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Mantenimento: la madre può agire per conto del figlio maggiorenne

24 maggio 2017


Mantenimento: la madre può agire per conto del figlio maggiorenne

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 maggio 2017



L’azione per ottenere dal padre il pagamento dell’assegno di mantenimento può essere esercitata anche dalla madre, benché il figlio sia divenuto maggiorenne, purché ancora convivente.

Fino a quando non si compiono 18 anni, gli interessi del minorenne vengono curati dai suoi genitori, che esercitano, per conto di questi, anche la cosiddetta «legittimazione processuale attiva»: possono cioè agire in tribunale per tutelare i diritti del figlio. Esiste però un solo caso in cui il genitore può intraprendere una causa per conto del figlio benché questi sia ormai diventato maggiorenne: in tema di mancato pagamento del mantenimento. Secondo infatti una ordinanza della Cassazione depositata ieri [1], la madre che non ha ricevuto dall’ex marito il pagamento dell’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne può agire contro l’uomo in difesa del giovane. Ma procediamo con ordine.

Secondo l’ordinanza in commento, quando non viene versato il mantenimento per la prole, la madre può agire per conto del figlio maggiorenne. Cosa significa? Immaginiamo una coppia che divorzi. Il figlio minorenne viene collocato presso la madre e il giudice fissa un importo che, a titolo di mantenimento del ragazzino, il padre deve versare nelle mani dell’ex moglie. Senonché l’uomo interrompe i pagamenti. Il figlio, benché divenuto ormai maggiorenne, continua a vivere dalla madre perché non ha raggiunto l’indipendenza economica, in quanto ancora studente. Così la madre decide di fare causa al marito per ottenere i soldi. Secondo l’uomo, però, a dover intraprendere il giudizio doveva essere il figlio: questi ha infatti varcato la soglia dei 18 anni e, come tale, ha raggiunto la piena capacità d’agire. Chi dei due ha ragione? La risposta della Cassazione è la seguente: il genitore presso cui, in sede di separazione o divorzio, sia stato collocato il figlio durante la minore età, è legittimato ad agire per ottenere dall’altro genitore il pagamento dell’assegno per il mantenimento anche dopo il raggiungimento della maggiore età in presenza di determinati presupposti.

Tuttavia il diritto della madre di agire per conto del figlio maggiorenne, per ottenere l’assegno di mantenimento che spetta a quest’ultimo, è subordinato a una serie di condizioni:

  • il figlio, benché ha superato i 18 anni, non deve essere ancora autosufficiente economicamente;
  • il figlio deve ancora coabitare con il genitore che agisce per suo conto. Se viene meno il rapporto di convivenza, il genitore (nell’esempio di poc’anzi la madre) non può agire più in tribunale in sua vece;
  • il figlio non deve avere già agito per conto proprio. Infatti, l’azione che la madre può esperire per conto del figlio è concorrente a quella di quest’ultimo. In altre parole, ben potrebbe il figlio stesso decidere di fare causa al padre per ottenere il mantenimento.

note

[1] Cass. ord. n. 12972/17 del 23.05.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile -1, ordinanza 24 febbraio – 23 maggio 2017, n. 12972
Presidente Di Virgilio – Relatore Cristiano

Fatto e diritto

1) Il Tribunale di Forlì ha rigettato l’appello di B.R. contro la sentenza del G.d.P. che accogliendo l’opposizione proposta dall’ex marito, R.G. , avverso il precetto che ella gli aveva notificato in forza della sentenza di divorzio – aveva accertato l’inesistenza del titolo da lei azionato e l’aveva condannata al pagamento delle spese di lite.
2) Il tribunale ha in primo luogo respinto il motivo d’appello con il quale B. , deducendo di aver agito in rappresentanza del figlio minore, sul quale dovevano pertanto ricadere gli effetti positivi e/o negativi della pronuncia, aveva sostenuto l’illegittimità del capo della sentenza che l’aveva condannata in proprio al pagamento delle spese.
Ha quindi rilevato che l’appello era infondato anche nel merito, atteso che la pretesa avanzata con l’atto di precetto si fondava sull’errato presupposto del retroagire alla data della domanda degli effetti della sentenza di divorzio, con la quale il giudice aveva quantificato l’assegno dovuto da R. per il i mantenimento del minore in misura maggiore di quella stabilita nella sentenza di separazione, precisando, tuttavia, che il maggior importo avrebbe dovuto essere corrisposto a partire dalla data di pubblicazione della decisione.
3)Contro la sentenza, pubblicata il 23.9.014, B.R. ha proposto ricorso per cassazione affidato a nove motivi, cui R.G. ha resistito con controricorso.
Il consigliere relatore ha depositato proposta di definizione ex art. 380 bis c.p.c., tempestivamente notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’udienza camerale.
3) I primi tre motivi del ricorso investono il capo della pronuncia impugnata che ha respinto l’eccezione “di difetto di legittimazione passiva” della B. rispetto alla domanda sulle spese.
La ricorrente ribadisce, secondo quanto già dedotto dinanzi al giudice dell’appello, di avere agito esclusivamente in nome e per conto del figlio (all’epoca minore, ma divenuto maggiorenne nel corso del giudizio), sul quale dovrebbero pertanto ricadere gli effetti della sentenza, ed assume che a tal fine risulterebbe del tutto irrilevante il fatto che nel precetto non abbia specificato di agire in tale qualità. Osserva, inoltre, che, se così non fosse, la decisione sarebbe invalida, stante il suo difetto di legittimazione ad agire iure proprio, e la mancata costituzione in giudizio del figlio, una volta divenuto capace di agire, valevole quale ratifica del suo operato.
4) I motivi, che sono strettamente connessi e possono essere esaminati congiuntamente, sono manifestamente infondati.
Infatti, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (Cass. nn. 25300/013, 24316/013, 11320/05), il genitore, separato o divorziato, a cui il figlio sia stato affidato durante la minore età, è legittimato iure proprio ad ottenere dall’altro genitore il pagamento dell’assegno per il mantenimento del figlio, quale titolare di un diritto autonomo (e concorrente con quello del minore) a ricevere il contributo alle spese necessarie a detto mantenimento; e, pur dopo che il figlio è divenuto maggiorenne (ma non ancora autosufficiente), in assenza di un’autonoma richiesta di quest’ultimo, mantiene tale legittimazione, salvo il venir meno del rapporto di coabitazione (circostanza nella specie mai dedotta). Del tutto correttamente, pertanto, i giudici del merito, hanno ritenuto che, in mancanza di spendita del nome del figlio asseritamente rappresentato, B. abbia agito in giudizio esclusivamente in proprio.
Restano assorbiti l’ottavo ed il nono motivo del ricorso, con il quale la questione è riproposta con esclusivo riguardo alla statuizione di condanna al pagamento delle spese.
5) Con il quarto, il quinto ed il sesto motivo la ricorrente censura la sentenza impugnata per aver escluso che gli effetti della sentenza di divorzio, nel capo in cui aveva disposto l’aumento dell’assegno, decorressero dalla data di proposizione della domanda.
Anche questi motivi, strettamente connessi ed esaminabili congiuntamente, sono manifestamente infondati, atteso che, secondo quanto accertato dal tribunale e non contestato da B. , il giudice del divorzio ha espressamente stabilito che R. è tenuto a corrispondere alla ex moglie, quale contributo al mantenimento del figlio, la somma di Euro 700 mensili, da versarsi entro il giorno 5 del mese e da rivalutarsi secondo gli indici ISTAT “a far data dalla pubblicazione della presente sentenza“.
A fronte di una così chiara statuizione, non si vede come il giudice dell’opposizione a precetto avrebbe potuto fornire una diversa interpretazione della sentenza di divorzio, della cui eventuale erroneità la ricorrente avrebbe potuto dolersi solo proponendo appello.
5.1)Palesemente infondato è anche l’assunto di B. secondo cui vi sarebbe un contrasto fra motivazione e dispositivo della sentenza per il solo fatto che nel dispositivo non è stata indicata la data di decorrenza dell’assegno: nel rito di cognizione ordinaria, infatti, l’esatto contenuto della sentenza va individuato integrando il dispositivo con la motivazione, nella parte in cui questa rivela l’effettiva volontà del giudice; peraltro, nel caso di contrasto, è per l’appunto alla motivazione che va data prevalenza (Cass. nn. 5765/016, 17910/015, 10727/013, 15321/012).
6) È infine inammissibile, per la sua assoluta genericità, il settimo motivo del ricorso, con il quale la ricorrente lamenta che le spese non siano state compensate “in ragione della peculiarità del caso di specie”.
Il ricorso va, in conclusione, integralmente respinto.
Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 3.100, di cui Euro 100 per esborsi, oltre rimborso forfetario e accessori di legge.
Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omessi i nomi delle parti e degli altri soggetti in esso menzionati.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater d.PR. n. 115/2002, introdotto dall’art. 1, 17 comma, della 1. n. 228 del 24.12.2012, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.


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