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Il rilascio della casa coniugale

22 maggio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 maggio 2017



Quando il coniuge assegnatario non abita più o cessa di abitare stabilmente nella casa familiare, il coniuge non assegnatario può chiedere un provvedimento di revoca dell’assegnazione.

Con la separazione e il divorzio, il giudice assegna la casa coniugale al coniuge che non ne è proprietario solo a condizione che vi siano figli minori o maggiorenni non ancora autosufficienti, e che essi vivano insieme al coniuge che ha fatto richiesta di assegnazione della casa. Che significa? Che non si può parlare di assegnazione della casa coniugale se la coppia non ha avuto figli o se i figli sono già andati a vivere altrove o sono comunque indipendenti economicamente. Se viene meno una delle predette ipotesi, cadono anche i presupposti per il provvedimento di assegnazione, con conseguente obbligo al rilascio della casa coniugale. Pertanto, il coniuge proprietario dell’immobile può, in qualsiasi momento, rivolgersi al giudice per chiedere la “restituzione” della casa dando prova che l’ex, a cui l’immobile era stato assegnato, non ci vive più o non ne ha più esigenza per via delle mutate condizioni dei figli.

Prima però di chiarire come ottenere il rilascio della casa coniugale bisogna chiarire cosa si intende con questa locuzione. La «casa coniugale» è il luogo ove la famiglia ha vissuto prevalentemente, ossia la residenza o il domicilio dei coniugi e, conseguentemente, dei figli. Il coniuge senza immobile ove vivere può chiedere al giudice che gli sia assegnata la casa coniugale e non un altro appartamento. Per esempio, se il marito è titolare di due immobili, uno in città e un altro a mare per le vacanze estive, l’ex moglie può chiedere l’assegnazione solo del primo; se dovesse chiedere il secondo le verrebbe negato.

Vediamo ora quando ottenere il rilascio della casa coniugale. La prima ipotesi è il trasferimento del coniuge che vi vive. Per esempio, se l’ex moglie ha ottenuto l’assegnazione della casa coniugale e dopo un anno decide di tornare a vivere dai genitori portando con sé i figli, il giudice – su richiesta dell’ex marito – le revoca il beneficio. In particolare il tribunale, ritenendo provato lo stabile abbandono della casa, revoca l’assegnazione, ritenendo che la lunga permanenza della donna presso i propri genitori, fa venir meno quella continuità ambientale che è decisiva ai fini del preminente interesse del minore alla permanenza nella casa familiare.

Stesso discorso dicasi se la beneficiaria accetta un lavoro in un’altra città e, quindi, è costretta a trasferirsi, sebbene non definitivamente. Il trasferimento deve essere però stabile, ossia non episodico: tale non sarebbe, ad esempio, il trasferimento di qualche mese per una vacanza o per un breve periodo coincidente con un corso di formazione lavorativa.

La seconda ipotesi in cui è possibile ottenere il rilascio della casa coniugale è quando a trasferirsi sono i figli (condizione infatti per il beneficio in commento è che all’interno dell’immobile vi viva uno dei genitori – il cosiddetto genitore «collocatorio» – e, insieme a questi, la prole). Non è il caso dei ragazzi che vadano all’università pur mantenendo la residenza nel luogo di residenza della madre. È però il caso del figlio lavoratore che, avendo accettato un posto in una località distante, preferisca prendere un appartamento altrove.

La terza ipotesi in cui è possibile chiedere il rilascio della casa coniugale è quando i figli, pur continuando a vivere insieme alla madre, sono ormai indipendenti economicamente o hanno raggiunto un’età che consente loro di ottenere un lavoro. Quindi, il figlio – non più ragazzo – che continua a farsi mantenere dalla madre pur avendo superato abbondantemente i trent’anni, senza darsi da fare per raggiungere una propria autonomia, consente al padre, con il proprio comportamento inerte, di ottenere indietro la casa coniugale.

Altra ipotesi abbastanza ricorrente in cui è possibile chiedere il rilascio della casa coniugale è quando il coniuge beneficiario inizia una relazione stabile con un’altra persona (creandosi una famiglia di fatto). In tal caso, questi non solo perde l’assegno di mantenimento, ma anche la casa assegnatagli dal tribunale in sede di separazione o divorzio. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, se l’ex coniuge contrae un nuovo matrimonio. Ma attenzione: il verificarsi di tali fatti non comporta una revoca automatica dell’assegnazione: il diritto al godimento della casa familiare viene meno solo dopo che il giudice ha valutato se persiste un interesse dei figli di continuare a convivere con il genitore assegnatario [1].

Che succede dopo il rilascio della casa coniugale? Se questa è di proprietà di un solo soggetto – quello che era stato estromesso dal giudice – questi rientra nel proprio possesso pieno della casa e potrà viverla o venderla. Viceversa, se la casa era in comproprietà o in comunione bisognerà dividerla bonariamente o, in assenza di accordo, andrà venduta e il ricavato diviso tra gli ex coniugi.

note

[1] C. Cost. sent. n. 308/2008.

Autore immagine: 123rf com


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