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Le prove della banca

25 maggio 2017


Le prove della banca

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 maggio 2017



La banca può provare il proprio credito con gli estratti conto sia nei confronti del correntista che del fideiussore, sia nella fase del decreto ingiuntivo che nell’eventuale opposizione.

Quali prove ha una banca per riscuotere il proprio credito nei confronti del correntista e dell’eventuale fideiussore? Innanzitutto il contratto, che deve essere necessariamente scritto e con la firma del cliente. Non è invece indispensabile la firma del direttore dell’agenzia poiché la semplice produzione del documento in tribunale equivale a riconoscimento della scrittura (leggi È valido il contratto se manca la firma della banca?).

In secondo luogo, tra le prove della banca vi è l’estratto conto corrente. La banca non può invocare l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre 10 anni, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione con quello di prova del credito. Il principio vale anche per la contestazione degli interessi usurari. Lo ha chiarito la Cassazione con due interessanti sentenze emesse a distanza di un giorno l’una dall’altra [1].

Sia per ottenere un decreto ingiuntivo, sia nella successiva (ed eventuale) fase di opposizione promossa dal debitore, il credito della banca è dimostrato dall’estratto conto. Secondo la Corte, per provare il proprio credito l’istituto deve produrre in giudizio tutti gli estratti conto a partire dall’inizio del rapporto: solo così è possibile ricostruire il dare e l’avere con l’applicazione del tasso di interesse legale. Ma questo non vale solo nei confronti del cliente. Spiega infatti la Corte che, nei rapporti di conto corrente bancario, l’estratto conto ha efficacia probatoria fino a prova contraria anche nei confronti del fideiussore del correntista e non soltanto per la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche nel giudizio di opposizione allo stesso ed in ogni altro procedimento di cognizione. Il fideiussore non può contestare la definitività degli estratti.

Se sugli estratti conto c’è contestazione del correntista, il quale assuma che la banca ha calcolato male gli interessi, esagerando negli importi, il giudice nomina un consulente tecnico d’ufficio. Ebbene, dall’analisi degli estratti conto operata dal consulente potrebbe risultare l’applicazione di «interessi su interessi» (cosiddetto anatocismo). In tal caso, la banca potrebbe risultare debitrice dopo che il conto è stato depurato dall’illegittima capitalizzazione degli interessi.

Sulle prove della banca per dimostrare il proprio credito si sono espressi più volte i giudici. Ecco una rassegna delle principali sentenze.

In tema di prova del credito fornita da un istituto bancario nel procedimento monitorio e nel successivo giudizio contenzioso di opposizione, va distino l’estratto ex art. 50 TUB – dichiarazione unilaterale di un funzionario della banca creditrice accompagnato dalla certificazione della sua conformità alle scritture contabili e da un’attestazione di verità e liquidità del credito – dall’ordinario estratto conto- funzionale a certificare le movimentazioni debitorie e creditorie intervenute dall’ultimo saldo, con le condizioni attive e passive applicate dalla banca – poiché l’estratto conto ex art. 50 TUB riveste efficacia probatoria nel solo procedimento per decreto ingiuntivo instaurato dalla banca, mentre l’estratto conto, trascorso il debito periodo di tempo dalla sua comunicazione al correntista, assume carattere di incontestabilità ed è, conseguentemente, idoneo a fungere da prova anche nel successivo giudizio contenzioso instaurato dal cliente.

Tribunale Pescara, sent. n. 497/17 del 6.04.2017

Nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi anatocistici a carico del correntista, la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto; né essa banca può sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito.

Cassazione sent. n. 1584/17 del 20.01.2017
In tema di prova del credito fornita da un istituto bancario, va distinto l’estratto di saldaconto (che consiste in una dichiarazione unilaterale di un funzionario della banca creditrice accompagnata dalla certificazione della sua conformità alle scritture contabili e da un’attestazione di verità e liquidità del credito), dall’ordinario estratto conto, che è funzionale a certificare le movimentazioni debitorie e creditorie intervenute dall’ultimo saldo, con le condizioni attive e passive praticate dalla banca. Mentre il saldaconto riveste efficacia probatoria nel solo procedimento per decreto ingiuntivo eventualmente instaurato dall’istituto, l’estratto conto, trascorso il previsto periodo di tempo dalla sua comunicazione al correntista, assume carattere di incontestabilità ed è, conseguentemente, idoneo a fungere da prova anche nel successivo giudizio contenzioso instaurato dal cliente.

Cassazione sent. n. 21092/17 del 19.10.2016

 

In tema di prova del credito fornita da un istituto bancario nel procedimento monitorio e nel successivo giudizio contenzioso di opposizione, va distinto l’estratto di saldaconto – dichiarazione unilaterale di un funzionario della banca creditrice accompagnato dalla certificazione della sua conformità alle scritture contabili e da un’attestazione di verità e liquidità del credito – dall’ordinario estratto conto – funzionale a certificare le movimentazioni debitorie e creditorie intervenute dall’ultimo saldo, con le condizioni attive e passive applicate dalla banca – poiché il saldaconto riveste efficacia probatoria nel solo procedimento per decreto ingiuntivo eventualmente instaurato dall’istituto, mentre l’estratto conto, trascorso il debito periodo di tempo dalla sua comunicazione al correntista, assume carattere di incontestabilità ed è, conseguentemente, idoneo a fungere da prova anche nel successivo giudizio contenzioso instaurato dal cliente; con la conseguenza che non può ritenersi assolto l’onere probatorio da parte dell’istituto di credito ove questi ometta di produrre gli estratti conto nel giudizio di opposizione, non essendo sufficiente il mero riferimento, negli atti di causa, all’invio degli estratti conto al cliente e alla non contestazione di essi e della loro ricezione da parte di quest’ultimo.

Tribunale Bari, sent. n. 5074/16 del 11.10.2016

Nei rapporti bancari in conto corrente, la banca non può sottrarsi all’onere di provare il proprio credito, invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre i dieci anni dalla data dell’ultima registrazione, in quanto tale obbligo, volto ad assicurare una più penetrante tutela dei terzi estranei all’attività imprenditoriale, non può sollevarla dall’onere della prova piena del credito vantato anche per il periodo ulteriore.

Cassazione sent. n. 16825/16 del 9.08.2016

 

Va emesso decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo a favore della banca qualora venga data prova del debito sulla base dell’estratto presentato dall’istituto di credito ai sensi dell’art. 50 TUB, che costituisce prova scritta ai sensi dell’art. 2709 c.c. e 634 c.p.c., essendo lo stesso un estratto analitico di tutti i movimenti del conto corrente e delle singole partite contabili giustificative della pretesa creditoria, in assenza di alcuna contestazione circa la debenza delle somme dovute.

Tribunale Torino, sent. del 26.05.2016
Nei rapporti bancari in conto corrente, la banca non può sottrarsi all’onere di provare il proprio credito invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni dalla data dell’ultima registrazione, in quanto tale obbligo, volto ad assicurare una più penetrante tutela dei terzi estranei all’attività imprenditoriale, non può sollevarla dall’onere della prova piena del credito vantato anche per il periodo ulteriore.

Cassazione sent. n. 7972/16 del 20.04.2016

note

[1] Cass. sent. n. 13258/17 del 25.05.17 e n. 13127/17 del 24.05.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 aprile – 24 maggio 2017, n. 13127
Presidente Campanile – Relatore Terrusi

Fatto e diritto

Rilevato che:
il tribunale di Milano, con sentenza in data 18-2-2015, rigettava l’opposizione di D.B.M. e di C.M. al decreto ingiuntivo loro notificato dalla Banca popolare di Milano, quali fideiussori della Iti Arredo s.p.a., per la somma di Euro 867.647,00, oltre accessori, a titolo di saldo debitore del c/c n. (…);
il gravame avverso la citata sentenza veniva dichiarato inammissibile, ai sensi degli artt. 348-bis e seg. cod. proc. civ., dalla corte d’appello di Milano, giusta ordinanza in data 7-82015 gli ingiunti hanno quindi proposto ricorso per cassazione, in due motivi (illustrati anche da memoria), nei riguardi della sentenza del tribunale;
la Banca ha replicato con controricorso.
Considerato che:
il tribunale di Milano, per quanto ancora rileva, ha motivato la decisione affermando: che la Banca, attrice in senso sostanziale, aveva l’onere di produrre gli estratti conto dall’inizio del rapporto (nel caso di specie risalente al 1992), al fine di dimostrare l’effettività del credito vantato; che tali estratti erano stato prodotti solo dalla data del 30-6-2000; che tuttavia il primo estratto (al 30-6-2000) aveva evidenziato un saldo a credito del correntista (per lire 179.835.195), sicché esso ben poteva essere utilizzato al fine di ricostruire il rapporto da tale data nonostante la nullità delle clausole del contratto relative alla capitalizzazione trimestrale dell’interesse a debito; che la ricostruzione era stata fatta mediante c.t.u., la quale aveva concluso nel senso dell’effettiva esistenza di un saldo finale passivo di Euro 1.161.695,22, di gran lunga superiore, cioè, all’ammontare delle fideiussioni; che, ove gli opponenti avessero inteso invocare, invece, un maggior saldo creditore di partenza (al 30-6-2000), l’onere probatorio sarebbe stato a loro carico;
la decisione del tribunale, ai sensi dell’art. 348-ter cod. proc. civ., è, coi citati due motivi di ricorso, impugnata per violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 cod. civ., atteso che il tribunale avrebbe errato nel ritenere valido, quale punto di partenza per la ricostruzione del rapporto, il primo saldo noto alla data del 30-6-2000 sol perché risultato a credito del correntista, e per avere quindi ribaltato l’onere della prova inter partes in considerazione della mancata produzione degli estratti conto integrali dall’inizio del rapporto;
il ricorso, i cui motivi possono essere unitariamente esaminati perché connessi, è manifestamente infondato;
il tribunale ha in effetti accertato che il contratto di conto corrente non conteneva le specifiche condizioni di cui alla legge n. 154-92 e che era stato applicato illegittimamente l’anatocismo conseguente alla prevista capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, ferma restando invece la capitalizzazione annuale di quelli creditori;
ha dunque ritenuto la nullità di tali clausole, e ha detto che la Banca non aveva allegato, né provato, l’adeguamento del contratto alla delibera Cicr del 9-2-2000;
tuttavia il tribunale ha anche accertato che il primo saldo noto, attestato dagli estratti prodotti in giudizio, era a credito del correntista, e dal ricorso non emerge, in prospettiva, di autosufficienza, che sia mai stato finanche soltanto dedotto che il relativo estratto fosse stato contestato dal correntista medesimo nel termine stabilito;
questa Corte ha da tempo chiarito che, nei rapporti di conto corrente bancario, l’estratto conto ha efficacia probatoria fino a prova contraria anche nei confronti del fideiussore del correntista non soltanto per la concessione del decreto ingiuntivo, ma anche nel giudizio di opposizione allo stesso e in ogni altro procedimento di cognizione, perché ove il debitore principale sia decaduto a norma dell’art. 1832 cod. civ. dal diritto di impugnare gli estratti di conto, il fideiussore chiamato in giudizio dalla banca medesima per il pagamento della somma dovuta non può sollevare contestazioni in ordine alla definitività di quegli estratti (v. per tutte Cass. n. 8944-16; Cass. n. 18650-03);
quanto invocato dai ricorrenti va coordinato con tale principio; non è in discussione che una volta che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi ultralegali a carico del correntista, la rideterminazione del saldo del conto deve avvenire attraverso i relativi estratti a partire dalla data della sua apertura, così effettuandosi l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere con applicazione del tasso legale, sulla base di dati contabili certi in ordine alle operazioni ivi registrate (v. Cass. n. 20693-16; Cass. n. 7972-16; Cass. n. 21597-13);
ciò nondimeno, codesto insegnamento presuppone che il conto abbia avuto un andamento a debito, perché tale è la condizione per potersi discorrere di interessi a carico del correntista;
nella specie non risulta che sia stato finanche solo dedotto che, prima del 30-6-2000 (data del primo estratto conto prodotto in giudizio, evidenziante il credito del correntista), il conto abbia avuto in qualche specifico momento un andamento negativo; al punto che l’impugnata sentenza ha esplicitamente affermato senza censure in questa sede – che mai la parte opponente aveva invocato, rispetto a tale data, “un maggiore saldo creditore”;
consegue che la decisione assunta dal tribunale resiste alle critiche dei ricorrenti: correttamente, in tale condizione, potevasi porre a base della ricostruzione del saldo finale quanto emergente dal detto estratto, per poi ricostruire integralmente il dare e l’avere a partire da questo, mediante la produzione integrale degli estratti successivi;
le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alle spese processuali, che liquida in Euro 10.100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfetario di spese generali nella percentuale di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 aprile – 25 maggio 2017, n. 13258
Presidente Campanile – Relatore Falabella

Fatti di causa

1. – Banca di Roma s.p.a. richiedeva ed otteneva un decreto ingiuntivo nei confronti di Edilizia Ro.AI.Master s.r.l., nella qualità di obbligata principale, nonché nei confronti di P.S. , A. e R. , nonché di F.R. , nella qualità di fideiussori, per l’importo complessivo di Lire 939.173.137, quale saldo debitore di alcuni conti correnti intrattenuti dalla predetta società con l’istituto di credito.
Il decreto ingiuntivo era opposto dagli intimati, i quali, per quanto qui ancora rileva, eccepivano la nullità della pattuizione relativa agli interessi e alla capitalizzazione trimestrale degli stessi, la nullità della disposizione che programmava la commissione di massimo scoperto, nonché l’incompletezza della documentazione prodotta dalla banca, siccome non comprensiva degli estratti conto relativi ai primi anni dei rapporti in contestazione.
Il Tribunale revocava il decreto ingiuntivo, accertava la nullità della pattuizione delle clausole aventi ad oggetto la capitalizzazione e la commissione di massimo scoperto e condannava – gli opponenti al pagamento della somma di Euro 421.695,11, oltre interessi.
2. – Interposto gravame, la Corte di appello di Roma, con sentenza pubblicata il 6 febbraio 2015, accoglieva parzialmente l’impugnazione e rideterminava la somma dovuta dagli appellanti in Euro 251.974,87, oltre interessi. La Corte di merito – giova qui ricordare – ha escluso che dovesse farsi luogo all’azzeramento dei saldi riprodotti nei primi estratti conto (relativi all’anno 1993) e ha inoltre osservato che gli appellanti, a fronte della pattuizione scritta della misura degli interessi, si erano limitati a contestazioni generiche circa la variazione dei relativi tassi.
3. – Contro tale pronuncia ricorrono per cassazione P.S., A. e R. , nonché F.R. , i quali fanno valere tre motivi di impugnazione. Resiste con controricorso doBank s.p.a., già Unicredit Credit Management Bank s.p.a., rappresentata in giudizio dalla procuratrice Arena NPL One s.r.l.. Il ricorso è stato notificato anche a Unicredit s.p.a. che, tuttavia, non ha svolto difese in questa fase di legittimità. I ricorrenti hanno depositato memoria.

Ragioni della decisione

1. – Il ricorso è anzitutto ammissibile. Salvo quanto sarà evidenziato con riferimento al terzo motivo, esso presenta, infatti, le connotazioni di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata.
2. – Con il primo motivo è denunciata nullità della sentenza per violazione dell’art. 132, n. 2 c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 4 c.p.c.. Rilevano i ricorrenti di aver convenuto in appello sia Unicredit, incorporante per fusione Capitalia s.p.a., già Banca di Roma, che Unicredit Credit Management Bank, incorporante Aspra Finance, cessionaria del credito controverso. Rilevano che la Corte di appello aveva però reso pronuncia nei soli confronti di Unicredit Credit Management Bank, mentre Unicredit non risultava affatto indicata nella sentenza. Sottolineano gli istanti che, nondimeno, i due istituti bancari costituivano parti distinte ed autonome del processo.
La censura va disattesa.
Vero è che l’intestazione della sentenza impugnata non menziona Unicredit s.p.a., che non è inoltre specificamente nominata nel corpo della decisione, nemmeno ai fini della declaratoria di contumacia della stessa. Tuttavia, la mancata indicazione della parte contumace nell’epigrafe della sentenza, al pari della mancata dichiarazione di contumacia della stessa, non incide sulla regolarità del contraddittorio e non comporta, quindi, alcuna nullità, ove risulti che la parte sia stata regolarmente citata in giudizio – evenienza, questa, nella specie assolutamente pacifica – configurandosi al riguardo un mero errore materiale, emendabile con il procedimento di cui all’art. 287 c.p.c. (Cass. 9 ottobre 2013, n. 22918; Cass. 28 maggio 2003, n. 8545).
2. – Il secondo motivo prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 1832, 1827 c.c., 115 e 116 c.p.c.. La sentenza è sottoposta la censura nella parte in cui ha affermato che se il credito esistente in un dato periodo, successivo all’inizio dei rapporti bancari, può essere ricostruito con prove diverse dagli estratti conto, “esso non può ritenersi pari a zero”; la doglianza investe, inoltre, la valorizzazione, da parte del giudice distrettuale, della circostanza per cui gli estratti conto non erano stati “tempestivamente contestati all’atto del loro invio al correntista”; è inoltre avversato l’argomento, pure speso dalla Corte di merito, secondo cui sarebbe risultato “del tutto ipotetico che medio tempore, cioè dall’inizio dei rapporti bancari in esame e sino al 1993, siano state applicate clausole invalide”. Sul punto i ricorrenti richiamano la giurisprudenza di questa S.C. sull’onere probatorio in tema di rapporti di conto corrente.
Il motivo è fondato.
Va premesso che l’approvazione degli estratti conto non implica l’insussistenza di addebiti illegittimi da parte della banca. Come è noto, infatti, l’approvazione tacita dell’estratto di conto corrente non si estende alla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori sottostanti, ma ha la funzione di certificare la verità storica dei dati riportati nel conto (Cass. 14 febbraio 2011, n. 3574); la mancata contestazione dell’estratto conto e la connessa implicita approvazione delle operazioni in esso annotate riguardano, dunque, solo gli accrediti e gli addebiti considerati nella loro realtà effettuale (Cass. 26 maggio 2011, n. 11626).
Ciò posto, per giurisprudenza costante di questa S.C., nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi ultralegali a carico del correntista, la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto; né essa banca può sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito (Cass. 20 aprile 2016, n. 7972; Cass. 18 settembre 2014, n. 19696; Cass. 26 gennaio 2011, n. 1842; Cass. 25 novembre 2010, n. 23974; Cass. 10 maggio 2007, n. 10692). Tale principio vale, ovviamente, anche ove si faccia questione dell’addebito di interessi anatocistici non dovuti. Come è stato osservato, negata la validità della clausola sulla cui base sono stati calcolati gli interessi, soltanto la produzione degli estratti conto a partire dall’apertura del conto corrente consente, attraverso una integrale ricostruzione del dare e dell’avere con l’applicazione del tasso legale, di determinare il credito della banca, sempre che la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dalla illegittima capitalizzazione: allo stesso risultato, evidentemente, non si può pervenire con la prova del saldo, comprensivo di capitali ed interessi, al momento della chiusura del conto; infatti, tale saldo non solo non consente di conoscere quali addebiti, nell’ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi, ma esso a sua volta discende da una base di computo che è il risultato di precedenti capitalizzazioni degli interessi (Cass. 10 maggio 2007, n. 10692 cit., in motivazione). D’altro canto, l’assenza degli estratti conto per il periodo iniziale del rapporto non era astrattamente preclusiva di un’indagine contabile per il periodo successivo, potendo questa attestarsi sulla base di riferimento più sfavorevole per il creditore istante, quale, a titolo esemplificativo, quella di un calcolo che preveda l’inesistenza di un saldo debitore alla data dell’estratto conto iniziale (così Cass. 26 gennaio 2011, n. 1842 cit., in motivazione).
Né la sentenza impugnata può condividersi laddove afferma che sarebbe del tutto ipotetica (e quindi indimostrata) l’applicazione, nel tempo, di clausole invalide (nella specie: quelle di cui era stata accertata la nullità). Un tale assunto sovverte infatti l’ordine naturale degli oneri di allegazione e di prova, giacché a fronte di una clausola di un determinato contenuto, il fatto modificativo o estintivo che determini la caducazione, totale o parziale della clausola stessa, o comunque la sua sopravvenuta inettitudine a regolamentare il rapporto in conformità di quanto in essa prescritto non può essere affermata giudizialmente senza che la parte interessata deduca e dimostri le circostanze rilevanti a tal fine.
3. – Col terzo motivo i ricorrenti si dolgono della violazione e falsa applicazione degli artt. 1284, 3 co, 1346 e 1418 c.c. in relazione all’art. 360, n. 3 c.p.c.. In sintesi gli istanti lamentano che il giudice dell’impugnazione abbia attribuito rilievo al tasso di interesse convenuto contrattualmente, senza considerare che lo stesso era suscettibile di variazioni in rapporto alle “condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza”.
Il motivo è privo di autosufficienza e, correlativamente, di decisività.
Deve premettersi che gli istanti non hanno alcun interesse a dolersi di una riduzione del tasso iniziale; ciò che assume rilievo, rispetto alla loro posizione, è l’incremento, non la diminuzione del tasso. Ora, nel ricorso non sono indicate le variazioni che avrebbero concretamente inciso, nel tempo, sulla misura del tasso di interesse: in particolare non è specificato se siano intervenute modificazioni in aumento rispetto al saggio originario del 21,25%. Ne discende che la censura, incentrata sulla pattuizione dello jus variandi, non è comunque idonea a dar conto del vizio denunciato.
In conclusione, vanno respinti il primo e il terzo motivo, mentre deve essere accolto il secondo. La sentenza è cassata e la causa deve essere rinviata ad altra sezione della Corte di appello di Roma, la quale dovrà fare applicazione dei seguenti principi di diritto:
nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validità, della pattuizione relativa agli interessi a carico del correntista, la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto, né essa banca può sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito;
una volta accertata la pattuizione di interessi non dovuti, il giudice di merito non può ritenere che la disposizione contrattuale non abbia trovato applicazione nel periodo non documentato dagli estratti conto, salvo che la banca non alleghi e non provi il fatto modificativo o estintivo che determini la caducazione, totale o parziale, della disposizione stessa, o comunque la sopravvenuta sua inettitudine a regolamentare il rapporto in conformità di quanto in essa prescritto.
Spetterà alla stessa Corte del rinvio disciplinare la sorte delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo e rigetta gli altri; cassa la sentenza con riferimento al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Milano anche per le spese.


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