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Niente mantenimento all’ex moglie se guadagna mille euro al mese

25 Maggio 2017


Niente mantenimento all’ex moglie se guadagna mille euro al mese

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 Maggio 2017



Il tribunale di Milano fissa la misura di reddito sopra la quale il coniuge non ha diritto al mantenimento perché è indipendente economicamente e può farcela da solo.

Da oggi non avrà più diritto a percepire il mantenimento l’ex moglie che guadagna all’incirca mille euro al mese, per un totale di 11.528,41 euro all’anno. Perché proprio mille? Perché tale è la soglia per ottenere il gratuito patrocinio, il beneficio per chi ha un reddito insufficiente a tirare avanti e sotto il quale può chiedere un avvocato a spese dello Stato. Secondo la giurisprudenza detto limite può essere usato a parametro per definire quando il coniuge ha diritto all’assegno di divorzio. È questo l’importantissimo chiarimento fornito dal Tribunale di Milano due giorni fa [1]; un chiarimento che completa la riforma iniziata lo scorso 10 maggio con l’ormai storica sentenza della Cassazione secondo cui il mantenimento all’ex moglie non deve più garantire il medesimo tenore di vita che la coppia aveva durante il matrimonio, ma l’autosufficienza economica (leggi Addio mantenimento a chi si può mantenere da solo).

Procediamo dunque con ordine e cerchiamo di capire perché, secondo il giudice milanese, non spetta il mantenimento all’ex moglie che guadagna più di mille euro al mese.

Autosufficienza economica: è questa la parola d’ordine che, da oggi in poi, tutte le coppie divorziate sentiranno fino alla nausea. Se il coniuge con il reddito più basso è autosufficiente, ossia può farcela da solo a mantenersi, non ha diritto al mantenimento. Diversamente, può esigere l’assegno di divorzio, sempre che però non sia in grado di lavorare o non abbia rifiutato un posto. Ma quando si può dire che l’ex coniuge è autosufficiente? Lo scorso 10 maggio la Corte aveva fissato delle linee guida piuttosto generiche, stabilendo una serie di parametri da tenere in considerazione per comprendere quando la moglie possa dirsi in grado di farcela da sola. Ne abbiamo parlato diffusamente nell’articolo Mantenimento: come provare che l’ex coniuge è autosufficiente, ma possiamo sintetizzare i punti principali qui di seguito. L’autosufficienza economica scatta quando:

  • si è in possesso di un reddito di lavoro (autonomo o dipendente);
  • si è titolari di case (anche se non date in affitto) potenzialmente produttive di reddito, o di beni mobili come azioni, titoli, quote in società, ecc.;
  • si ricevono aiuti economici dai genitori;
  • si è ottenuto l’assegnazione della casa coniugale, il che costituisce sicuramente una ricchezza perché sottrae alla necessità di pagare un affitto.

Il punto che non era ancora stato chiaro è quando il reddito percepito dal coniuge possa dirsi sufficiente a consentirgli di mantenersi da solo. In altri termini quale reddito è sufficiente per consentire l’autosufficienza economica? A chiarirlo è ora il Tribunale di Milano (dott. Buffone) che spiega: esiste un criterio numerico, certo e valido per tutta Italia che è quello del gratuito patrocinio ossia all’incirca mille euro al mese, o giù di lì. In tutto 11.528,41 euro all’anno. Chi sta sopra questo tetto non avrà da oggi più diritto all’assegno di divorzio. Possibile? Anche se l’ex marito è molto più ricco? Certo! Perché proprio in questo sta la novità della riforma appena attuata: che, non avendo più il mantenimento la funzione di garantire lo stesso tenore di vita che la coppia aveva durante il matrimonio, esso è del tutto svincolato dalle capacità reddituali del coniuge più ricco ma è finalizzato solo a garantire a quello più povero di mantenersi. Ben quindi si può verificare una situazione in cui uno dei due coniugi versi un mantenimento di poche centinaia di euro a fronte di un proprio reddito di diverse migliaia di euro. L’assegno divorzile, insomma, non si può trasformare in un’indebita «misura per colmare le sperequazioni fra i redditi degli ex coniugi».

11.528,41 euro possono essere una somma sufficiente in determinate zone d’Italia (ad esempio il sud) e del tutto irrisoria nei grossi centri dove l’inflazione è più alta (si pensi Roma e Milano). Così l’ordinanza spiega che, oltre al limite del gratuito patrocinio, si può anche tenere conto del «reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente vive e abita». In questo modo è salvaguardata la possibilità di personalizzare tale tetto e adeguarlo alle circostanze concrete.

Insomma, con l’addio al criterio del «tenore di vita» sancito per determinare l’assegno di divorzio, il parametro per definire quando l’ex coniuge più povero è indipendente economicamente è il tetto del gratuito patrocino o quello medio percepito nella zona in cui si vive.

note

[1] Trib. Milano, ord. del 22.05.2017.

Autore immagine: 123rf com

Trib. Milano, sez. IX civ., ordinanza 22 maggio 2017 (est. G. Buffone)

ASSEGNO DIVORZILE – PARAMETRO DI RIFERIMENTO – REVIREMENT DELLA CASSAZIONE – TENORE DI VITA – ESCLUSIONE (art. 5, l. 898 del 1970)

Il presupposto giuridico per il riconoscimento dell’assegno divorzile non è il pregresso tenore di vita matrimoniale, bensì la “non” indipendenza economica dell’ex coniuge richiedente. Per “indipendenza economica” deve intendersi la capacità per una determinare persona adulta e sana – tenuto conto del contesto sociale di inserimento – di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali). Un parametro (non esclusivo) di riferimento può essere rappresentato dall’ammontare degli introiti che, secondo le leggi dello Stato, consente (ove non superato) a un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato (soglia che, ad oggi, è di euro 11.528,41 annui ossia circa euro 1000 mensili). Ulteriore parametro, per adattare “in concreto” il concetto di indipendenza, può anche essere il reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente vive ed abita.

OSSERVA

[1]. … X…. e Y, nata a ….. 1960 …., hanno contratto matrimonio concordatario in … 1985. Dall’unione sono nati i figli ….(…. 1988) e R…. (… 1992). I coniugi si sono separati consensualmente con accordo ex art. 711 c.p.c. del …2004. Al momento dei patti, il … svolgeva la professione di giornalista; la … svolgeva la professione di imprenditrice. Per quanto qui di interesse, le parti hanno stabilito: la cessione a titolo gratuito, da parte del … alla moglie, della sua quota di proprietà sulla ex casa familiare; l’assegno di mantenimento per i figli pari ad euro 900 oltre il 50% delle spese extra. … è ormai indipendente e comunque ha autonoma residenza. R.. studia lingue all’Università … di … e convive con la mamma.

[2]. In merito ai figli, .. è indipendente e vive con propria residenza: ogni questione a lui relativa è estranea al processo. Egli, comunque, ha titolo eventualmente per intervenire. R, maggiorenne, abita con la mamma ma ormai ha raggiunto la sua indipendenza economica, prestando servizio in una scuola di ….. … D’altro canto, almeno formalmente, allo stato, nel suo ricorso introduttivo il padre ha chiesto la conferma dell’assegno per R in misura pari ad euro 450 e questa disponibilità ha anche espresso in udienza. Ne consegue che, salvo diversa decisione da poter esprimere anche nella memoria integrativa, allo stato questo importo per R, da versare alla mamma, va confermato.

[3]. In ordine ai rapporti economici, va rilevato che il … presta servizio come responsabile di un ufficio …, con una retribuzione mensile di circa euro 3.600. Nel PF2016 ha dichiarato un reddito imponibile annuo di euro 66.663,00 con una imposta netta di euro 21.777. Il reddito allegato in ricorso, di euro 3000 mensili, non corrisponde dunque a quanto emergente documentalmente. Detratto il canone locativo, il reddito mensile effettivo è di euro 2.950: il …, infatti, sostiene un canone di locazione di euro 650 mensili. La … presta attività in favore della …, che fa capo alla società .. .. .. & C., di cui è proprietaria al 98%; il residuo 2% è del marito. La società opera nel settore della .. e si occupa di collocare nel mercato …. Esaminati i documenti in atti, dall’analisi degli utili, si può apprezzare un introito, su base mensile, di circa euro 1.700. Infatti, nel PF2016, emerge un reddito imponibile di euro 23.837, con una imposta lorda di euro 5.836. La moglie dichiara di avere cessato l’attività in corso ma in realtà può beneficiare dell’attuale cliente che comporta un importo annuo di circa euro 36.000. D’altro canto, può ancora beneficiare dell’assicurazione sanitaria del marito.

[4]. Assegno divorzile

Come ha ben messo in evidenza la Suprema Corte (da ultimo, cfr. Cass. Civ., sez. I, sentenza 5 febbraio 2014, Pres. Luccioli, rel. San Giorgio) l’accertamento del diritto all’assegno di divorzio si articola in due fasi, nella prima delle quali il giudice è chiamato a verificare l’esistenza del diritto in astratto, in relazione all’inadeguatezza dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, e quindi procedere ad una determinazione quantitativa delle somme sufficienti a superare l’inadeguatezza di detti mezzi, che costituiscono il tetto massimo della misura dell’assegno. Nella seconda fase, il giudice deve poi procedere alla determinazione in concreto dell’assegno in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri indicati nello stesso art. 5. Giova, però, ricordare, che – come ha affermato di recente la Corte di Appello di Milano «l’assegno divorzile non si traduce in una impropria misura finalizzata a colmare eventuali sperequazioni trai redditi degli ex coniugi e ma la finalità di garantire al coniuge meno abbiente di potere continuare a godere, ove possibile, di un tenore di vita simile a quello goduto in costanza di convivenza coniugale» (Corte App. Milano, sez. famiglia, decreto 10 gennaio 2013, Pres. Poppa, est. Canziani). Nemmeno l’assegno divorzile può tradursi in una impropria rendita di posizione nel senso di essere riconosciuto, tout court, per il divario reddituale trai coniugi, realizzandosi, per tal via, una alterazione della funzione dell’assegno divorzile che travalica il limite della ragionevolezza (v. Trib. Firenze, ordinanza 22 maggio 2013, Pres., est. Palazzo). Sulla scorta di questi principi, alla moglie, al momento, non può essere riconosciuto un emolumento. Va premesso che in separazione ella nulla ha chiesto per sé ma ha ottenuto l’intera proprietà della ex casa coniugale. «La rinuncia all’assegno di mantenimento espressa dalla moglie in sede di separazione non è determinante, stante la funzione assistenziale dell’assegno divorzile e la irrinunciabilità (in quella sede) del relativo diritto, ma è sintomatica di un’autosufficienza economica della parte, la quale con un’autonoma valutazione degli assetti patrimoniali, si era ritenuta in grado di provvedere con il proprio reddito alle personali esigenze» (Trib. Milan, sez. IX, sentenza 5 febbraio 2014). Va anche premesso che la moglie è inserita professionalmente nel mercato del lavoro, in un settore che non appare affatto in crisi dagli atti; è titolare in misura pari al 98% della società per cui lavora. La differenza di reddito liquido tra marito e moglie non è così pronunciata (2.950 – 1700) se non altro considerata la proprietà sociale e immobiliare. Ogni altra circostanza dovrà essere esaminata in fase istruttoria non potendosi snaturare la funzione cautelare e sommaria dell’ordinanza presidenziale. Non può tuttavia non segnalarsi come, nelle more, i criteri di interpretazione dell’articolo 5 legge 898 del 1970 siano mutati, per effetto del revirement adottato dalla Suprema Corte con la sentenza n. 11504 del 2017. Secondo l’indirizzo tradizionale della Suprema Corte, i “mezzi adeguati” per determinare l’emolumento divorzile devono essere raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio, fissate al momento del divorzio. Sulla scorta del nuovo insegnamento (Cass. Civ., 10 maggio 2017 n. 11504)

Il giudice del divorzio, richiesto dell’assegno di cui all’art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, come sostituito dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell’ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:

A) deve verificare, nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell’autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di «mezzi adeguati» o, comunque, impossibilità «di procurarseli per ragioni oggettive»), con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge;

B) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della «solidarietà economica» dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[….] condizioni dei coniugi, [….] ragioni della decisione, [….] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [….] reddito di entrambi [….]»), e “valutare” «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 cod. civ.).

Il presupposto per riconoscere l’assegno di divorzio è, quindi, non già il raffronto con il pregresso tenore di vita bensì il riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica del richiedente, che può essere desunta dai principali “indici” del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione. Per “indipendenza economica” deve intendersi la capacità per una determinare persona adulta e sana – tenuto conto del contesto sociale di inserimento – di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio, esercizio dei diritti fondamentali). Un parametro (non esclusivo) di riferimento può essere rappresentato dall’ammontare degli introiti che, secondo le leggi dello Stato, consente (ove non superato) a un individuo di accedere al patrocinio a spese dello Stato (soglia che, ad oggi, è di euro 11.528,41 annui ossia circa euro 1000 mensili). Ulteriore parametro, per adattare “in concreto” il concetto di indipendenza, può anche essere il reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente vive ed abita. Guardando a questo nuovo indirizzo di giurisprudenza e collocandone i principi nel caso di specie, può ipotizzarsi una prognosi negativa circa la spettanza dell’assegno di divorzio alla odierna richiedente: questa prognosi “negativa” – allo stato e in via provvisoria – rafforza la decisione come assunta.

[5]. Corre dare atto della natura provvisoria dei provvedimenti interlocutori qui assunti: essi traggono linfa da un accertamento sommario fondato, in gran parte, su indici presuntivi e circostanze ancora non chiaramente acclarate. E’ all’evidenza necessario coltivare una adeguata attività istruttoria per porre mano a misure definitive che, conseguentemente, vengono rimesse al Collegio, passando per le scelte che saranno condotte dal giudice istruttore, su sollecito delle parti. Il G.I., peraltro, ben potrà apportare le modifiche necessarie in caso di accertate sopravvenienze fatte valere in sede di revisione dall’una o dall’altra parte.

PER QUESTI MOTIVI

letto ed applicato l’art. 4 comma VIII l. 898/1970 c.p.c.

REVOCA gli assegni di mantenimento per i figli, posti a carico di …, ad eccezione di quanto segue

PONE a carico di ….., l’obbligo di versare a …, l’assegno mensile di euro 450 per R,

da versarsi entro il giorno 25 di ogni mese, oltre rivalutazione monetaria ISTAT.

……

Così deciso in Milano, in data 22 maggio 2017

il Giudice

Dott. Giuseppe Buffone


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