| Editoriale

Testimoni di giustizia: una vita tra l’incudine e il martello

10 dicembre 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 dicembre 2012



Dopo aver a lungo ascoltato il pianto di numerosi testimoni di giustizia (le vite dilaniate tra le ritorsioni dei criminali denunciati e l’inefficienza dei programmi di protezione cui sono sottoposti) mi viene la malsana idea di scoprire cosa pensino i pubblici ministeri di questa indifferenza delle istituzioni.

Elaboro quattro o cinque domande e mi metto in macchina alla volta del palazzo di giustizia. Conosco alcuni nomi alle cui porte bussare e mi faccio anticipare da una telefonata.

Entro in tribunale e, all’ingresso, un arco a raggi infrarossi scandisce ogni segreto del mio corpo; il contrasto che il marchingegno crea con l’età del palazzo è imbarazzante.

L’atrio ospita il via vai di operatori del diritto, clienti, curiosi, cancellieri, poliziotti e, sopra tutti, i vassoi del bar, portati da ragazzini che sfrecciano come folgori. Mi apro un varco. Tante piccole stanze si schierano lungo il corridoio, brandendo ai passanti i loro riservati affari.

Da una porta socchiusa si intravedono i misteri di un ufficio: una stanza rigonfia di carte inesplose che minacciano di cadere dalle mensole. Un cancelliere mi spia mentre passo; sembra assorto in un mistico pensiero che lo attraversa lentamente, come una nave che guada l’orizzonte.

Dall’esterno di una finestra arrugginita, si scorge il vessillo della repubblica: penzola come un lenzuolo steso ad asciugare.

Un uomo in giacca esce sbuffando da una stanza, svicola nel corridoio mentre consulta un’agenda segnata da appunti ed appuntamenti, cause e causali. Una borsa è rimasta su un termosifone: un peccato per una autentica imitazione. Strano paese, l’Italia. Tutto è di plastica: i sacchetti della spesa, le facce dei politici, gli articoli dei giornalisti, i seni delle presentatrici.

Mi riconsegno al vociare del corridoio. È un concerto di sconcerti, di cuoi di mocassini, e tacchi sotto gli spacchi, e fascicoli e carte; voci tremanti ed emozionate, qualcuna pateticamente soddisfatta. Posso distinguere le direttive che, in un angolo, un avvocato dà al suo testimone e l’espressione di questi ormai cristallizzata nel vuoto.

Mi avvicino all’aula delle udienze. La stanza, ampia quanto tre salotti, esala pigolii uniformi, talvolta interrotti da un calpestio di martello, e poi di nuovo progressivamente incoraggiati a vicenda come in un pollaio, riprendendo lo spazio vuoto che li separa dalla culla del magistrato di turno. Una bassa ringhiera in ciliegio trattiene gli spettatori, oscillanti in un misto di riverente interesse e smarrimento; li divide dalla folla dei teatranti che gestiscono il mercato delle idee.

A ragion venduta.

Sopra il magistrato, domina distratta una bilancia, in un equilibrio di bracci e piatti, complici, fratelli ammiccanti, in connivente alleanza di peso e misura. La verità, figlia postuma del tempo, è condannata in un angolo ad aspettare un’apparente vittoria. In compagnia di una ragnatela.

Ogni volta che entro in tribunale mi sento al centro di invisibili forze vettrici. Riconsidero ogni prospettiva da un punto di vista più essenziale e mi convinco che non esistono cose sbagliate e cose giuste, ma che sono sbagliate o giuste solo le relazioni tra di esse.

Non avrei altro da narrare di quella giornata. Perché, dei tre studioli a cui busso, nessuno mi concede quello che speravo.

La prima porta mi risponde così: «I testimoni di giustizia? Lei intende dire i pentiti?».

Vado avanti. La seconda porta mi ribatte in questo modo: «La legge sui testimoni funziona discretamente. Ma ora non ho tempo per parlarne. Magari tra qualche mese».

La terza porta è quella che preferisco. Dopo aver sentito le mie domande, mi confessa: «Se dovessi rispondere con sincerità dovrei dire che i programmi di protezione non funzionano. Poi il ministero mi fa causa… Capisca, avvocato: io devo incoraggiare la testimonianza, mica criticarla». È quanto mi basta.

Nel viaggio di ritorno, l’autostrada è chiusa e un cartello mi dirotta su una statale stretta come un mal di gola. E mi capita una cosa singolare. Per la prima volta, in quella deviazione, vedo l’immagine della criminalità. Qualcuno – penso – avrà scoperto che i materiali usati non sono conformi all’appalto e i magistrati hanno messo tutto sotto sequestro. Magari avranno confiscato i beni di qualche boss, che ora ha aumentato il pizzo a qualche imprenditore. Forse anche io, senza

saperlo, nel pagare prezzi maggiorati, che credo dovuti all’inflazione, sto invece risarcendo il mafioso di quello che la magistratura gli ha sottratto.

E allora mi prende un momento di sgomento nell’immaginare che forse lo Stato ha abbandonato la sua battaglia. Un patto di non belligeranza. Ognuno nella propria circoscrizione. Proprio come gli

accordi di Yalta. Libera mafia in libero Stato.

Mentre sono assorbito dalla rabbia, incollo all’improvviso sull’asfalto perché scorgo un autovelox nascosto dietro un’aiuola. Sono costretto ad andare a passo d’uomo. Così, incolonnato in una fila di

cui non riesco nemmeno a scorgere la testa, buttato via da una strada dalla criminalità e bloccato su un’altra dalla polizia, a mio modo mi sento anche io – come i testimoni che ho appena intervistato – tra l’incudine e il martello.

Il presente pezzo è estrapolato dal mio libro “Tra l’incudine e il martello”, per gentile concessione della Casa Ed. Pellegrini Editore.

 

 

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2 Commenti

  1. Poche righe scritte con maestria… Complimenti Angelo, scopro oggi anche questo nuovo talento. Cercherò il libro.
    Rossella

  2. Complimenti ! E’ un articolo molto bello e molto toccante. Ti faccio i complimenti per tutto quello che fai e per tutte le tue iniziative sempre volte a favorire noi cittadini in balia di un oceano pieno di leggi indecifrabili e che tu invece ci aiuti ad interpretare.
    grazie Angelo!

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