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Se l’ex moglie rifiuta un’offerta di lavoro va mantenuta?

22 maggio 2017


Se l’ex moglie rifiuta un’offerta di lavoro va mantenuta?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 maggio 2017



La moglie non perde l’assegno di mantenimento quando il rifiuto dell’offerta di lavoro è giustificato dall’occasionalità stessa dell’occupazione.

Si può ridurre o negare il mantenimento all’ex moglie che, nonostante il divorzio, può ancora lavorare e mantenersi da sola: è questa l’interpretazione ormai sposata da qualche anno dalla Cassazione. Tuttavia si tratta di una posizione ancora altalenante, tra aperture più favorevoli all’uomo ed altre più rigorose come quella emessa questa mattina dalla sesta sezione della Suprema Corte [1]. L’ordinanza di poche ore fa sostiene che la donna è legittimata a rinunciare a offerte di lavoro che non soddisfano le sue aspettative senza perciò perdere il mantenimento. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire se va mantenuta l’ex moglie rifiuta un’offerta di lavoro.

Una precisazione innanzitutto: nonostante la recente apertura della Cassazione in materia di assegno di divorzio, che ne ha rivisto i criteri di quantificazione (leggi Addio assegno di mantenimento a chi può mantenersi da solo e Come modificare le condizioni di divorzio), secondo i giudici non è il coniuge che chiede tale mantenimento a dover dimostrare l’impossibilità di trovare lavoro (soprattutto se l’indipendenza si desume da altri fattori). Spetta piuttosto all’uomo dare prova che l’ex moglie vuol fare la “mantenuta” e, pur essendo nella possibilità di lavorare, non vuol scollarsi dal divano. Come? Sicuramente la dimostrazione più tangibile è quella di un’offerta di lavoro recapitata alla donna e da questa rifiutata. Se, ad esempio, in una causa di divorzio, il marito dovesse produrre una lettera con una proposta di assunzione, cui poi non ha fatto seguito alcuna risposta da parte dell’ex coniuge che ora chiede di essere mantenuta, potrebbe ciò consentirgli di evitare di pagare l’assegno divorzile. Sì, ma solo a condizione che si tratti di una offerta di lavoro congrua. Questo significa che il giudice è chiamato a valutare le ragioni del rifiuto della donna e, benché l’attuale mercato del lavoro non consenta di fare troppo gli “schizzinosi”, secondo la Cassazione è legittimo respingere un’offerta di impiego occasionale. Dunque, se il lavoro non corrisponde alle attitudini della donna o si tratta di una occupazione precaria che, quand’anche fosse accettata, non consentirebbe una stabile autonomia della donna, quest’ultima ben può rifiutare l’offerta dell’azienda senza dover dire addio al mantenimento.

note

[1] Cass. ord. n. 12878/17 del 22.05.17.

[2] Cass. sent. n. 11538/17 dell’11.05.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 7 aprile – 22 maggio 2017, n. 12878
Presidente Dogliotti- Relatore Bisogni

Rilevato che

1. La controversia ha per oggetto la misura dell’assegno divorzile dovuto da Gi. Ma. Bu. Gr. a Ci. Bu.. Assegno che la Corte di appello di Roma ha rideterminato in 2.500 Euro mensili per i periodi di svolgimento dell’attività lavorativa all’estero, da parte dell’ambasciatore Bu. Gr., e di 1.500 Euro per i periodi di svolgimento dell’attività lavorativa in Italia, accogliendo parzialmente l’appello del Bu. Gr. avverso la sentenza n. 18104/2011 del Tribunale di Roma che aveva determinato l’assegno nel diverso ammontare di 3.000 Euro con decorrenza dalla data di scioglimento del matrimonio.
2. Ricorre per cassazione Ci. Bu. deducendo: a) violazione e falsa applicazione dell’art. 5 della legge n. 898/1970 come successivamente modificato dall’art. 10 legge 6 marzo 1987 n. 74; b) violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. per omesso, insufficiente esame e valutazione globale delle contrapposte piste probatorie con conseguente omesso esame e travisamento dei fatti decisivi che sono stati oggetto di discussione in sede di contraddittorio tra le parti.
3. Si difende con controricorso Gi. Ma.
Bu. Gr. e propone ricorso incidentale, cui la Bu. replica con controricorso. Deduce il ricorrente incidentale violazione e falsa applicazione dell’art. 5 della legge n. 898/1970 come modificato dall’art. 10 L.6 marzo 1987 n. 74, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. nonché vizio di motivazione ex art. Ili Cost., in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c. come interpretato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 8053/2014.
4. Le parti depositano memorie difensive.

Ritenuto che

5. I ricorsi sono inammissibili in quanto consistono in una contestazione della valutazione prettamente di merito compiuta dalla Corte di appello. Valutazione che i giudici di secondo grado hanno compiuto all’esito dell’esame dei redditi e dei patrimoni dei coniugi nonché delle potenzialità di guadagno di cui potrebbe fruire la Bu. qualora riprendesse a pieno regime la sua attività di traduttrice. Le violazioni di legge, cui fanno riferimento le parti, sono del tutto generiche e consistono, come si è detto, nella mera contestazione del giudizio di adeguatezza dell’assegno compiuto dalla Corte di appello. Non ricorre alcun omesso esame di fatti decisivi in particolare per ciò che concerne il rifiuto, da parte della Bu., di alcune offerte di lavoro che la Corte di appello ha considerato occasionali valutando, altresì, come plausibili le ragioni addotte a giustificazione del rifiuto dalla odierna ricorrente e ritenendo la scarsa rilevanza della circostanza ai fini di ipotizzare una capacità di reddito potenziale e non sfruttata. 6. I ricorsi vanno pertanto dichiarati inammissibili con compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e quello incidentale. Compensa le spese del giudizio di cassazione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.

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