Donna e famiglia Se il figlio non cerca lavoro ha diritto agli alimenti?

Donna e famiglia Pubblicato il 14 luglio 2017

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Se un figlio chiede gli alimenti al genitore perché non lavora né cerca un’occupazione, ha diritto a riceverli? Vediamo cosa accade se si è disoccupati… per scelta.

La legge stabilisce che, all’interno del gruppo familiare, un soggetto (il padre, la madre, i figli) devono versare una somma di denaro a colui che si trova in uno stato di bisogno, quando non è in grado di provvedere in modo autonomo al proprio sostentamento perché senza redditi e non capace di procurarseli. Si tratta dei cosiddetti alimenti [1]. Esempio: il marito versa gli alimenti alla ex moglie se questa, gravemente malata, non è in grado di lavorare e, quindi, di pagare l’affitto di casa. Ma cosa accade nel caso in cui, ad esempio, il figlio chiede gli alimenti al padre perché non lavora, anche se – in realtà non vuole lavorare – e non cerca un’occupazione? A rispondere è il Tribunale di Novara [2]: la richiesta torna al mittente, nel senso che se il figlio non lavora e non si impegna nel cercare un impiego non può pretendere gli alimenti dal genitore.

La vicenda

Il figlio di un uomo – disoccupato – si rivolgeva al giudice per chiedere che il padre tornasse a corrispondergli gli alimenti, dato che – fino ad allora – era stata la madre a occuparsi del suo mantenimento. Il giudice accertava che il ragazzo non si era mai impegnato seriamente nel cercare un impiego e, anzi, aveva rifiutato numerose proposte lavorative.

 Alimenti: cosa sono?

Presupposto del diritto agli alimenti è l’impossibilità da parte di chi li chiede di provvedere in maniera autonoma al proprio sostentamento economico perché sprovvisto di redditi e non in grado di procurarseli. Colui, quindi, che li versa ha il dovere di assicurare una cifra sufficiente da utilizzare per i bisogni primari del soggetto richiedente.

Alimenti: quando versarli?

La legge stabilisce dei presupposti ben precisi che possono giustificare la richiesta degli alimenti:

  • lo stato di bisogno oggettivo in cui si trova il richiedente: per esempio, l’ex moglie non ha un tetto sulla testa perché non ha una casa ma non ha nemmeno i soldi per prenderne una in affitto;
  • l’impossibilità lavorativa: il richiedente, in altre parole, non lavora né può farlo perché, ad esempio, non ha più l’età per farlo, è malato o non riesce a trovare un’occupazione conforme alle proprie attitudini [3];
  • il soggetto a cui si fa la richiesta è in grado di pagare gli alimenti nel senso che deve avere un reddito sufficiente per poterli corrispondere.

Alimenti: devo versarli a vita?

Una volta che il giudice stabilisce il dovere di versare gli alimenti a carico di un determinato soggetto, l’obbligo alimentare non è “a vita”: se, infatti, lo stato di bisogno e le capacità economiche dell’obbligato cambiano – anche la prestazione alimentare può ridursi, aumentare o cessare. Facciamo un esempio: il figlio a cui il padre versava gli alimenti si trasferisce all’estero e trova un buon lavoro. Lo stato di bisogno viene meno e il giudice può decidere che il padre non debba più versargli la somma.

Alimenti: se il figlio non lavora…

In base a quanto detto, se un figlio non ha un lavoro né lo cerca né dimostra di non riuscire a trovare un impiego per circostanze che non dipendono da una sua manchevolezza, può scordarsi gli alimenti. Stesso discorso per chi rifiuta occasioni di lavoro che gli vengono proposte. In casi come questi, il genitore non ha alcun obbligo nei confronti del figlio dato che viene a mancare quella impossibilità lavorativa di cui si è detto.

Diversa è la questione, invece, se un soggetto prova di aver inviato decine di curricula e di non essere stato convocato per qualche colloquio. Altre prove utili possono essere il certificato attestante l’iscrizione al centro per l’impiego o qualsiasi ulteriore elemento che potesse provare i tentativi messi in atto per porre fine alla propria situazione di disoccupazione.

note

[1] Artt. 433 e ss. cod. civ.

[2] Trib. Novara sent. n. 190 del 19.04.2017.

[3] Cass. sent. n. 21572 del 2006.

Fonte della sentenza: lesentenze.it


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