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Lo sai che? Prestito non restituito: cosa fare?

Lo sai che? Pubblicato il 21 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 maggio 2017

È reato di appropriazione indebita non restituire un prestito a un amico? Come ottenere indietro i soldi.

Non restituire i soldi avuti in prestito da un amico non costituisce reato di appropriazione indebita. Per cui, il creditore non ha la possibilità di querelare chi non gli ridà ciò che gli spetta. Il penale scatta solo quando la somma viene consegnata con una precisa finalità e detto scopo non viene rispettato. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente e interessante sentenza [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo quando si può denunciare chi non restituisce i soldi prestati.

Se hai già letto il nostro articolo Contratto di mutuo tra privati saprai già che tutte le volte in cui un soggetto, non necessariamente una banca, presta dei soldi a un’altra persona, realizza ciò che il codice civile chiama mutuo. Il mutuo tra privati è quindi possibile. Ma come si fa un prestito tra privati? Tutto ciò che la legge richiede è la consegna materiale della somma e, se previsti, che gli interessi non siano superiori al tasso dell’usura. Per il resto le parti possono liberamente stabilire i loro accordi, anche con una semplice stretta di mano, senza dover ricorrere al contratto scritto. Contratto che, tuttavia, è opportuno siglare non fosse altro per via del fatto che, in caso di inadempimento, è più facile ottenere la condanna del giudice (infatti, se il credito è documentato da una prova scritta si può ottenere un decreto ingiuntivo).

Ma che succede se il beneficiario del prestito non rispetta i patti e non intende più ridare la somma che gli era stata mutuata? Si può denunciare chi non restituisce i soldi prestati? Secondo la Cassazione la risposta è negativa: non scatta, in questi casi, il reato di appropriazione indebita. Né alcun altro reato.

Il reato di appropriazione indebita – spiega la Corte – scatta solo quando i soldi «siano stati consegnati dal legittimo proprietario, ad altri con specifica destinazione di scopo che venga poi violata attraverso l’utilizzo personale da parte dell’agente». Un esempio servirà a chiarirci le idee.

Posso denunciare chi non mi restituisce i soldi prestati?

Immaginiamo una persona che, non potendo recarsi dall’amministratore di condominio per pagare le proprie quote ordinarie, dia incarico a un vicino di casa di farlo al posto suo. Così gli consegna del denaro contante in una busta. Dopo qualche giorno, però, scopre che il vicino non ha fatto ciò che gli era stato chiesto. Gli chiede chiarimenti e questi, con una giustificazione poco convincente, asserisce di non aver fatto ancora in tempo ad andare allo studio dell’amministratore. Fatto sta però che, nel frattempo, ha speso tutti i soldi – che gli erano stati dati – per se stesso, avendo delle bollette in scadenza, ma con la promessa di restituire la somma al legittimo proprietario nel più breve tempo possibile. Cosa che non avviene. Cosa può fare il titolare del denaro? In questo caso, chi non restituisce i soldi commette reato di appropriazione indebita e può essere querelato. Infatti, in tale ipotesi, la somma era stata consegnata per adempiere a una specifica finalità, che non è stata mantenuta.

Immaginiamo invece che una persona, avendo dei debiti, chieda a un amico di prestargli dei soldi e che questi acconsenta, non volendo neanche gli interessi, ma solo la rassicurazione che di lì a un mese glieli restituisca. Cosa che, neanche in questa ipotesi, avviene. Cosa deve fare il creditore per riavere il denaro che gli spetta? In tale situazione non vi è alcun reato e l’unico rimedio resta quello civilistico del «recupero crediti»: una causa civile che culmini con un ordine di condanna da parte del giudice e – in caso di inadempimento ulteriore – il pignoramento. Posti i tempi lunghi dei giudizi civili, il creditore può cautelarsi facendosi firmare una promessa di pagamento o un’ammissione di debito, in quanto documenti scritti che giustificano l’emissione di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo. Ma è chiaro che se il debitore è nullatenente, poco si può fare in termini pratici per recuperare i soldi prestati (leggi A un nullatenente conviene fargli causa?).

note

[1] Cass. sent. n. 24857/17 del 18.05.2017.

[2] Art. 646 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 21 aprile – 18 maggio 2017, n. 24857

Presidente Diotallevi – Relatore Pardo

Ritenuto in fatto

1.1 Con sentenza in data 11 luglio 2016 la Corte di appello di Salerno, in parziale riforma della pronuncia di primo grado del Tribunale monocratico di Salerno, riduceva le pene inflitte a F.D. , G.P. e F.G. , in ordine al reato loro in concorso ascritto di appropriazione indebita.

1.2 Riteneva il giudice di appello dovere confermare l’affermazione di responsabilità dei tre imputati in relazione alla condotta di appropriazione di una somma di denaro pari ad Euro 30.000,00 che era stata loro precedentemente prestata dalla congiunta G.A. .

1.3 Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore degli imputati deducendo, con unico motivo, violazione di legge in relazione ai presupposti del delitto di appropriazione indebita non configurabile nei confronti di somme date in prestito e, pertanto, concesse in mutuo le quali, per definizione, devono ritenersi acquisite al patrimonio dei mutuatari con la conseguenza di rendere impossibile l’interversione nel possesso.

Considerato in diritto

2.1 Il ricorso è fondato e deve pertanto essere accolto.

Ed infatti in tema di prestito di somme di denaro questa Corte con affermazione risalente nel tempo ma ancora valida stante l’immutabilità del quadro normativo di riferimento ha affermato che la specifica indicazione del “denaro”, contenuta nell’art. 646 cod pen, rende evidente che il legislatore ha inteso espressamente precisare, allo scopo di evitare incertezze e di reprimere gli abusi e le violazioni del possesso del danaro, che anche questo può costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, in conseguenza del fatto che anche il danaro, nonostante la sua ontologica fungibilità, può trasferirsi nel semplice possesso, senza che al trasferimento del possesso si accompagni anche quello della proprietà. Ciò di norma si verifica, oltre che nei casi in cui sussista o si instauri un rapporto di deposito o un obbligo di custodia, nei casi di consegna del danaro con espressa limitazione del suo uso o con un preciso incarico di dare allo stesso una specifica destinazione o di impiegarlo per un determinato uso: in tutti questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del proprietario e, ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (Sez. 2, n. 4584 del 25/10/1972, Rv. 124301).

Ne deriva affermare che il denaro può essere oggetto di interversione nel possesso, e conseguente appropriazione indebita solo quando sia consegnato dal legittimo proprietario, ad altri con specifica destinazione di scopo che venga poi violata attraverso l’utilizzo personale da parte dell’agente; solo ove il mandatario violi quindi il vincolo fiduciario che lo lega al mandante e destini le somme a scopi differenti da quelli predeterminati può integrarsi una condotta di appropriazione indebita. Viceversa, ove si sia in presenza della mancata restituzione di somme date o concesse in qualunque forma di prestito, l’inadempimento dell’obbligo non determina l’integrazione della fattispecie delittuosa di cui all’art. 646 cod.pen. poiché il contratto di mutuo pur se stipulato tra soggetti appartenenti allo stesso nucleo familiare non comporta alcuna destinazione di scopo del denaro versato. Difatti con il mutuo, per definizione, il denaro versato transita dalla proprietà del mutuante a quella del mutuatario, che è libero di disporne secondo i propri voleri; tale è infatti l’inequivocabile contenuto dell’art. 1814 codice civile secondo cui le cose date a mutuo passano di proprietà al mutuatario sicché, ne consegue, che la mancata restituzione non comporta alcuna interversione nel possesso proprio perché il trasferimento è antecedente al momento di trasferimento del denaro.

E poiché nel caso di specie risulta pacificamente dalla lettura dell’imputazione, dall’analisi degli atti del giudizio di primo e secondo grado, che la parte offesa aveva dato in prestito quella somma di denaro agli imputati, i quali ne avevano bisogno per sostenere alcune spese personali, la mancata restituzione della stessa non è idonea ad integrare una ipotesi delittuosa riconducibile alla fattispecie penale di cui all’art. 646 cod.pen..

Pertanto, pur essendo indiscutibile ed incontestato in questa sede l’inadempimento all’obbligo di restituzione commesso dagli imputati, gli stessi devono andare assolti dal delitto loro contestato perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


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