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Lo sai che? Falsa autocertificazione, cosa si rischia?

Lo sai che? Pubblicato il 28 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 maggio 2017

L’autocertificazione, benché atto privato, se rilasciata a un pubblico ufficiale, funziona come un atto pubblico. Per il falso atto notorio c’è reato.

Dichiarare il falso in un atto notorio costituisce reato se l’autocertificazione viene consegnata a un pubblico ufficiale. Il crimine commesso è quello di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Non rileva che tale documento sia una dichiarazione del privato e non un atto pubblico; rileva piuttosto il soggetto al quale l’autocertificazione viene esibita, andando a sostituire una documentazione pubblica. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Procediamo con ordine e vediamo, in caso di falsa autocertificazione, cosa si rischia.

Il codice penale dedica un apposito articolo [2] al reato di «falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico». La norma punisce con la reclusione fino a due anni chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. Se la falsità riguarda attestazioni in atti relativi allo stato civile la reclusione non può essere inferiore a tre mesi. Ebbene, secondo la Cassazione tale norma si applica anche alle false autocertificazioni quando tale atto ha lo scopo di provare i fatti descritti dal dichiarante al pubblico ufficiale.

Per comprendere meglio cosa rischia chi fa una falsa autocertificazione facciamo un esempio. Immaginiamo che una persona, avendo necessità di presentare la richiesta di assegni familiari, rilasci false dichiarazioni, sostitutive dell’atto notorio, in merito al reddito familiare. Quali sono le conseguenze a cui va incontro? Secondo il consolidato orientamento della Cassazione, nonostante l’autocertificazione non sia – in senso stretto – rilasciata in atto pubblico, trattandosi di una falsa autodichiarazione, bisogna ricordare che la legge [3] attribuisce a tale atto lo scopo di provare i fatti descritti dal dichiarante al pubblico ufficiale. In tal modo, l’efficacia probatoria del documento sarebbe connessa all’obbligo, di colui che rilascia la dichiarazione, di sostenere il vero. E, pertanto, il reato è lo stesso di quello commesso da chi rilascia false dichiarazioni in un atto pubblico [4]. Ma attenzione: per la Corte, la natura pubblica dell’autocertificazione vale solo nei casi in cui una specifica norma di legge attribuisca all’atto stesso la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale. La legge, insomma, a parere della Cassazione, chiaramente richiede che le suddette autodichiarazioni siano annoverate tra gli atti pubblici.

note

[1] Cass. sent. n. 25927/17 del 24.05.2017.

[2] Art. 483 cod. pen. per come richiamato dall’art. 76 d.P.R. n. 445/2000.

[3] Art. 76 d.P.R. n. 445/2000: «1. Chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal presente testo unico è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia.

2.L’esibizione di un atto contenente dati non più rispondenti a verità equivale ad uso di atto falso».

[4] Cass. S.U. sen. n. 28 del 15.12.1999; n. 17363/2003; n. 5365/2008; n. 4970/2012; n. 23587/2013; n. 18279/2014; n. 39215/15 del 4.06.2015.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 7 febbraio – 24 maggio 2017, n. 25927
Presidente Bruno – Relatore De Gregorio

Ritenuto in fatto

Con la sentenza impugnata il Gup di Palermo, investito della richiesta di decreto penale per il delitto di cui agli artt. 76 dpr 445/2000 in relazione all’art. 483 cp, per la falsa dichiarazioni sostitutiva dell’atto notorio sul reddito familiare allo scopo di ottenere un assegno familiare, ha assolto l’imputato perché il fatto non è previsto come reato. La motivazione si è posta consapevolmente in difformità del consolidato orientamento di questa Corte, che ha considerato come il primo comma dell’art. 76 dpr 445/00 delinei autonomamente una condotta penalmente rilevante, facendo rinvio al codice penale ed alle leggi speciali al solo fine di individuare la sanzione applicabile. Secondo il Giudice palermitano la predetta disposizione conterrebbe, invece, una norma di mero rinvio alle fattispecie previste dal codice penale e da leggi speciali, ponendosi in caso di diversa interpretazione un problema di costituzionalità per difetto di tassatività e determinatezza. Per altro verso la falsa asserzione in una dichiarazione sostitutiva di atto notorio non integrerebbe il delitto ex art. 483 cp per mancanza del requisito di essere rilasciata in atto pubblico.
1. Avverso la decisione ha proposto ricorso il PG presso la Corte d’Appello, che ha sottolineato come la falsa dichiarazione sostitutiva dell’atto notorio sia di valore squisitamente pubblicistico. Tuttavia ha posto in luce che, secondo il prevalente insegnamento di questa Corte, la norma ex art. 76 dpr 445/00 delinea un’autonoma condotta criminosa ed in tal senso ha sollecitato questo Giudice di legittimità a verificare i presupposti di rilevanza e non manifesta infondatezza, a causa della quasi impossibilità di individuare di volta in volta la norma applicabile, quindi, in violazione dei principi di tassatività e determinatezza.
All’odierna udienza il PG, dr Salzano, ha concluso per l’annullamento con rinvio.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato.
1. Il percorso logico-giuridico seguito dal Gup palermitano per giungere alla conclusione che il fatto di aver affermato il falso nella dichiarazione sostitutiva resa ai sensi dell’art. 47 dpr 445/2000, rubricato ai sensi dell’art. 76 dpr 445/200 in relazione all’art. 483 cp, non costituisce reato, è fondato su due considerazioni.
1.1 La prima è che la disposizione di cui all’art. 76 del medesimo dpr, che prevede la sanzione penale per “chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso nei casi previsti dal presente decreto”, costituisca solo una norma di mero rinvio alle fattispecie incriminatrici previste dal codice penale e dalle leggi speciali. Se non fosse questa la natura della norma il semplice rinvio al codice penale ed alle leggi speciali sarebbe talmente generico da far dubitare della costituzionalità della disposizione, per difetto di tassatività e determinatezza, quantomeno con riferimento alla pena applicabile.
1.2 La seconda considerazione, collegata alla precedente, è che, secondo l’opinione del Giudice a quo, la falsa affermazione contenuta in una dichiarazione sostitutiva di atto notorio resa ai sensi degli artt. 46 e 47 del dpr 445/2000, definibile sinteticamente falsa autodichiarazione, non possa integrare la fattispecie astratta di cui all’art. 483 cp, poiché in essa mancherebbe il requisito di essere resa in un atto pubblico. A conferma di tale assunto ha sostenuto il Gup che questa Corte non avrebbe mai affermato apertamente che la dichiarazione sostitutiva di atto notorio sia un atto pubblico, citando in proposito giurisprudenza molto antica (Cass. Pen. 24.2.1983, n 4135). Ha aggiunto che l’affermazione contenuta nell’art. 76 comma 3 dpr 445/2000, secondo la quale le dichiarazioni rese ex artt. 46 e 47 del medesimo dpr si considerino rese al pubblico ufficiale, non sarebbe sufficiente per considerarle rese in un atto pubblico.
2. In contrario va osservato che da lungo tempo si è formato e consolidato l’orientamento di questa Corte secondo il quale il delitto di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico (art. 483 cod. pen.) è configurabile solo nei casi in cui una specifica norma giuridica attribuisca all’atto la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale, così collegando l’efficacia probatoria dell’atto medesimo al dovere del dichiarante di affermare il vero. Sez. U, Sentenza n. 28 del 15/12/1999 Ud. Rv. 215413. Tale principio è stato ripreso e confermato da una pluralità di pronunzie: N. 17363 del 2003 Rv. 224750, N. 5365 del 2008 Rv. 239110, N. 4970 del 2012 Rv. 251815, N. 23587 del 2013 Rv. 256259, N. 18279 del 2014 Rv.259883;Sez. 5, Sentenza n. 39215 del 04/06/2015 Ud.(dep. 28/09/2015)Rv. 264841. Tra queste alcune hanno preso in considerazione la fattispecie oggetto di ricorso ex art. 76 d.P.R. n. 445 del 2000 in relazione all’art. 483 cod. pen. Così Sez. 5, Sentenza n. 16275 del 16/03/2010 Ud. (dep. 26/04/2010) Rv. 247260: integra il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico la condotta di colui che, in sede di dichiarazione sostitutiva di atto notorio resa ai sensi dell’art. 47 d.P.R. n. 445 del 2000, allegata ad istanza preordinata ad ottenere il passaporto, attesti falsamente di non avere mai riportato condanne penali. È stato, inoltre, osservato che l’atto disciplinato dalle norme di cui agli artt. 46 e 47 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa è per sua natura “destinato a provare la verità” dei fatti in esso affermati, che – concernono – fatti, – stati e qualità personali. Sez. 5, Sentenza n. 38748 del 09/07/2008 Ud. (dep. 14/10/2008) Rv. 242324: integra il reato previsto dall’art. 483 cod. pen. la condotta del privato che renda, a norma degli artt. 46 e 76 del D.Lgs. n. 445 del 2000, falsa dichiarazione circa stati, qualità personali e fatti per conseguire l’esenzione dal contributo alla spesa sanitaria.
2.1 Dalla citata giurisprudenza si ricava che la riflessione di questa Corte ha individuato la natura pubblica dell’atto di cui all’art. 483 cp solo nei casi in cui una specifica norma attribuisca all’atto stesso la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale, collegandone l’efficacia probatoria al dovere del dichiarante di affermare il vero; con riguardo al caso per cui è ricorso, delle dichiarazioni sostitutive di atto notorio rilasciate ai sensi degli artt. 46 e 47 dpr 445/2000 – autodichiarazioni – la natura pubblica dell’atto è stata desunta anche dalla sua naturale destinazione a provare la verità dei fatti in esso affermati, a sua volta ricavabile dalla funzione di comprovare stati, qualità personali e fatti, che le due disposizioni in parola assegnano alle dichiarazioni sostitutive di atti notori e di certificazioni.
2.2 Del resto, a stare alla lettera della legge, secondo la quale “le dichiarazioni sostitutive rese ai sensi degli artt. 46 e 47 sono considerate come fatte a pubblico ufficiale” e considerato il tenore letterale dell’art. 2699 cod. civ., che definisce la nozione di atto pubblico in riferimento al soggetto che lo emana secondo le previste formalità, notaio o altro pubblico ufficiale, ed al potere conferitogli ad attribuirgli pubblica fede, deve osservarsi che la stessa legge sulla documentazione amministrativa vuole attribuire alle suddette autodichiarazioni la qualità di atti pubblici; ne deriva, pertanto, l’illiceità penale, da inquadrare in una delle fattispecie astratte previste dal codice in tema di falsità in atti pubblici, nel caso in cui il privato rilasci una dichiarazione, ai sensi degli artt. 46 e 47, che sia falsa.
2.3 Le sovrabbondanti e tortuose argomentazioni del Giudice del merito hanno il difetto di trascurare l’interpretazione letterale della legge, nella fattispecie art. 76 comma 3 del TU, canone ermeneutico prioritario per l’interprete, seguendo la quale sembra chiaro che il significato da attribuire alla disposizione incriminatrice è quello di includere le dichiarazioni rese ai sensi degli artt. 46 e 47 del dpr 445/2000 nel numero degli atti pubblici; nel caso concreto il risultato di tale interpretazione è arricchito in senso confermativo dalla ponderazione della ragione giustificatrice delle norme di riferimento, individuabile nella già evidenziata destinazione probatoria.
3. Quanto alla prospettata incostituzionalità della norma in questione deve ribadirsi quanto già affermato da questa stessa Sezione nella sentenza 2978 del 2009, secondo la quale il rinvio alle norme del codice penale contenuto nell’art. 76 dpr 445/2000 non prevede un’espressa delimitazione al solo trattamento sanzionatorio ma deve ritenersi formulato anche con riguardo alla parte precettiva, in maniera tale da richiedere all’interprete l’adattamento della fattispecie integrata dalla falsa dichiarazione in una delle ipotesi previste dalle disposizioni incriminatrici del codice penale e/o delle leggi speciali in materia.
3.1 L’interpretazione che questa Corte ha dato della norma in parola – della quale sono stati citati innanzi una pluralità di esempi con riguardo all’art. 483 cp – corrisponde alla generale indicazione proveniente dal Giudice delle leggi, secondo la quale occorre che il Giudice provi ad intendere le norme in modo conforme ai principi della Costituzione, essendone egli il primo esegeta, prima di porsi e porre dubbi di incostituzionalità, e consente di superare il problema della prospettata questione di costituzionalità, che appare, quindi, manifestamente infondata.
Alla luce delle considerazioni che precedono la sentenza deve essere annullata per l’errata applicazione della legge penale in relazione agli artt. 76 dpr 445/2000 e 483 cp e gli atti rinviati al Tribunale di Palermo per il giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Palermo per il giudizio.


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