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Lo sai che? Di quanto adeguare l’affitto della parrocchia?

Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2017

Canone di concessione relativo a una parrocchia: il suo legale dice che l’adeguamento debba essere del 75% e non del 100%. È vero?

Il codice civile definisce come pertinenze le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un’altra cosa [1]. Le scale sono costituite dalle opere aventi la funzione di permettere l’accesso ai locali comuni ed alle porzioni di piano di una proprietà. Per cui, indipendentemente dalle loro caratteristiche costruttive (a rampa unica, a rampe parallele, ecc…) le scale appartengono all’immobile per tutta l’estensione della struttura. Nella nozione di scale vanno, pertanto, ricompresi tutti gli elementi costruttivi necessari alla predetta funzione (quali, ad esempio, i gradini, le ringhiere, i parapetti, i corrimani, la struttura portante, i pianerottoli, ecc…) nonché qualsiasi accessorio sia posto a loro completamento, servizio o abbellimento. Il vano scala, interno o esterno che sia, costituisce dunque parte integrante dell’immobile in quanto consente l’accesso e l’utilizzo da parte degli inquilini indipendentemente che si tratti di un locale ad uno abitativo che non abitativo.

Per questa ragione, l’uso di beni pubblici può essere consentito ad associazioni e organizzazioni di dipendenti pubblici, se previsto dalla legge, solo previa corresponsione di un canone determinato sulla base dei valori di mercato [2]. A decorrere dal 1° gennaio 1994, il canone degli alloggi concessi in uso personale a propri dipendenti dall’amministrazione dello Stato, dalle regioni e dagli enti locali, nonchè quello corrisposto dagli utenti privati relativo ad immobili del demanio, compresi quelli appartenenti al demanio militare, nonchè ad immobili del patrimonio dello Stato, delle regioni e degli enti locali, è aggiornato, eventualmente su base nazionale, annualmente, con decreto dei Ministri competenti, d’intesa con il ministro del Tesoro, o degli organi corrispondenti, sulla base dei prezzi praticati in regime di libero mercato per gli immobili aventi analoghe caratteristiche e, comunque, in misura non inferiore all’equo canone. A decorrere dal 1 gennaio 1995 gli stessi canoni sono aggiornati in misura pari al 75% della variazione accertata dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) dell’ammontare dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e impiegati, verificatesi nell’anno precedente: per cui, l’adeguamento Istat da applicare al caso specifico sarà pari al 75%.

Inoltre, la legge sull’equo canone [3] vieta che il contratto di locazione a uso commerciale (ossia non abitativo) possa prevedere un aggiornamento del canone di affitto in misura superiore al 75% della rivalutazione Istat.

La Corte di Cassazione [4] ha chiarito che, per le locazioni di immobili per uso non abitativo, il canone locativo può essere liberamente determinato dalle parti ed è pertanto valida la clausola che preveda la determinazione dell’importo in misura variabile e crescente nel tempo oppure con variazioni in aumento al verificarsi di eventi oggettivi predeterminati (come l’aumento del fatturato del conduttore), ma tali aumenti non possono mai essere legati alle variazioni del potere di acquisto della moneta.

Conforme è la giurisprudenza.

La Corte di Cassazione [5] ha statuito che in tema di locazione, la richiesta di aggiornamento del canone da parte del locatore si pone come condizione per il sorgere del relativo diritto, con la conseguenza che il locatore stesso può pretendere il canone aggiornato solo dal momento di tale richiesta, senza che sia configurabile un suo diritto ad ottenere il pagamento degli arretrati, e ciò sia in caso di locazione di immobili ad uso non abitativo, giusta la legge cosiddetto sull’equo canone, sia in caso di locazioni ad uso abitativo.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Rossella Blaiotta

note

[1] Art. 817 cod. civ.

[2] In base al disposto dell’art. 9 della legge 537 del 24.12.1993.

[3] L. n. 392 del 27.07.1978.

[4] Cass. sent. n. 11608 del 2010.

[5] Cass. sent. n. 11675 del 26.05.2014.


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