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Cartella del fisco: soluzioni

30 Maggio 2017


Cartella del fisco: soluzioni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Maggio 2017



È nulla la cartella di pagamento se non indica tasso d’interesse applicato e la data finale di consegna del ruolo all’esattore.

È inutile negarlo: quando si riceve una cartella di pagamento – o, che dir si voglia, una cartella esattoriale – la prima cosa a cui si pensa è «come non pagare?»; «Esistono soluzioni per contestare la cartella?»; «La richiesta di pagamento è nulla?»; «Se non pago la cartella cosa rischio?». È poi tutto un fiorire di trucchi per impugnare la cartella esattoriale del Fisco: soluzioni che spesso vanno in porto e altre, invece, non colgono nel segno perché – si sa – l’orientamento dei giudici non è scontato in partenza. Chi si vuol difendere da una cartella di pagamento dovrebbe conoscere, allora, l’orientamento di tutti i tribunali o affidarsi a un esperto del ramo che conosce bene gli andamenti della giurisprudenza o, quantomeno, quelli della Cassazione. Dal canto nostro abbiamo indicato una serie di possibili soluzioni nell’articolo 9 trucchi per impugnare una cartella di Equitalia e, sebbene in quella sede ci riferivamo ad Equitalia, lo stesso discorso – senza alcuna differenza – può essere esteso al nuovo agente della riscossione, ossia Agenzia delle Entrate-Riscossione, che dal 1° luglio 2017 sostituisce la precedente società per azioni.

Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le soluzioni contro la cartella del fisco. Prima di tutto, però, qualche preliminare chiarimento.

Cos’è una cartella di pagamento?

La cosiddetta «cartella di pagamento» altro non è che una richiesta di pagamento notificata a chi non paga tasse e/o sanzioni dovute allo Stato, alle pubbliche amministrazioni o agli enti locali. Così, chi non paga l’Imu, la Tasi, il bollo auto, i contributi all’Inps, l’Irpef, l’Iva, le multe stradali o le sanzioni inviate dall’Agenzia delle Entrate riceve prima una “diffida” da parte dell’ente titolare del credito, che gli impone di pagare “con le buone”. Se non adempie alla richiesta, la somma viene «iscritta a ruolo», ossia viene riportata tra i crediti non riscossi e viene incaricato del recupero l’Agente della Riscossione.

Come si riconosce una cartella di pagamento?

La busta, dell’inconfondibile dimensione di un foglio A5 e di colore bianco, è già un segno caratterizzante. Inoltre il nome dell’Agente della riscossione deve essere riportato su uno dei margini della busta stessa (Agenzia delle Entrate-Riscossione, dal 1° luglio 2017; Equitalia, prima di questa data).

Quando scade una cartella di pagamento?

La cartella ha una validità di massimo un anno. Dopodiché, non è più possibile il pignoramento se il contribuente non riceve un nuovo atto che si chiama «intimazione di pagamento». Quest’ultima ha una validità di 6 mesi. E così via, a meno che il credito non si prescriva. Perché ci sia la prescrizione della cartella di pagamento deve passare un termine (che varia a seconda della causale del pagamento) dalla data dell’ultimo sollecito. I termini di prescrizione sono:

  • 10 anni per Irpef, Iva, Irap, imposta di registro, canone Rai, contributi alla Camera di Commercio;
  • 5 anni per multe, sanzioni, Imu, Tasi, Tari, Tosap, contributi Inps e Inail;
  • 3 anni per bollo auto (il termine inizia però a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui è scaduto il pagamento).

Si può evitare di fare ricorso per contestare una cartella del fisco?

In genere, quando il vizio della cartella è palese, è sempre meglio chiedere in via bonaria lo sgravio della cartella. Tale richiesta si chiama «ricorso in autotutela». L’autotutela però non sospende i termini per presentare ricorso. Per cui è bene, in assenza di risposta ed in prossimità della scadenza del termine, presentare comunque il ricorso in tribunale.

Quanti giorni ho per contestare una cartella del fisco?

Il termine varia a seconda della causale del pagamento:

  • 60 giorni nella generalità dei casi
  • 40 giorni per i contributi previdenziali Inps e Inail
  • 30 giorni per le multe.

Se la cartella contiene, al suo interno, la richiesta di pagamento di crediti misti, per ciascuna di esse varrà un autonomo termine, secondo la rispettiva categoria.

Il termine decorre dal ricevimento della busta; se il contribuente non è a casa, vale il giorno del ritiro alla posta o, se ciò avviene dopo 11 giorni dall’avviso di giacenza, il termine decorre dal 10° giorno.

Quali vizi di nullità per contestare la cartella di pagamento?

Uno dei motivi più ricorrenti per impugnare la cartella di pagamento è far valere la prescrizione (leggi: Cartelle di pagamento scadute ma non cancellate, cosa fare), ossia il decorso del tempo dalla data di notifica della stessa oltre il quale il debito si “cancella” per sempre.

Se però la prescrizione non si è compiuta, ci sono una serie di vizi sul merito che, però, non sempre vengono accolti. Come abbiamo anticipato in 9 trucchi per impugnare la cartella di pagamento uno dei più consolidati sistemi per contestare la cartella del fisco è quello di far valere la mancata indicazione degli interessi applicati. A ricordarlo è una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Puglia [1]. Secondo i giudici è nulla la cartella di pagamento perché incide negativamente sul diritto di difesa del contribuente se il fisco non indica saggio di interesse e data finale di consegna del ruolo all’Agente della riscossione. È irrilevante il fatto che il contribuente possa conoscere – informandosi su internet – i saggi di interessi legali annui per poter verificare se la somma richiestagli dal fisco è corretta o meno.

L’obbligo, per la cartella del fisco, di indicare il tasso di interessi si desume anche dalla necessità di motivazione della cartella stessa, senza la quale è nulla per legge [2]. Difatti, senza l’indicazione di come l’Agente della Riscossione è arrivato alla somma finale richiesta il contribuente non può difendersi e verificare che essa sia corretta o meno.

note

[1] Ctr Puglia sent. n. 1879/17.

[2] Art. 7 legge n. 212/00.

Autore immagine: 123rf com


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