidiari: si tratta di indici la cui presenza fa presumere l’esistenza di un rapporto subordinato. Attenzione: sono semplici indizi che, quindi, devono essere supportati da altri elementi. Vediamo quali sono:

  • occorre considerare come le parti hanno qualificato il rapporto nel momento in cui hanno stipulato il contratto;
  • se il lavoratore non assume alcun rischio, molto probabilmente si tratta di rapporto subordinato;
  • se il lavoratore è inserito in un’organizzazione stabile (con una propria sede e un proprio centro d’affari), molto probabilmente si tratta di rapporto subordinato;
  • continuità della prestazione;
  • osservanza di un orario di lavoro;
  • forma e modalità della retribuzione: bisogna vedere se lo stipendio è fisso o corrisposto periodicamente;
  • oggetto della prestazione: occorre capire se si tratta di obbligazione di mezzi (quelle, cioè, la cui corretta e diligente esecuzione non è detto produca il risultato desiderato: ad esempio, quella del medico o dell’avvocato) o di risultato (in tal caso la condotta dell’obbligato, esplicata con la dovuta diligenza ed accortezza, deve produrre l’esito avuto di mira dalle parti: ad esempio, quella di un geometra);
  • occorre capire se il lavoratore si serve di collaboratori gestiti e retribuiti da egli stesso o opera personalmente: nel primo caso è probabile che il rapporto di lavoro sia autonomo;
  • se il lavoratore utilizza strumenti propri (lavora presso il suo studio, con il suo computer, la sua stampante, ecc…), è probabile che stia svolgendo un lavoro autonomo;
  • se il lavoratore deve giustificare le assenze dal lavoro è probabile che si parli di lavoro subordinato;
  • diritto alle ferie retribuite: in tal caso, è probabile che stiamo parlando di lavoro dipendente);
  • esclusività della prestazione a favore di un solo datore di lavoro: significa che il lavoratore subordinato può lavorare per una sola azienda mentre un avvocato, per esempio, può collaborare con diversi studi legali.

Rapporto di lavoro autonomo: quando?

Quanto abbiamo appena detto, permette di focalizzare quelle che sono le caratteristiche del lavoro autonomo [3] che, a differenza del lavoro subordinato, è caratterizzato dalla gestione a proprio rischio dell’attività lavorativa e dalla sua organizzazione direttamente da parte dello stesso prestatore, il quale resta assolutamente  libero di determinare in modo, appunto, autonomo, l’oggetto, il tempo, il luogo della prestazione da svolgere. Unico elemento in comune è dato dalla presenza in entrambi di un corrispettivo per l’opera prestata.

Se quegli indici di cui abbiamo detto vengono solo enunciati ma non sostenuti da prove concrete, non si potrà pretendere nulla, non essendo stata dimostrata la subordinazione.

note

[1] Trib. Napoli sent. n. 3694 dell’11.05.2017.

[2] Art. 2094 cod. civ.

[3] Artt. 2222 e ss. cod. civ.

Fonte della sentenza: lesentenze.it

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