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Ritenute non versate: che fare?

22 Maggio 2017


Ritenute non versate: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 Maggio 2017



Quando il sostituto di imposta opera la trattenute alla fonte ma poi non versa le imposte al fisco, cosa deve fare il contribuente sostituito?

Spesso, tanto i lavoratori autonomi quanto i dipendenti, sono vittime dei loro «sostituti di imposta» che, pur dichiarando di aver effettuato la trattenuta alla fonte (le cosiddette «ritenute»), non versano poi all’erario tali somme. Così, se non lo fa prima il proprio commercialista, gli sfortunati contribuenti vengono raggiunti dall’Agenzia delle Entrate per il recupero degli importi non versati rispettivamente dal cliente o dal datore di lavoro. Ma perché mai il fisco se la dovrebbe prendere con il lavoratore che nulla c’entra con l’evasione di un altro soggetto? Perché -secondo l’indirizzo della giurisprudenza maggioritaria – tra «sostituto d’imposta» e «sostituito» c’è una responsabilità solidale. In altre parole, laddove non paga l’uno, si può pretendere il pagamento dall’altro. Un indirizzo questo che, sebbene possa apparire iniquo, è stato sposato più volte dalla Cassazione. La situazione appare, per certi versi, paradossale: il contribuente, che ha ricevuto il pagamento del compenso per il proprio lavoro già al netto delle imposte, si trova a dover corrispondere le tasse, una seconda volta, sugli stessi importi. Con conseguente contrazione degli utili (che, per gli autonomi, diventa quasi un completo azzeramento). È normale in questi casi chiedersi, in caso di ritenute non versate, che fare.

In verità esiste anche qualche precedente a favore del contribuente «sostituito», ma solo per colui che ha ricevuto una parcella o una busta paga su cui è stata operata la ritenuta alla fonte. In pratica bisognerebbe distinguere due diverse situazioni: da un lato quella dei sostituti di imposta che hanno effettuato la ritenuta d’acconto, ma poi non l’hanno versata all’erario, da quelli che, invece, non l’hanno né effettuata, né versata. Solo in quest’ultimo caso – secondo tale interpretazione – vi sarebbe la responsabilità solidale tra sostituto d’imposta e sostituito; il che è ragionevole perché il sostituito ha ricevuto un pagamento al lordo delle imposte, ossia più alto di quello che avrebbe ottenuto se gli fosse stata fatta la ritenuta alla fonte. Quindi è giusto che paghi le tasse su tali importi. Tale indirizzo interpretativo appare più conforme alla legge [1] secondo cui la responsabilità solidale del sostituito si limita alle sole ipotesi di ritenuta a titolo d’imposta non operata e non versata nonché alla sola fase della riscossione.

Secondo le pronunce di alcune commissioni tributarie regionali (parliamo, quindi, già del secondo grado), una volta acquisita la prova che le ritenute d’acconto siano state effettivamente operate, che il sostituito abbia ricevuto il proprio compenso al netto delle ritenute e che il sostituto abbia effettivamente acquisito la provvista necessaria a far fronte all’obbligo di versamento, l’Agenzia delle Entrate non può chiedere il pagamento delle ritenute non versate al professionista, all’autonomo o al dipendente; pertanto il sostituto resta il solo soggetto responsabile nei confronti del fisco [2].

Resta però l’orientamento contrario della Cassazione, sposato peraltro anche di recente [3], secondo cui il sostituito rimane responsabile in solido con il sostituto e, come quest’ultimo, è sottoposto al potere di accertamento dell’Agenzia delle Entrate e a tutti i correlati oneri. Resta comunque ferma la sua possibilità di agire in regresso, ossia chiedere al sostituto d’imposta la restituzione delle ritenute versate per suo conto al fisco, ossia degli importi da quest’ultimo trattenuti ma mai pagati all’erario.

note

[1] Art. 35 del Dpr 602/73.

[2] CTR Milano sent. n. 6550/49/16 del 6.12.2016; CTR Palermo, sent. n. 2047/25/16 del 26.05.2016; CTR Milano, sent. n. 23/49/16 del 11.01.2016.

[3] Cass. sent. n. 12076 del 13.06.2016; Cass. sent. n. 9933 del 14.05.2015.


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1 Commento

  1. Mi pare che l’orientamento giurisprudenziale ed anche l’orientamento della Cassazione, per quanto relativo al personale dipendente sia fuori dal mondo. Il dipendente non può, scegliere motu proprio di versare direttamente al fisco mensilmente ciò che gli deve. C’è una norma precisa che stabilisce che sia il datore di lavoro a prendere questi soldi e a versarli. Da questo momento in poi il dipendente non deve più essere molestato. La PA ha scelto così perchè le conviene ed inoltre è la sola che possa fare accertamenti. Quali strumenti ha in mano il dipendente? Nessuno. Sembra la storia del beileen ma almeno in questo ultimo caso puoi anche tenere il conto sotto la soglia e aprirne un altro da un’altra parte. Ma anche qui non si capisce la ratio. Sono mica socio della banca in cui deposito. E posso mica fare a meno di depositare…. A me paiono vessazioni belle e buone prive di fondamento logico e credo che bisognerebbe fare qualcosa. E , a lavorare ci vado per pagare le malversazioni dell’impresa? E cosa vuol dire…poi ti rivali? Faccio una causa all’impresa che va a rotoli per spendere altri soldi e non rivedere un centesimo? No. La finanza si rivolge al datore di lavoro e basta. Il dipendente ha gia, dato osservando la legge.

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