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Se mi aggrediscono al lavoro, chi mi paga i danni?

14 luglio 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 luglio 2017



Se vengo aggredito sul posto di lavoro da un malintenzionato chi mi paga i danni? È il datore di lavoro che deve proteggermi ma fino a che punto?

È risaputo che se un dipendente si fa male sul posto di lavoro (ad esempio perché si ferisce usando un attrezzo o cade da un’impalcatura) o contrae una malattia dovuta alle particolari mansioni che svolge (per es. un dipendente di un’acciaieria che si ammala di cancro inalando tutti i giorni sostanze tossiche) a risarcire i danni è il datore di lavoro. Ma se un lavoratore si fa male sempre sul posto di lavoro per circostanze su cui il datore non ha nessun potere, che succede? Se, ad esempio, uno sportellista viene colpito da un colpo di pistola durante una rapina nella banca in cui presta servizio o se un infermiere viene aggredito da un paziente che dà in escandescenze all’arrivo in pronto soccorso, chi ne risponde? In sostanza, se il lavoratore viene aggredito sul posto di lavoro chi paga i danni? In una sentenza del Tribunale di Patti [1] si dice che se il dipendente leso non dimostra che il danno da lui subito si poteva evitare se l’azienda avesse adottato ulteriori misure di sicurezza adeguate alla specifica situazione, il datore di lavoro non deve alcun risarcimento.

La vicenda

La vicenda oggetto della sentenza riguarda un anestesista in servizio al pronto soccorso di un ospedale, il quale veniva aggredito da un paziente che dava in escandescenze, afferrandolo per un polso e procurandogli delle gravi lesioni. Secondo l’uomo, la responsabilità di tale danno doveva imputarsi all’azienda sanitaria, tenuto conto del fatto che aveva omesso di adottare ogni forma di tutela della sicurezza dell’attività lavorativa svolta dai sanitari. Chiedeva, pertanto, la condanna dell’azienda al risarcimento del danno.

Danni sul lavoro: chi ne risponde?

In generale, all’interno di un’azienda, il datore di lavoro è la figura incaricata di garantire la sicurezza  attraverso l’adozione di tutte le misure necessarie per evitare che probabili e possibili pericoli dovuti all’esercizio dell’attività possano tradursi in rischi per i lavoratori e per la loro salute [2] (si legga, in proposito, Diritti e doveri del lavoratore dipendente e del datore di lavoro). Per capirci, se l’azienda è un’acciaieria il datore di lavoro dovrà istallare delle strumentazioni apposite per ridurre il più possibile l’impatto delle esalazioni di sostanze nocive sulla salute dei suoi dipendenti. Se si tratta di un’impresa edile, occorrerà rispettare tutte le norme di legge sul montaggio delle impalcature, assegnare ai dipendenti caschi protettivi e scarpe infortunistiche. E così via.

La conseguenza è che se un lavoratore si fa male, il datore di lavoro non ne risponderà solo se riesce a provare che il danno non si è verificato per colpa sua, avendo egli adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitarlo.

Danni sul lavoro: e se mi aggrediscono?

Se, però, il danno che il lavoratore subisce è dovuto a fattori esterni rispetto all’azienda, come l’attività criminosa di un soggetto “X” qualsiasi (nel caso della nostra sentenza, il paziente che dà di matto) le cose cambiano: se è vero che il datore di lavoro deve adottare le misure necessarie per garantire la sicurezza dei suoi dipendenti, non può, tuttavia, tutelarli anche dalle aggressioni conseguenti all’attività criminosa di terzi;  se così fosse, le misure di sicurezza non si rivelerebbero mai adeguate [3].

In parole povere, se un rapinatore trafuga la banca e ferisce lo sportellista o se un paziente fuori di testa aggredisce l’infermiere, essi non si trovano in condizioni tali da poter pretendere dall’azienda degli specifici obblighi di protezione finalizzati a prevenire eventi dannosi come questi. E, del resto, lo si può capire facilmente: di fronte a un rapinatore o a un paziente matto quale ulteriore misura di prevenzione dovrebbe adottare l’azienda per scongiurare tale evento, del tutto imprevedibile rispetto alle caratteristiche dell’attività esercitata?

note

[1] Trib. Patti sent. n. 189 del 19.04.2017.

[2] Art. 2087 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 12089 del 17.05.2013.

 

Fonte della sentenza: lesentenze.it


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