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Lo sai che? Se l’acqua delle piante cade nel balcone di sotto che fare?

Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 30 maggio 2017

Innaffiare le piante e far cadere l’acqua sul terrazzo del condomino del piano di sotto costituisce reato solo se l’episodio si ripete più volte.

Anche per dare acqua ai nostri vasi da fiori sul terrazzo ci sono delle regole da rispettare – regole di buona condotta, ma anche e soprattutto giuridiche – che, se non stabilite a monte dal regolamento di condominio, sono già inserite nel codice penale. Secondo la Cassazione [1], costituisce infatti reato l’innaffiare le piante e far cadere l’acqua nel balcone di sotto. Ma solo se l’episodio si verifica più volte.

Il crimine di cui si potrebbe essere accusati, in questo caso, è il reato di «getto di cose pericolose o atte a imbrattare» [2] che punisce con l’arresto fino a un mese o con un’ammenda fino a 206 euro la condotta di chi dà acqua ai propri fiori e le gocce di scolo finiscono per sporcare la proprietà altrui o molestare il proprietario. Si pensi al vicino che ha i divanetti proprio in corrispondenza delle fioriere del piano di sopra. Come difendersi in questi casi? Che fare se l’acqua delle piante cade nel balcone sottostante?

Da un punto di vista civilistico è sempre possibile esperire un’azione di risarcimento, sempre che il danno prodotto sia rilevante e non risibile. Nel nostro ordinamento, infatti, sono vietate le azioni intentate “per principio” ed è sempre necessario dimostrare una lesione di un certo rilievo. In assenza di danno – che non deve essere necessariamente patrimoniale, potendo ben consistere anche nello stress psicologico derivato dalla reiterazione del comportamento o nella compressione del diritto di affaccio dal proprio terrazzo – non è possibile alcuna tutela. Non si può invece fare causa per un semplice fastidio arrecato saltuariamente.

Dal punto di vista penale, le cose stanno più o meno nello stesso modo. Il singolo episodio di innaffiatura delle piante e scolo dell’acqua non è tutelabile: non si può sporgere querela solo perché qualche goccia è finita sul balcone del piano di sotto. È necessario invece – sostiene la Suprema Corte – una prolungata attività di inondazione del terrazzo del vicino e con il fine di imbrattare il pavimento e i muri. La consapevolezza del danno deve essere chiara e insita nel comportamento del responsabile che, nonostante le ripetute lamentele del vicino e la richiesta di cessazione del comportamento molesto, non si sia conformato ad essa. Ecco perché, se si vuole sporgere querela, è sempre bene, prima, inviare una lettera di diffida con raccomandata a.r. in modo da segnalare l’episodio e avere le prove di ciò.

Nella sentenza citata in apertura è stato chiarito che il reato consistente nel far cadere acqua di scolo delle piante sul balcone sottostante scatta anche se tale attività non è compiuta personalmente dal condomino, ma da un sistema automatico di innaffiatura e irrigazione del quale egli ha la proprietà e il dovere di custodia [3].

In sintesi se l’acqua delle piante cade nel balcone di sotto per una sola volta o per poche volte sarà difficile subire conseguenze. Sempre che ciò non avvenga intenzionalmente e non abbia procurato consistenti danni.

note

[1] Cass. sent. n. 15956/2014.

[2] Art. 674 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 21753/2014.

Corte di cassazione – Sezione III – Sentenza 10 aprile 2014 n.15956

sul ricorso proposto da: C.V. N. IL (OMISSIS);

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Dott. GENTILE

Alfredo Mario Luca

Dott. SCARCELLA Alessio ‐ Consigliere ‐ ha pronunciato la seguente: sentenza

Dott. RAMACCI

Dott. GRAZIOSI Chiara

‐ Presidente ‐ ‐ Consigliere ‐

‐ rel. Consigliere ‐ ‐ Consigliere ‐

avverso la sentenza n. 10720/2009 TRIBUNALE di ROMA, del 14/01/2011; visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 21/03/2014 la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUCA RAMACCI;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Spinaci Sante, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio per prescrizione;

udito il difensore avv. Fiore S..

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1.Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, con sentenza del 14.1.2011, emessa a seguito di opposizione a decreto penale, ha condannato C.V. alla pena dell’ammenda, ritenendolo responsabile del reato di cui all’art. 674 c.p., perchè, innaffiando i fiori del suo appartamento, gettava acqua mista a terriccio nell’appartamento sottostante imbrattandone il davanzale, i vetri ed altre suppellettili ((OMISSIS)).

Avverso tale pronuncia il predetto ha proposto appello, convertito in ricorso per cassazione.

2.Con un unico motivo deduce che quanto contestatogli era il risultato del malfunzionamento di un impianto automatico di irrigazione, cosicchè difetterebbe, nella fattispecie, l’elemento soggettivo del reato, da individuarsi nel dolo specifico, non avendo egli posto in essere un’azione deliberata con lo scopo di recare danno o molestia ad altri.

Insiste, pertanto, per l’accoglimento dell’impugnazione. Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

3.Il ricorso è inammissibile.

Dalla sentenza impugnata emerge che il giudice del merito, a seguito dell’istruzione dibattimentale, ha accertato in fatto che le infiltrazioni di acqua nell’appartamento della parte offesa erano provocate dall’impianto automatico per l’innaffiamento delle piante predisposto dall’imputato.

Ricorda il giudice del merito che tali circostanze, riferite dalla persona offesa nel corso della sua deposizione, avevano trovato conferma nelle dichiarazioni dell’amministratore del condominio, il quale aveva dichiarato di aver personalmente constato le infiltrazioni di acqua e la loro provenienza dal sovrastante terrazzo e la caduta di un pezzo di intonaco su un divano posto all’interno dell’appartamento e di aver inviato una o due raccomandate all’imputato, il quale rispondeva di aver eliminato il problema, anche se poi la persona offesa aveva continuato a lamentare danni.

Aggiunge, inoltre, che sia l’imputato che la sua convivente avevano riconosciuto l’esistenza del problema segnalato dalla condomina, al quale dichiaravano di aver posto rimedio.

4.Tale essendo, dunque, la ricostruzione della vicenda fattuale da parte del giudice del merito, che, essendo assistita da tenuta logica e coerenza strutturale, non risulta censurabile in questa sede di legittimità, osserva il Collegio che le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale risultano giuridicamente corrette ed adeguatamente giustificate.

Come è noto, con la contravvenzione prevista dall’art. 674 c.p., viene punito il gettare o versare, in luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o altrui uso, cose atte ad offendere, imbrattare o molestare le persone, ovvero il provocare, nei casi non consentiti dalla legge, emissioni di gas, vapori o fumo atti a cagionare gli effetti predetti.

La condotta esaminata dal Tribunale nel caso in esame è, ovviamente, riconducibile alla prima parte dell’articolo, poichè, concretandosi l’elemento materiale del reato nel “gettare” o “versare” le cose di cui si è detto in precedenza, è ipotizzabile tale ultima azione, chiaramente riferita ai liquidi ed alle sostanze ad essi assimilabili (sabbie, polveri etc.) che possono comunque essere versate, mentre il “gettare” riguarda invece le cose solide o, in ogni caso, aventi diversa consistenza.

Va rilevato, inoltre, come i concetti di “getto” e “versamento” contemplati dalla prima parte dell’art. 674 c.p. abbiano un significato molto ampio, anche in considerazione del fatto che la norma non specifica le modalità con le quali debbano essere effettuati nè, tanto meno, sulla base di quali principi fisici debba avvenire l’azione (ad esempio, caduta per gravità, spinta meccanica, lancio manuale, etc.) nè sulla traiettoria che la cosa deve compiere.

L’ambito di efficacia della disposizione in esame è peraltro ulteriormente ampliato dall’utilizzazione, da parte del legislatore, del termine “cosa”, volutamente generico ed evidentemente finalizzato a rendere più ampio possibile l’oggetto del versamento o del getto.

E’ pure noto che tale indeterminatezza ha indotto la giurisprudenza di questa Corte a ritenere che possano rientrare nella fattispecie tipica della contravvenzione in esame eventi diversi, fino a ricomprendervi l’emissione di onde elettromagnetiche attraverso elettrodotti, impianti di radiotrasmissione o altri impianti.

5.Da ciò consegue che una condotta quale quella oggetto di contestazione può essere certamente qualificata come “versamento” nei termini delineati dall’art. 674 c.p. e che l’esito di tale azione possa altrettanto pacificamente risolversi nell’altrui “offesa”, “imbrattamento” o “molestia”, essendo pacificamente dotata di quella capacità offensiva che la disposizione richiede.

Occorre inoltre ricordare come la giurisprudenza di questa Corte (Sez. 3, n. 16286, 17 aprile 2009) abbia già avuto modo di rilevare, motivatamente disattendendo, peraltro, un diverso orientamento risalente nel tempo, che il reato in esame è configurabile sia in forma omissiva che in forma commissiva mediante omissione (cosiddetto reato omissivo improprio) ogniqualvolta il pericolo concreto per la pubblica incolumità derivi anche dalla omissione, dolosa o colposa, del soggetto che aveva l’obbligo giuridico di evitarlo.

In un precedente occasione, proprio con riferimento ad una ipotesi di getto di acqua con una pompa all’interno dell’abitazione altrui, si era precisato come il “versamento” possa avvenire direttamente per mano dell’agente o in qualsiasi altro modo da lui posto in essere o lasciato dolosamente o colposamente in azione e va posto in relazione con l’effetto possibile di offendere, imbrattare o molestare le persone, anche se questo effetto non si sia verificato (Sez. 1, n. 8386, 24 luglio 1992).

6.Resta da osservare che, nella fattispecie, il giudice del merito ha accertato in fatto che i versamenti si erano protratti nel tempo ed erano proseguiti nonostante le lamentele della persona offesa e le segnalazioni dell’amministratore del condominio e ne ha, inoltre, indicato gli esiti, così escludendo, seppure implicitamente, che la condotta posta in essere potesse ritenersi priva di concreta offensività, ponendo altresì in luce la evidente consapevolezza, in capo all’imputato, delle conseguenze derivanti dall’attivazione del suo impianto di irrigazione automatica.

Ne consegue che le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale debbono ritenersi immuni da censure.

7.Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile e alla declaratoria di inammissibilità ‐ non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (Corte Cost. 7‐13 giugno 2000, n. 186) ‐ consegue l’onere delle spese del procedimento, nonchè quello del versamento, in favore della Cassa delle ammende, della somma, equitativamente fissata, di Euro 1.000,00.

PQM P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 21 marzo 2014. Depositato in Cancelleria il 10 aprile 2014.


Corte di cassazione – Sezione III -Sentenza 28 maggio 2014 n.21753

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TERESI Alfredo Dott. GENTILE Mario Dott. ACETO Aldo

‐ Presidente ‐ ‐ Consigliere ‐

ha pronunciato la seguente: sentenza

sul ricorso proposto da: D.O.M., n. (OMISSIS);

avverso la sentenza del Tribunale di CATANIA, SEZ. DIST. MASCALUCIA in data 30/04/2013;

visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. SCARCELLA Alessio;

udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VOLPE Giuseppe, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udite, per la parte civile, le conclusioni dell’avv. Marchese S., che

ha chiesto dichiararsi inammissibile o, in subordine, rigettarsi il ricorso, depositando conclusioni scritte e nota spese;

udite per il ricorrente le conclusioni dell’Avv. BUTTAFUOCO P., che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

‐ Consigliere ‐

‐ Consigliere ‐ Dott. SCARCELLA Alessio ‐ rel. Consigliere ‐

Dott. PEZZELLA Vincenzo

1.D.O.M. proponeva tempestivo ricorso, a mezzo del difensore fiduciario, avverso la sentenza dal Tribunale di CATANIA, sez. dist. MASCALUCIA, emessa in data 30/04/2013, depositata in data 3/05/2013, con cui il medesimo imputato è stato condannato alla pena condizionalmente sospesa di 200,00 Euro di ammenda per il reato di cui all’art. 674 c.p., accertato in data 14/04/2009, in particolare per aver gettato acqua dal proprio appartamento, creando molestia e disturbo a R.F. che si trovava nell’area condominiale sottostante; con la medesima sentenza questi è stato, peraltro, condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita R.F., rimettendo il giudice le parti davanti al giudice civile competente, oltre alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel grado.

2.Con il ricorso, proposto dal difensore cassazionista, vengono dedotti due motivi di ricorso, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p..

2.1. Deduce, con un primo motivo, l’assenza di motivazione in ordine all’inesistenza del mancato riscontro alle dichiarazioni della persona offesa (art. 606 c.p.p., lett. e).

Rileva il ricorrente come la motivazione della sentenza si limiti a ritenere attendibili le dichiarazioni della p.o., in quanto quest’ultima appariva ferma fin dall’immediatezza dei fatti, ciò che sarebbe confermato dal contenuto della querela introduttiva nonchè dalla circostanza che la p.o. forniva una ricostruzione della vicenda processuale compatibile con le emergenze probatorie. Diversamente, rileva il ricorrente, non vi sarebbe alcun argomento valido a superare il vizio di fondo, ossia il fatto che il ricorrente è l’acerrimo nemico della p.o., tant’è che gli stessi, a parti invertite, sono protagonisti di altri due procedimenti penali per fatti analoghi attinenti a vicende condominiali. In particolare, le censure difensive mirano a far rilevare l’inattendibilità del dichiarante, in quanto, in sede dibattimentale, questi aveva arricchito di particolari i fatti rispetto a quanto affermato in querela (in particolare, l’attenzione è rivolta alla “empirica” esclusione di piante e fiori, che il ricorrente assumeva stesse annaffiando ed il cui esubero idrico sarebbe proprio la causa dell’acqua piovuta dall’altro, laddove, invece, la parte civile avrebbe affermato, mentendo, che non vi fossero vasi od altro sul balcone, nonostante l’inferriata ed il balcone fossero rivestiti da una protezione di alluminio, come risulterebbe dalla produzione fotografica della stessa parte civile). Il giudice, si duole la difesa del ricorrente, non avrebbe nemmeno motivato sull’eccezione difensiva relativa al modo con cui la parte civile, in quel momento sotto il cofano dell’auto, avrebbe potuto essere colpita dal getto d’acqua, estrarre il corpo fuori dall’auto, guardare verso l’alto e scorgere il secchio che sbatteva sulla ringhiera, affermazioni poco credibili in ragione del tempo, valutabile in pochi secondi, in cui la “secchiata” d’acqua avrebbe potuto essere eseguita dal ricorrente, senza farsi vedere dalla parte civile.

2.2. Deduce, con un secondo motivo, la violazione di legge, per violazione degli artt. 163 e 164 c.p., nonchè il vizio di motivazione, suo specie di motivazione mancante circa l’utilità dell’applicazione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

Si duole, in sintesi, il ricorrente per aver il giudice concesso, in assenza di qualsivoglia richiesta del ricorrente, il beneficio della sospensione condizionale della pena pecuniaria; nel caso in esame, pur non essendovi stata esplicita rinuncia, constava al giudice l’esistenza di altro procedimento penale a carico del medesimo ricorrente, potenzialmente definibile con una condanna, donde l’ovvio interesse a vederne sospesa la pena. Inoltre, sostiene la difesa del ricorrente, il condannato alla pena dell’ammenda, ha diritto, secondo la giurisprudenza di legittimità, ad ottenere, in sede di impugnazione, la revoca del beneficio della sospensione condizionale della pena, non richiesta, ove gliene possa derivare la lesione di un diritto od interesse avente rilievo giuridico ed effettivo e non ipotetico. Nel caso in esame, tale interesse sussisterebbe, trattandosi di reato per il quale è ammessa l’oblazione facoltativa, in quanto, a seguito della concessione dell’art. 163 c.p., conseguendone l’iscrizione sul casellario giudiziale, ciò si risolve in un pregiudizio per l’imputato, superiore rispetto al lieve vantaggio derivante dal mancato pagamento della pena pecuniaria condizionalmente sospesa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

3.Il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile per manifesta infondatezza.

4.Quanto al primo motivo di ricorso, nulla quaestio sulla materialità del fatto addebitato al ricorrente. Ed invero, in fattispecie analoga, questa Corte ha affermato, con riferimento alla contravvenzione di getto pericolose di cose, prevista dall’art. 674 c.p., che il “versamento” concerne materie liquide e può avvenire per mano dell’agente o in qualsiasi altro modo da lui posto in essere o lasciato dolosamente o colposamente in azione, e va posto in relazione con l’effetto possibile di offendere, imbrattare o molestare le persone, anche se questo effetto non si sia verificato (Sez. 1^, n. 8386 del 02/07/1992 ‐ dep. 24/07/1992, Mauro, Rv.

191451; nella fattispecie, si è ritenuto che integrasse la contravvenzione di cui all’art. 674 c.p., il getto di acqua con una pompa all’interno dell’abitazione altrui).

Nessuna censura è, poi, possibile muovere al percorso argomentativo seguito dal giudice di merito per pervenire a giudizio affermativo della responsabilità penale del ricorrente. Ed invero, la sentenza riconosce l’assenza di elementi di riscontro estrinseco, ma esprime correttamente un giudizio di elevata attendibilità intrinseca (apparendo, all’evidenza, un refuso, quanto sottolineato in sentenza circa l’esistenza di dichiarazioni di un terzo quali elementi di riscontro). La sentenza, in particolare, a sostegno dell’attendibilità oggettiva e soggettiva della p.o., evidenzia come la posizione del dichiarante R. apparisse ferma sin dall’immediatezza del fatto.

Le censure mosse dalla difesa del ricorrente, peraltro, appaiono espressione di un dissenso sulla valutazione della prova testimoniale operata dal giudice di merito. Vero è che, come insegnato dal Consesso M. di questa Corte (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012 ‐ dep. 24/10/2012, Bell’Arte ed altri, Rv. 253214) che, nel caso in cui la persona offesa si sia costituita parte civile, può essere opportuno procedere al riscontro delle sue dichiarazioni con altri elementi, ma è altrettanto vero che le regole dettate dall’art. 192 c.p.p., comma 3, non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone: in altri termini, dunque, nel caso della persona offesa costituita parte civile, la regola imposta dalle Sezioni Unite è quella della “opportunità” e non della “necessità” dei riscontri esterni sicchè, come avvenuto nel caso in esame, ove il racconto della persona offesa sia coerente e intrinsecamente attendibile, il dichiarato della vittima può, di per sè solo, sorreggere l’affermazione della responsabilità penale. Orbene, dall’esame della motivazione emerge l’assoluta congruenza logica delle conclusioni cui il tribunale è pervenuto al fine di attribuire rilevanza e piena credibilità oggettiva e soggettiva alle dichiarazioni della p.o..

Non è superfluo ricordare, peraltro, che la valutazione circa l’attendibilità del teste, implicando un giudizio di tipo fattuale, ossia di merito, in quanto attiene il modo di essere della persona escussa, può essere effettuato solo attraverso la dialettica dibattimentale, mentre è precluso in sede di legittimità, specialmente quando il giudice del merito abbia fornito, come nel caso di specie, una spiegazione plausibile della sua analisi probatoria (Sez. 3^, n. 41282 del 05/10/2006 ‐ dep. 18/12/2006, Agnelli e altro, Rv. 235578). All’evidenza, dunque, i motivi di ricorso proposti in relazione al giudizio di attendibilità del R., si concretizzano in censure che tradiscono, in realtà, il dissenso sulla valutazione della prova operata dal giudice di merito, censure non consentite in questa sede di legittimità, ove si consideri che il giudice è libero, nella formazione del suo convincimento, di attribuire alle acquisizioni probatorie il significato e il peso ritenuti giusti e rilevanti ai fini della decisione, purchè ‐ come avvenuto nel caso in esame ‐ ne fornisca un’adeguata motivazione. Più volte, del resto, la giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che non hanno rilevanza le censure che si limitino ad offrire una lettura alternativa delle risultanze probatorie, dal momento che il sindacato della Corte di Cassazione si risolve pur sempre in un giudizio di mera legittimità (v., tra le tante: Sez. 6^, n. 36546 del 03/10/2006 ‐ dep. 03/11/2006, Bruzzese, Rv. 235510). Inoltre, non è sindacabile in sede di legittimità, salvo il controllo sulla congruità e logicità della motivazione, la valutazione del giudice di merito, cui spetta il giudizio sulla rilevanza e attendibilità delle fonti di prova, circa contrasti testimoniali o la scelta tra divergenti versioni e interpretazioni dei fatti (Sez. 2^, n. 20806 del 05/05/2011 ‐ dep. 25/05/2011, Tosto, Rv. 250362).

Infine, non va dimenticato che nell’ipotesi di ricorso per mancanza o manifesta illogicità della motivazione, il sindacato in sede di legittimità è limitato alla sola verifica della sussistenza dell’esposizione dei fatti probatori e dei criteri adottati al fine di apprezzarne la rilevanza giuridica nonchè della congruità logica del ragionamento sviluppato nel testo del provvedimento impugnato rispetto alle decisioni conclusive: ne consegue che resta esclusa la possibilità di sindacare le scelte compiute dal giudice in ordine alla rilevanza ed attendibilità delle fonti di prova, a meno che le stesse non siano il frutto di affermazioni apodittiche o illogiche, circostanza da escludersi nel caso di specie (Sez. 3^, n. 40542 del 12/10/2007 ‐ dep. 06/11/2007, Marrazzo e altro, Rv. 238016).

5.Inammissibile per carenza di interesse è, invece, il secondo motivo di ricorso. Ed invero, il Collegio condivide, pur consapevole dell’esistenza di decisioni difformi di questa Corte (v., ad es: Sez. 3^, n. 47234 del 15/11/2012 ‐ dep. 06/12/2012, Biagioni, Rv. 253994, che, tuttavia, sembrano non tenere adeguatamente conto dell’autorevole esegesi operata dalla Corte costituzionale con la sentenza 8 ottobre 2010, n. 287, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del D.P.R. n. 313 del 2002, art. 5, comma 2, lett. d), limitatamente all’inciso “salvo che sia stato concesso alcuno dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 c.p.”), l’orientamento ‐ che appare conforme ad una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale disciplina, come evidenziato dalla richiamata sentenza n. 287/2010 della Corte Costituzionale ‐ che ritiene inammissibile per difetto dell’interesse ad impugnare il ricorso per cassazione avverso la sentenza di condanna a pena dell’ammenda condizionalmente sospesa e relativa a contravvenzione oblabile ex art. 162 bis c.p., in quanto il D.P.R. 14 novembre 2002, n. 313, art. 3, diversamente dall’abrogato art. 686 c.p.p., prevede oggi l’iscrizione per estratto nel casellario giudiziale anche delle sentenze di condanna concernenti contravvenzioni oblabili (Sez. 3^, n. 12914 del 20/02/2008 ‐ dep. 27/03/2008, Crucito, Rv. 239349).

Ed infatti, poichè, per il principio generale, per proporre impugnazione occorre avervi interesse (art. 568 c.p.p., comma 4), e rilevato che l’interesse giuridico qualificato era ravvisato, dalla giurisprudenza difforme a quella seguita da questo Collegio, nella circostanza che dalla condanna “consegue l’iscrizione nel casellario giudiziale, che non può, in caso di sospensione, essere eliminata” (v. la già citata Sez. 3^, n. 47234 del 15/11/2012 ‐ dep. 06/12/2012, Biagioni, Rv. 253994), è dunque evidente che, l’intervenuta declaratoria di parziale incostituzionalità del cit.

D.P.R. n. 313 del 2002, art. 5, fa venir meno l’interesse ad ottenere la revoca del beneficio concesso in relazione a contravvenzione oblabile ex art. 162 bis c.p., avendo infatti la Corte Costituzionale chiarito che “l’esclusione di coloro che abbiano fruito dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 c.p., dalla possibilità di ottenere la cancellazione dal casellario giudiziale delle iscrizioni relative a condanne alla pena dell’ammenda, decorsi dieci anni dall’estinzione della pena medesima, nel corso dei quali il condannato non abbia compiuto altri reati, deve ritenersi costituzionalmente illegittima”, producendo tale preclusione “un trattamento irragionevolmente differenziato fra condannati per i medesimi reati, sulla base di una cautela che, alla luce dell’evoluzione legislativa, è divenuta eccessiva e sproporzionata, non tale quindi da bilanciare lo svantaggio della perennità dell’iscrizione, non prevista invece per condannati in ipotesi giudicati in modo più severo dal giudice”.

Deve, quindi, essere affermato il seguente principio di diritto:

“E’ inammissibile per difetto dell’interesse a impugnare il ricorso per cassazione avverso la sentenza di condanna a pena dell’ammenda condizionalmente sospesa e relativa a contravvenzione oblabile ex art. 162 bis c.p., in quanto il D.P.R. 14 novembre 2002, n. 313, art. 5, comma 2, lett. d), prevede oggi ‐ a seguito della declaratoria d’incostituzionalità parziale operata dalla sentenza n. 287/2010, che ha eliminato la preclusione rappresentata dalla concessione dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 c.p., l’eliminazione delle iscrizioni relative ai provvedimenti giudiziari di condanna per contravvenzioni per le quali è stata inflitta la pena dell’ammenda, trascorsi dieci anni dal giorno in cui la pena è stata eseguita ovvero si è in altro modo estinta”.

6.Il ricorso dev’essere, dunque, dichiarato inammissibile. Segue, a norma dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e, non emergendo ragioni di esonero, al pagamento a favore della Cassa delle ammende, a titolo di sanzione pecuniaria, di somma che si stima equo fissare, in Euro 1000,00 (mille/00). Segue, inoltre, la condanna alla refusione delle spese sostenute dalla parte civile nel grado, liquidate come da dispositivo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in Euro 1.200,00 (milleduecento), oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 25 febbraio 2014. Depositato in Cancelleria il 28 maggio 2014

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