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Lo sai che? Come scoprire legalmente se i dipendenti rubano

Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2017

Impossibile utilizzare le telecamere sui dipendenti anche se per tutelare il patrimonio aziendale; al massimo il datore può eseguire il controllo con colleghi o falsi clienti.

Fino a dove si può spingere il datore di lavoro per scoprire i dipendenti che rubano? Può utilizzare le telecamere? Può valersi di investigatori privati all’interno dell’azienda per fare filmati o altri tipi di ispezione? Può valersi di falsi clienti per verificare, attraverso la testimonianza di questi, se il dipendente sta commettendo reati (come ad esempio la mancata emissione di scontrini per incassare il contante)? Il delicato problema dei controlli sui dipendenti impegna spesso le aule giudiziarie e non poche volte i giudici hanno fornito contrastanti versioni proprio in materia di utilizzo delle telecamere di videosorveglianza per monitorare ciò che fanno i lavoratori. Dell’argomento si è occupata, proprio di recente, la Cassazione [1] con una sentenza che costituisce un vero e proprio vademecum per spiegare come il datore di lavoro può scoprire i dipendenti che rubano. Ma procediamo con ordine.

Il problema di fondo deriva da quella norma dello Statuto dei lavoratori [2] che, come noto, vieta i controlli a distanza sui dipendenti se tali controlli possono servire a monitorare la qualità della prestazione lavorativa svolta. Gli unici casi in cui le telecamere possono puntare i loro occhi sui lavoratori è quando servono per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale, ma comunque solo previo accordo con i sindacati.

Così ci si è chiesto: se la videosorveglianza può essere utilizzata per prevenire il rischio di furti o rapine da parte di terzi malintenzionati (si pensi alle telecamere di sicurezza in una banca o in un ufficio postale), può essere usata invece per controllare l’eventuale dipendente che ruba se il datore ha il sospetto che ciò stia accadendo? Facciamo un esempio per comprendere meglio come stanno le cose e come il datore di lavoro può scoprire i dipendenti che rubano.

Immaginiamo che il titolare di un bar si accorga di un calo degli incassi improvviso e ingiustificato. Così, dopo aver avuto la soffiata da qualche cliente, matura la convinzione che il problema sia dovuto al cassiere il quale, invece di emettere gli scontrini (e, quindi, “contabilizzare” i ricavi), trattiene il contante per sé e lo nasconde al datore. Quest’ultimo, così, per procurarsi le prove del misfatto, incarica un’agenzia investigativa la quale posiziona una telecamera puntata contro la cassa per smascherare il dipendente infedele. Così avviene; così scatta immediato il licenziamento per giusta causa. Ma il dipendente – con una certa dose di faccia tosta – impugna il licenziamento sostenendo che le prove così acquisite sono illegittime in quanto l’uso della telecamera poteva avvenire solo se concordato con i sindacati e, comunque, non per finalità di controllo della sua attività. Chi ha ragione nel caso di specie? La soluzione della Cassazione potrà sorprendere.

 

La telecamera puntata contro il dipendente per scoprire se questi ruba o meno non è legale se installata senza il consenso dei sindacati. Si tratta, infatti di una verifica dell’attività lavorativa proibita al datore di lavoro. I filmati acquisiti dall’agenzia investigativa, per quanto smascherino il dipendente mentre si appropria di denaro o altri beni aziendali, non possono essere utilizzati.

Nell’esempio di prima, la modalità e gli strumenti di controllo utilizzati dal datore di lavoro o il ricorso da parte dell’ispettore privato all’uso di una telecamera mirato a monitorare costantemente il comportamento in servizio dei lavoratori di volta in volta addetti alla vendita, è da considerarsi finalizzato alla «verifica dell’attività lavorativa, piuttosto che alla salvaguardia del patrimonio aziendale». Finalizzazione, questa, che impone il rispetto delle prescrizioni di legge relative al controllo a distanza.

A questo punto, se l’uso «a sorpresa» della telecamera o dell’investigatore privato è vietato, ci si può legittimamente chiedere come può il datore di lavoro scoprire i dipendenti che rubano?

Due le soluzioni. La prima è quella di eventuali testimonianze di colleghi che abbiano assistito all’illecito: le loro dichiarazioni possono essere utilizzate per incolpare il collega scorretto (sul punto leggi Se il collega fa la spia la testimonianza è valida?). La seconda soluzione è quella del finto cliente. In sostanza, anziché filmare i lavoratori, il datore di lavoro può effettuare un controllo a campione attraverso la simulazione di un acquisto da parte del personale ispettivo che si presenti alla cassa in veste di cliente, verificando se al mancato rilascio dello scontrino corrisponde il trattenimento del relativo prezzo incassato.

note

[1] Cass. sent. n. 13019/2017 del 28.05.17.

[2] Art. 4 Statuto dei lavoratori: « Art. 4. Impianti audiovisivi.

1.Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unità produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di cui al primo periodo possono essere installati previa autorizzazione delle sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più sedi territoriali, della sede centrale dell’Ispettorato nazionale del lavoro. I provvedimenti di cui al terzo periodo sono definitivi.

2.La disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze.

3.Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 15 febbraio – 24 maggio 2017, n. 13019

Presidente Napoletano – Relatore De Marinis

Fatti di causa

Con sentenza del 16 ottobre 2014, la Corte d’Appello di Messina, in parziale riforma della decisione resa dal Tribunale di Messina ed in accoglimento della domanda riproposta in via incidentale in sede di gravame, estendeva alla condanna al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali la pronunzia con cui il primo giudice accoglieva la domanda proposta da C.F. , poi deceduto e sostituito da A.C.F. , in proprio e quale esercente la potestà sulla minore C.G.C. , nella loro qualità di eredi, nei confronti dell’Ancora S.r.l., avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimato al C. per aver incassato senza versarlo alla Società il corrispettivo dei prodotti venduti quale banconista a bordo delle navi traghetto Caronte e Tourist S.p.A. in servizio sullo stretto di (…).

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto illegittime le modalità del controllo operato dalla Società, non potendo questo qualificarsi come difensivo in quanto riferito direttamente all’attività del dipendente con conseguente inutilizzabilità degli elementi acquisiti; non provato l’addebito per gli episodi residui, potendo ascriversi al lavoratore l’irregolarità relativa all’emissione di un unico scontrino per il totale dell’incasso e non per singola merce venduta, ma non l’appropriazione di parte dell’incasso, non verificabile in difetto di riscontri tra la merce venduta e quella residuata e, comunque, non desumibile dalle dichiarazioni del lavoratore; sproporzionata la sanzione espulsiva irrogata rispetto al comportamento omissivo emerso, ovvero la mancata emissione dello scontrino per ogni singolo acquisto; dovuta la regolarizzazione della posizione previdenziale ed assicurativa.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando l’impugnazione a quattro motivi, cui resiste, con controricorso, la Società. Entrambe le parti hanno presentato memoria.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo, la Società ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 2119 c.c. e 1 e 3 L. n. 604/1966, imputa alla Corte territoriale l’omessa valutazione, ai fini del giudizio circa la ricorrenza dell’invocata giusta causa di recesso, della circostanza del reiterato omesso rilascio dello scontrino al cliente all’atto della vendita della merce e dell’incasso del corrispettivo da parte del lavoratore.

La violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. è dedotta nel secondo motivo in relazione all’omessa pronuncia in ordine alla rilevata distinta modalità fraudolenta di appropriazione dell’incasso della merce venduta data dal rimpiazzo delle merce con altra acquistata direttamente ed a minor costo aliunde, rispetto alla quale risulta in conferente la motivazione resa dalla Corte territoriale.

La violazione e falsa applicazione dell’art. 4, L. n. 300/1970 è predicata nel terzo motivo in relazione alla ritenuta illegittimità del controllo a distanza effettuato da un’agenzia investigativa e diretta, a detta della Società ricorrente, a tutela del proprio patrimonio.

La violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. è dedotta nel quarto motivo in relazione alla ritenuta inutilizzabilità a fini probatori del materiale registrato.

Nell’esaminare il ricorso, è opportuno prendere le mosse dal terzo e quarto motivo, che, in quanto entrambi intesi a censurare, sotto il profilo della violazione di legge e dell’error in procedendo, la statuizione della Corte territoriale in ordine all’inutilizzabilità delle riprese filmate effettuate dall’agenzia investigativa ai fini della prova dell’addebito contestato, concernete – si badi – l’appropriazione da parte del lavoratore del corrispettivo incassato per la vendita dei prodotti per i quali non aveva emesso lo scontrino, possono essere qui trattati congiuntamente.

Ebbene, i predetti motivi devono ritenersi infondati, atteso che la modalità e gli strumenti di controllo autorizzati dalla Società datrice, ovvero il ricorso da parte dell’agenzia investigativa all’uso di una telecamera mirato a monitorare costantemente il comportamento in servizio dei lavoratori di volta in volta addetti alla vendita, in luogo di un controllo a campione realizzato attraverso la simulazione di un acquisto da parte del personale ispettivo che si presenti alla cassa in veste di cliente, verificando direttamente se al mancato rilascio dello scontrino a fronte della vendita del prodotto corrisponda effettivamente il trattenimento del relativo prezzo incassato, sorreggono ampiamente la valutazione della Corte territoriale circa la finalizzazione del controllo alla verifica dell’attività lavorativa, piuttosto che alla salvaguardia del patrimonio aziendale, finalizzazione che impone il rispetto delle prescrizioni di legge relative al controllo a distanza, in difetto del quale deve escludersi, come correttamente ha ritenuto la Corte territoriale, l’utilizzabilità a fini probatori degli elementi illegittimamente acquisiti.

Ciò posto, ne discende l’infondatezza anche del primo e del secondo motivo, non valendo il tentativo della Società ricorrente di porre l’accento sulla rilevanza, in sé (primo motivo) e quale mezzo per l’attuazione di azioni fraudolente, ulteriori e distinte dal trattenimento dell’incasso, in danno della Società (secondo motivo), della diversa irregolarità riscontrabile a carico del lavoratore, data dal mancato rilascio dello scontrino all’atto di ogni singolo acquisto, ad inficiare la conclusione cui perviene la Corte territoriale, che risulta congruamente motivata sul piano logico e giuridico, con riferimento al difetto di prova dell’addebito contestato, rappresentato dall’appropriazione dell’incasso, ma altresì in relazione alla sproporzione tra la sanzione espulsiva irrogata e la condotta consistita nella mancata emissione dello scontrino per ogni singolo acquisto, affermata in relazione alla ritenuta non intenzionalità di tale inadempimento, desunta dalla circostanza per cui il lavoratore comunque a fine turno provvedeva alla contabilizzazione del venduto mettendo la Società in condizioni di verificare la corrispondenza tra l’incassato e il venduto, valutazione, questa, che, tra l’altro, non è stata qui fatta oggetto di specifica censura da parte della Società ricorrente.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità nei confronti della sola parte costituita, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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1 Commento

  1. il ricorso all’installazione di telecamere è consentito senza minimamente interpellare i sindacati nel momento in cui le telecamere riprendendo solo il cassetto del registratore di cassa, la scaffalatura ove sono riposti gli oggetti passibili di furto etc etc etc. Con l’ausilio di un professionista serio e competente è sempre possibile trovare una soluzione a tutela di un diritto giuridicamente rilevante, raccogliendo prove concrete producibili in un eventuale giudizio.

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