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Lo sai che? I rapporti di commensalità

Lo sai che? Pubblicato il 21 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 maggio 2017

Chi sono i commensali e quando tra due persone si può dire vi sia un rapporto di amicizia tale da pregiudicare l’imparzialità di una decisione?

L’Italia è uno dei pochi Paesi che, per definire le possibili relazioni extralavorative tra due soggetti che potrebbero dar luogo a imparzialità in una decisione (come quella di un commissario in un concorso o di un giudice in una sentenza) parla di «rapporti di commensalità»; il che la dice lunga sul fatto di come determinati rapporti di amicizia si formino e si consolidino proprio a tavola mentre si mangia. Alla lettera, i «commensali abituali» sono quelli che vanno a pranzo o a cena insieme, le persone che si siedono accanto in una mensa o quelli che sono soliti fare colazione nello stesso bar e consumare cornetto e cappuccino mentre scambiano quattro chiacchiere. Ovviamente il rapporto di commensalità non deve essere necessariamente «a due», potendo le persone essere «commensali abituali» anche se sono solite frequentare la stessa comitiva di amici e mangiare in gruppo. Ad ogni modo la dizione della legge è stata notevolmente ampliata fino a ricomprendervi ogni tipo di relazione non lavorativa o professionale che possa implicare un tipo di dialogo confidenziale e di aggregazione.

Cerchiamo dunque di comprendere cosa sono i rapporti di commensalità e quando si può dire che due persone sono commensali. Con questa precisazione: a chiarirlo non è la legge, ma le numerose sentenze della giurisprudenza che si sono succedute sul tema.

Ma quando i rapporti di commensalità possono essere rilevanti per la legge? In genere, l’ipotesi principale è quella legata all’imparzialità del giudice, che consente a una delle parti di chiederne la ricusazione [1]. La stessa norma però si applica anche ai rapporti tra membro di una commissione di concorso e candidato [2] e agli arbitri che decidono una controversia ad essi deferita.

Vediamo ora cosa si intende con l’espressione commensali abituali. Iniziamo dalla fine, ossia dai tempi nostri. L’amicizia sul social network non è, secondo il Tar Sardegna, classificabile tra i rapporti di commensalità [3]. È noto infatti che spesso le persone vantano, tra i propri contatti su Facebook, altri utenti senza aver mai avuto alcuna relazione con questi, tantomeno rapporti di confidenza. Quindi il fatto che un commissario di un concorso sia “amico” su un social di uno dei candidati non invalida il giudizio né pregiudica l’imparzialità della valutazione. La decisione è stata comunque oggetto di critica da parte di alcuna dottrina secondo cui, anche se tra due persone in contatto su internet vi fosse un rapporto di confidenza, non è detto che venga alla luce, potendosi limitare a uno scambio segreto di messaggi non controllabile all’esterno.

Una delle migliori definizioni di «rapporto di commensalità» la troviamo invece in un precedente del Tribunale di Milano [4] secondo cui «il motivo di ricusazione indicato con l’espressione “commensale abituale di una delle parti” ricorre quando il giudice abbia con la parte una frequenza di contatti e di rapporti di tale continuità da far dubitare della sua imparzialità e serenità di giudizio (nella specie, il presidente del tribunale ha rigettato l’istanza di ricusazione proposta contro un pretore, appartenente al “collettivo” di redazione di una rivista di cui era membro anche una delle parti, avendo ritenuto non provata la continuità di contatti e non rilevante la eventuale comunanza di idee)».

Secondo il Tar Lazio [5], la condivisione del medesimo ambiente di lavoro, peraltro utilizzando ambienti contigui, non è in grado di per sé di far ritenere sussistente una ipotesi di abituale commensalità, a meno che ciò non abbia dato luogo ad una reciproca compenetrazione delle rispettive attività professionali dal punto di vista tecnico-organizzativo, in misura tale da potersi assimilare alla confidenza e alla reciproca fiducia che connotano i rapporti tra conviventi o tra commensali abituali. Pertanto, in mancanza di prove specifiche al riguardo, non risulta percorribile una interpretazione estensiva che comprenda nell’ambito dell’obbligo di astensione per convivenza o commensalità abituale ogni situazione che possa indurre a ravvisare anche il semplice sospetto di apparente parzialità.

Sempre il Tar Lazio [6] offre un ulteriore elemento per chiarire cosa sono i rapporti di commensalità: la semplice «conoscenza» è cosa ben diversa dall’amicizia e, quindi, dalla commensalità. Quindi la richiesta di ricusazione di un giudice, di un arbitro o di un commissario deve essere fondata su prove specifiche di un rapporto di amicizia continuo e non su semplici presunzioni basate sul fatto che due persone frequentino normalmente gli stessi luoghi, dando vita ciò a una mera situazione di conoscenza.

Interessante la pronuncia del Tribunale di Genova [7] che estende il concetto di commensalità ai condomini dello stesso stabile. Nel caso di specie, è stata accolta una richiesta di ricusazione di un arbitro, in quanto «commensale abituale» del difensore di una delle parti, per esercitare continuativamente la professione legale nella stessa unità immobiliare ove esercita la professione anche il difensore (nella specie, il padre dell’arbitro, parimenti avvocato nella stessa unità immobiliare, aveva concesso al difensore una stanza in comodato gratuito, memore della stretta amicizia che lo legava al nonno di quest’ultimo). Di diverso avviso la Cassazione [8] secondo cui anche la condivisione del medesimo studio non sempre dà luogo a commensalità. A riguardo la Corte ha detto che, in tema di ricusazione dell’arbitro, la formula contenuta nel codice di procedura civile che prevede tra le cause di astensione obbligatoria la situazione di convivenza o di abituale commensalità con una delle parti o con taluno dei difensori, non può essere estesa fino al punto di ricomprendere l’ipotesi dell’arbitro esercente l’attività di avvocato che condivida lo studio o comunque lo stesso ambiente con i difensori di una delle parti del procedimento arbitrale, a meno che non risulti che la condivisione del medesimo ambiente di lavoro non si sia limitata all’utilizzazione di ambienti contigui, ma abbia dato luogo ad una reciproca compenetrazione delle rispettive attività professionali dal punto di vista tecnico – organizzativo (come, ad esempio, si verifica con la abituale condivisione della difesa tecnica nei medesimi processi), ovvero anche solo dal punto di vista economico, in misura tale da potersi assimilare alla confidenza ed alla reciproca fiducia che connotano i rapporti tra conviventi o tra commensali abituali».

note

[1] Art. 51 cod. proc. civ.

[2] Tar. Veneto, sent. n. 57/1997: « Le norme sull’incompatibilità dei membri di una commissione di concorso si desumono da quelle che regolano i collegi giurisprudenziali, e cioè dall’art. 51 e ss. c.p.c. A tenore delle norme predette versa in stato di incompatibilità “assoluta”, con conseguente obbligo di astensione, pena la illegittimità di tutte le operazioni compiute colui che è (o la cui moglie è) “parente fino al quarto grado, o legato da vincoli di affiliazione o convivente o commensale abituale” di un candidato. È pertanto illegittima la procedura concorsuale nella quale un commissario risulta essere cognato di un candidato e cugino di altro candidato». E così, secondo Cons. St. sent. n. 8/1999, sussiste l’incompatibilità quando « i rapporti personali » fra esaminatore ed esaminando siano tali da far sorgere il « sospetto » che il candidato sia stato giudicato non in base al risultato delle prove, bensì in virtù delle conoscenze personali ovvero quando sia accertata la sussistenza di rapporti personali diversi e più saldi di quelli che di regola intercorrono tra maestro e allievo.

[3] Tar Sardegna, sent. n. 281/2017.

[4] Trib. Milano, sent. del 9.07.1981.

[5] Tar Roma-Lazio, sent. n. 10473/2013.

[6] Tar Roma-Lazio, sent. n. 40/2011.

[7] Trib. Genova, sent. del 4.05.2006.

[8] Cass. sent. n. 17192/2004.


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