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Lo sai che? Come presentare denuncia per mobbing

Lo sai che? Pubblicato il 25 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 maggio 2017

Se il lavoratore viene mobbizzato dal proprio datore e/o dai colleghi può denunciare le condotte vessatorie e chiedere il risarcimento del danno subito. Ma come?

 

Il lavoratore vittima di mobbing da parte del proprio datore e/o dei colleghi può denunciare le condotte vessatorie in tribunale, chiedendo di essere risarcito per il danno arrecato alla propria salute psico-fisica. A tal fine, però, egli deve fornire la prova dei comportamenti persecutori e offensivi, reiterati nel tempo, che gli hanno causato il danno psicologico, le sofferenze morali o lo stress sul luogo di lavoro che lamenta [1].

Il lavoratore, quindi, non deve arrendersi alla “supremazia” del datore di lavoro, ritenendo che questa sua posizione lo autorizzi a compromettere la sua salute mentale né deve pensare che l’unica via d’uscita è lasciare il posto di lavoro. Al contrario, deve muoversi con la consapevolezza che la legge offre una serie di garanzie civili e tutele penali a favore del mobbizzato. Vediamo, allora, come presentare una denuncia per mobbing e come difendersi al meglio.

Mobbing: cos’è?

Per prima cosa cerchiamo di capire che cos’è esattamente il mobbing e di individuare le condotte che possono essere qualificate come tali. Partiamo da qualche esempio concreto:

  • è mobbizzato il lavoratore che subisce frequenti aggressioni psicologiche e rimproveri verbali ingiustificati che hanno l’unico obiettivo di umiliarlo;
  • vittima di mobbing è anche colui che deve fare i conti con critiche continue sul suo modo di lavorare e che viene, per questo motivo, escluso dall’assegnazione di determinate mansioni;
  • altre ipotesi di mobbing sono il demansionamento immotivato e la dequalificazione professionale; le molestie sessuali; l’isolamento del lavoratore;
  • provvedimenti immotivati di trasferimento, ripetute visite mediche fiscali, irrogazione di sanzioni disciplinari.

Come si comprende, in tutti questi casi abbiamo un dato in comune e, cioè, una serie ripetuta nel tempo di condotte illecite del datore di lavoro – maltrattamenti, umiliazioni e lesioni della dignità del lavoratore – che hanno un unico e ben preciso fine: quello di offendere il dipendente, di infastidirlo, di creare in lui uno stato di ansia e frustrazione tale da portarlo a dimettersi e lasciare il posto di lavoro. In poche parole, il datore di lavoro vuole solo una cosa: la sofferenza della vittima, danneggiare lei e la sua salute fisica e mentale.

Altri elementi da non dimenticare:

  1. come abbiamo detto, le condotte mobbizzanti devono essere ripetute nel tempo: non bastano vessazioni che si protraggono per due, tre giorni ma occorre una condotta offensiva che dura mesi e mesi. Facciamo un esempio per capire: un dipendente di una ditta edile viene demansionato e, mentre prima era capocantiere, ora si occupa di montare pavimenti. Se ciò si è reso necessario per far fronte a un buco di personale – ad esempio, perché i piastrellisti sono tutti in malattia – non si può parlare di mobbing. Diverso il discorso se tale demansionamento è stato definitivo;
  2. autore delle condotte mobbizzanti può essere non solo il datore di lavoro (in questo caso si parla in modo più specifico di bossing [2]) ma anche i superiori gerarchici del dipendente e i colleghi;
  3. tra le condotte del datore e il danno subito dalla vittima ci deve essere un rapporto di causa-effetto: il secondo deve cioè essere conseguenza delle prime e di nient’altro.

Mobbing: come difendersi?

Ma quali armi ha a disposizione il lavoratore per far valere i suoi diritti? Innanzitutto, se vuole ottenere davvero giustizia, deve provare una serie di elementi:

  • di avere subito violenze (fisiche o psichiche);
  • il danno subito in riferimento alla sua sfera patrimoniale o alla sua integrità psicofisica;
  • il nesso di causalità tra le violenze subite e il danno;
  • l’intento persecutorio del datore di lavoro.

Mobbing: come denunciare?

La persona che ritiene di essere vittima di mobbing può, per prima cosa, inviare una lettera di diffida – conservandone copia – al proprio datore di lavoro denunciando il mobbing e comunicandogli che tale illegittimo comportamento è causa di malessere e, quindi, di danni che si potrebbero rivendicare in sede giudiziaria.

Il passo successivo è quello di denunciare il tutto rivolgendosi immediatamente ai tanti sportelli mobbing che si trovano in tutte le città: per avere l’indirizzo di quello più vicino basta rivolgersi al Comune, ai sindacati o fare una ricerca su internet. Questi sportelli garantiscono assistenza gratuita e danno consigli su cosa e come fare. Numerose anche le associazioni specializzate su questa problematica.

Si può anche decidere di denunciare in forma anonima, raccontando la propria storia ai giornali, a siti di informazione o in tv, in modo tale che la propria identità non venga svelata. Smuovere l’opinione pubblica è importante per far emergere il problema e trovare soluzioni che non valgano per la singola vittima ma per tutti coloro che vivono la stessa situazione.

Ipotesi ben più grave se il comportamento del datore o dei colleghi assuma un rilievo penale: ad esempio nel caso di minacce, molestie, maltrattamenti anche verbali, diffamazione ecc…, o se ha provocato una vera e propria malattia, fisica o psichica. La vittima, in tal caso, può esporre l’accaduto alle autorità competenti (Polizia, Carabinieri), sporgendo denuncia per mobbing. In sostanza, se le indagini confermeranno quanto esposto, inizierà un vero e proprio processo penale. Si potrà anche instaurare una casa civile in cui chiedere il risarcimento dei danni subiti: bisogna rivolgersi ad un avvocato o, se il lavoratore non ha i mezzi economici per farlo, avvalersi del patrocinio a spese dello Stato.

Nello specifico, la legge non prevede un apposito risarcimento per il mobbing, ma valgono le regole generali per tutti i danni patiti dal lavoratore, sia quelli patrimoniali (perdita di guadagno e di chance lavorative) che non patrimoniali (danno alla salute, stress, ecc…).

Mobbing: cosa fare per difendersi al meglio?

Perché la vittima di mobbing possa ottenere il risarcimento dei danni di natura patrimoniale (quindi, compensi in denaro), deve dimostrare di avere sostenuto delle spese per curarsi e di essersi rivolta a un medico affinché accertasse la patologia. Facciamo un esempio: se un dipendente prende dei giorni di malattia perché troppo depresso a causa delle molestie dei colleghi, farà bene a chiedere che nel certificato medico sia indicata la causa per cui sta a casa, se sta seguendo un percorso psicoterapeutico e sostenendo delle spese ingenti per curarsi.

Fondamentale è avere dei testimoni che siano in grado di raccontare come sono andati davvero i fatti. Cosa non facile: non si trova spesso un collega pronto a mettersi di traverso al datore. Sempre in quest’ottica è bene documentare qualsiasi cosa: mail, sms, messaggi su Whatsapp, eventuali offese e calunnie postate sui social, conservare lettere e insomma qualsiasi cosa che faccia capire che ci sia un intento di persecuzione. Attenzione alle registrazioni delle conversazioni perché non sempre la legge è favorevole a usarle come prova: ad esempio, nel caso di registrazioni di conversazioni tra colleghi è previsto anche il licenziamento disciplinare o giusta causa.

Se la situazione non dovesse risolversi in breve tempo, per tutelare la propria salute si può anche pensare di cambiare lavoro o, se la cosa è particolarmente difficile, di prendersi un periodo di riposo o anche di aspettativa. Qualora fosse possibile, si può anche chiedere il trasferimento.

note

[1] Cass. sent. n. 898 del 17.01.2014.

[2] Visto che il mobber è il datore di lavoro, dal punto di vista legislativo si fa riferimento agli artt. 2087, 2049 cod. civ. e 2, 41, co. 2 e 32 Cost., per violazione degli obblighi del datore di lavoro oltre che per violazione delle clausole generali di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175 e 1375 cod. civ. Inoltre, il datore di lavoro ha una responsabilità extracontrattuale in quanto lede la famiglia del lavoratore provocando danni morali oltre che patrimoniali.


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