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Stalking: dopo quante chiamate?

30 maggio 2017


Stalking: dopo quante chiamate?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 maggio 2017



Il reiterato comportamento minaccioso o molesto che cagioni nella vittima un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero la costringa ad alterare le proprie abitudini di vita integra il reato di atti persecutori.

È vero che lo stalking si caratterizza per essere un reato «continuato» – non è cioè sufficiente un solo episodio per denunciare il molestatore – ma è anche vero, secondo la Cassazione, che non c’è necessità di attendere un lasso di tempo particolarmente protratto prima di potersi difendere e ricorrere alle autorità. Bastano infatti anche un paio di episodi minacciosi o ossessivi per far scattare lo stalking. E la conferma viene da una pronuncia della Suprema Corte pubblicata ieri [1] che, comunque, si pone in linea con i precedenti giurisprudenziali. Quindi, nel caso in cui le persecuzioni avvengano con continue telefonate e la vittima di stalking si chieda dopo quante chiamate può procedere a denunciare il colpevole, non c’è bisogno che questa aspetti troppo tempo. Se i due episodi si verificano a tempo ravvicinato l’uno dall’altro e la loro «intensità» è tale da destare uno stato di ansia nel molestato, il reato è bell’integrato.

La Cassazione spiega che, per parlare di stalking, non è tanto necessario verificare il numero di molestie, ossia quante chiamate sono state fatte alla vittima, quanto gli effetti che queste hanno prodotto. Il reato di «atti persecutori», infatti, scatta nel momento in cui lo stalker genera un «grave e perdurante stato di turbamento emotivo nella vittima (ad esempio l’insonnia o la perdita di peso) oppure abbia costretto la stessa ad alterare le proprie abitudini di vita» (ad esempio cambiare tragitto la sera nel rientro a casa o anche, secondo un precedente, chiudere il proprio profilo Facebook per paura delle persecuzioni). In tal senso, ad integrare il reato di stalking bastano anche due sole condotte di minaccia o di molestia tra loro ravvicinate.

Non è dunque l’arco temporale a stabilire quando scatta lo stalking. Addirittura si potrebbe avere il reato quando le plurime condotte vengono poste in essere tutte nello stesso giorno. Sul punto la Cassazione è stata chiara [2]: il delitto di atti persecutori si configura anche quando le singole condotte sono reiterate in un brevissimo arco temporale, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un tempo ristretto come in una sola giornata, sia la causa effettiva dello stato d’ansia, del fondato timore per l’incolumità o del mutamento delle abitudini di vita della vittima.

I presupposti dello stalking

La Cassazione afferma che «ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori è sufficiente il realizzarsi di anche uno solo degli eventi alternativi previsti codice penale [3] ossia:

  • il perdurante e grave stato d’ansia o di paura: ad esempio l’insonnia, la perdita di peso;
  • oppure il fondato timore per l’incolumità propria;
  • oppure il costringere la vittima ad alterare le proprie abitudini di vita: ad esempio, cambiare strada per andare al lavoro o rientrare a casa la sera.

Basta anche uno solo di questi tre elementi per far scattare il reato.

In riferimento all’onere della prova circa il grave e perdurante stato d’ansia o di paura della vittima devono essere riscontrati elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabile dalle dichiarazioni della persona offesa, dai suoi comportamenti nonché dalla condotta dell’agente, sia in termini di astratta idoneità a causare l’evento che di concreta modalità di consumazione della fattispecie.

Inoltre lo stalking è integrato anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, una sola giornata, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerato dalla norma incriminatrice».

note

[1] Cass. sent. n. 26588/17 del 29.05.2017.

[2] Cass. sent. n. 16205/17 del 31.03.2017.

[3] Art. 612-bis cod. pen.

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Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 19 aprile – 29 maggio 2017, n. 26588
Presidente Fumo – Relatore Sabeone

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Lecce, Sezione Distaccata di Taranto con sentenza del 23 febbraio 2016, ha confermato, per quanto d’interesse del presente giudizio, la sentenza del Tribunale di Taranto del 17 febbraio 2014 che aveva condannato C.N. per il delitto di atti persecutori in danno di S.M. , con la quale aveva avuto in precedenza un legame sentimentale.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, personalmente, lamentando:
a) una violazione di legge e il difetto di motivazione in merito alla ritenuta sussistenza del contestato reato di atti persecutori;
b) una illogicità di motivazione in merito alla mancata concessione delle attenuanti generiche e alla quantificazione della pena.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato.
2. In primo luogo perché il primo motivo di doglianza è del tutto generico limitandosi ad affermare l’esistenza di mera petulanza in quanto posto in essere dall’imputato.
Può, in ogni caso, aggiungersi come al Giudice di legittimità resti tuttora preclusa, in sede di controllo della motivazione, la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal Giudice del merito perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa: un tale modo di procedere trasformerebbe, infatti, la Corte nell’ennesimo Giudice del fatto.
Pertanto la Corte, anche nel quadro nella nuova disciplina, è e resta Giudice della motivazione.
Inoltre, sebbene in tema di giudizio di Cassazione, in forza della novella dell’articolo 606 cod.proc.pen., comma 1, lett. e), introdotta dalla L. n. 46 del 2006, sia ora sindacabile il vizio di travisamento della prova, che si ha quando nella motivazione si fa uso di un’informazione rilevante che non esiste nel processo, o quando si omette la valutazione di una prova decisiva, esso può essere fatto valere nell’ipotesi in cui l’impugnata decisione abbia riformato quella di primo grado, non potendo, nel caso di c.d. doppia conforme, superarsi il limite del “devolutum” con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il Giudice d’appello, per rispondere alla critiche dei motivi di gravame, abbia richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo Giudice (v. Cass. Sez. IV 3 febbraio 2009 n. 19710).
Nel caso di specie, invece, il Giudice di appello ha riesaminato lo stesso materiale probatorio già sottoposto al Tribunale e, dopo avere preso atto delle censure dell’appellante, è giunto alla medesima conclusione della responsabilità dell’imputato.
3. La Corte territoriale, concludendo per la configurabilità dell’ipotesi di reato oggetto della contestazione, si è inserita nel consolidato alveo interpretativo della giurisprudenza di legittimità, condiviso da questo Collegio, secondo cui è configurabile il delitto di atti persecutori quando, come previsto dall’articolo 612 bis cod.pen., comma 1, il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero ancora abbia costretto Io stesso ad alterare le proprie abitudini di vita, bastando, inoltre, ad integrare la reiterazione quale elemento costitutivo del suddetto reato come dianzi affermato, anche due sole condotte di minaccia o di molestia (v. Cass. Sez. V 1 dicembre 2010 n. 8832, Sez. V 11 gennaio 2011 n. 7601 e Sez. V 09 maggio 2012 n. 24135).
Trattasi, in tutta evidenza, di un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è, dunque, idonea ad integrarlo (v. Cass. Sez. V 19 maggio 2011 n. 29872), dovendosi, in particolare, intendere per alterazione delle proprie abitudini di vita, ogni mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell’ordinaria gestione della vita quotidiana, indotto nella vittima, come nel caso in esame, dalla condotta persecutoria altrui (quali gli appostamenti reiterati, gli invii di messaggi telefonici e le ripetute minacce), finalizzato ad evitare l’ingerenza nella propria vita privata del molestatore.
4. La mancata concessione delle attenuanti generiche risulta logicamente e congruamente motivata sulla base della reiterazione delle condotte delittuose e della personalità del reo così come la quantificazione della pena non è avvenuta in maniera illegale e come tale non è assoggettabile al sindacato di legittimità di questa Corte, coinvolgendo l’esame di circostanze soggettive e di fatto che sono state, del pari, correttamente vagliate dalla Corte d’Appello.
5. Il ricorso va, in definitiva, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende.
Oscuramento dei dati personali e identificativi nel caso di diffusione del presente provvedimento a cagione del tipo di reato ascritto (articolo 612 bis cod. pen.).

P.T.M.

La Corte, dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle Ammende.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 23 febbraio – 31 marzo 2017, n. 16205
Presidente Palla – Relatore Scarlini

Ritenuto in fatto

1 – Con sentenza del 28 settembre 2016, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano dichiarava M.M.M. colpevole del delitto previsto dall’art. 660 cod. pen., così riqualificata l’originaria imputazione che l’aveva visto accusato del delitto di cui all’art. 612 bis cod. pen., consumato a danno di D.S.C. , appostandosi sotto la sua abitazione, scrivendo sulla sua autovettura e sul portone dell’abitazione frasi a sfondo sessuale.
La persona offesa aveva riferito di avere subito, nel febbraio e nel marzo del 2012, le improprie attenzioni del M. . Aveva anche affermato che tali approcci le avevano causato uno stato d’ansia con insonnia e perdita di peso.
Il giudice riqualificava il fatto non emergendo dalla ricostruzione operata dalla D.S. che ella avesse dovuto modificare le sue abitudini di vita, un elemento necessario per la sussistenza del delitto di atti persecutori.
Lo stato d’ansia della D.S. si era, poi, protratto per un limitato periodo di tempo sostanzialmente coincidente con le condotte dell’imputato che si erano esaurite nell’arco di circa venti giorni.
Le frasi rivolte alla medesima, del resto, erano più scurrili che minacciose, non potendo quindi determinare un particolare timore.
2 – Propone ricorso il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, nella persona del Procuratore aggiunto F.P. , deducendo, con l’unico motivo, la violazione di legge, ed in particolare degli artt. 612 bis e 660 cod. pen., per avere il giudice errato nell’operare la distinzione fra le fattispecie astratte del delitto di atti persecutori e del reato di molestie.
La contravvenzione prevista dall’art. 660 cod. pen. è, infatti, volta anche a tutelare la quiete pubblica, oltre che la tranquillità privata mentre il delitto di atti persecutori tutela la libertà morale dell’individuo.
Così, quando le condotte moleste suscitino uno degli eventi disgiuntivamente previsti dall’art. 612 bis cod. pen., lo stato di timore o il mutamento delle abitudini di vita, è solo quest’ultima fattispecie astratta che deve ritenersi violata.
E ciò, nei fatti, era accaduto posto che la D.S. aveva deciso di pernottare in luogo diverso dalla sua abitazione, aveva chiamato la madre perché la raggiungesse, cadendo in uno stato d’ansia che aveva travalicato lo stretto ambito temporale delle condotte.
3 – Il difensore dell’imputato ha presentato memoria nella quale ha concluso per l’inammissibilità o il rigetto del ricorso, considerando che la motivazione della sentenza impugnata, con argomentazione priva di manifesti vizi logici, aveva concluso che le condotte poste in essere dall’imputato non erano di tale gravità da poter ingenerare nella persona offesa uno degli eventi descritti dalla norma, lo stato d’ansia o il mutamento delle abitudini di vita. Avendo anche in concreto verificato che ciò non era avvenuto.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato e la sentenza va, pertanto, annullata con rinvio alla Corte di appello di Milano per nuovo esame.
1 – Deve infatti ricordarsi che, ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, è sufficiente il realizzarsi di anche uno solo degli eventi alternativamente previsti dall’art. 612 bis cod. pen. (da ultimo: Sez. 5, n. 43085 del 24/09/2015, Rv. 265231), il “perdurante e grave stato di ansia o di paura” e “il fondato timore per l’incolumità propria”.
Ciò premesso per sgombrare il campo dall’affermazione contenuta nella sentenza impugnata della necessità del mutamento della abitudini di vita, va inoltre osservato che il giudice non ha fatto buon governo dei principi di diritto inerenti la valutazione della prova dato che aveva affermato che non solo non vi era stata alcuna modifica delle abitudini di vita, ma che neppure le frasi scritte dall’imputato sarebbero state di tenore tale da poter causare un apprezzabile stato d’ansia o di timore, quando invece, con dichiarazione testimoniale della cui attendibilità non si era dubitato (a fronte della quale non militava alcuna prova contraria), la persona offesa aveva, invece, affermato sia di avere modificato le proprie abitudini di vita, facendosi raggiungere dalla madre che abitava a qualche centinaio di chilometri ed abbandonando per alcune notti il proprio domicilio, sia di avere patito stati d’ansia e timore tali da causarle difficoltà sul lavoro, insonnia ed ingente perdita di peso.
Peraltro, sul piano oggettivo le frasi vergate dall’imputato, in luoghi pubblici (sull’autovettura parcheggiata, sul portone esterno del caseggiato) erano talmente volgari ed allusive da poter certamente causare il denunciato turbamento.
2 – Né appare decisivo il ristretto ambito temporale in cui le condotte si erano consumate posto che questa Corte ha già avuto modo di affermare che è configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto, a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, una sola giornata, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 38306 del 13/06/2016, Rv. 267954). Tanto più, allora, quando si sia accertato, come nel caso odierno, che le condotte contestate erano state commesse nel giro di una ventina di giorni e, quantomeno per un tempo analogo, avevano causato alla vittima il riferito stato d’ansia, oltre che il denunciato mutamento delle abitudini di vita.
3 – In conclusione, nella sentenza impugnata non si è fatto buon governo degli indicati principi di diritto e dovrà pertanto procedersi a nuovo esame da parte della Corte di appello individuata quale giudice di rinvio ai sensi dell’art. 569, comma 4, cod. proc. pen., posto che il pubblico ministero ha scelto di proporre un ricorso immediato per cassazione pur potendo proporre appello, come prevede l’art. 443, comma 3, cod. proc. pen., dato che l’impugnata sentenza, pur di condanna nel giudizio abbreviato, ha modificato il titolo del reato.
4 – Il titolo del reato impone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello di Milano per il relativo giudizio.
Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 d.lgs. n. 196/2003.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 17 febbraio – 14 aprile 2017, n. 18646
Presidente Settembre – Relatore Catena

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Brescia, in riforma della sentenza emessa in data 08/01/2016 dal Tribunale di Brescia in composizione monocratica, con cui il C.D. era stato condannato a pena di giustizia in relazione al delitto di cui all’art. 612 bis, commi 1 e 2, cod. pen., escludeva la contestata recidiva e rideterminava la pena inflitta al ricorrente.
Secondo la formulazione del capo di imputazione il C.D. , con condotte reiterate minacciava e molestava Co.An. , in particolare: piantonava la sua abitazione, effettuava al suo indirizzo numerose telefonate dai contenuti minacciosi ed ingiuriosi, le inviava numerosi s.m.s., la pedinava per poi minacciarla di sparare alle gambe a lei ed ai suoi congiunti, si presentava presso il luogo di lavoro minacciando il titolare del bar di dare fuoco al locale se non avesse licenziato la Co.An. , si presentava presso il luogo di lavoro minacciando che avrebbe rapito il figlio, così cagionando in Co.An. un perdurante e grave stato di ansia e di paura, nonché un fondato timore per l’incolumità propria e dei prossimi congiunti, costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita; con l’aggravante di aver commesso il fatto in danno di persona a cui è stato legato da relazione affettiva; con la recidiva infraquinquennale; commesso in (omissis).
2. C.D. ricorre, in data 15/07/2016, a mezzo del difensore di fiducia Avv.to Patrizia Scalvi, per vizio di motivazione ex art. 606, lett. e), cod. proc. pen., avendo il giudice di appello richiamato la motivazione del primo giudice, affermando, inoltre, che per la sussistenza del delitto di cui all’art. 612 bis, cod. pen., non è necessario che la condotta determini una situazione patologica, risultando che la condotta del ricorrente aveva determinato nella persona offesa un grave effetto destabilizzante, come dichiarato dai testi escussi, idoneo a determinare un grave stato di ansia e di paura nella vittima, che aveva descritto anche il mutamento delle proprie condizioni di vita; nel caso in esame, tuttavia, la motivazione avrebbe dovuto esplicitare per quale ragione lo stato di grave paura, individuato in relazione a specifici episodi, si fosse tradotto in un turbamento perdurante, alla luce anche della notevole distanza temporale tra i comportamenti persecutori descritti nel capo di imputazione.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
La sentenza impugnata, richiamando le motivazioni del primo giudice, ha scandito la sequenza degli episodi attraverso le successive denunce, oltre che attraverso la deposizione della persona offesa e del di lei padre, specificando che la donna aveva affermato di avere paura anche di uscire da casa da sola, avendo la necessità di essere accompagnata dal padre, e vivendo nel timore che potessero verificarsi le minacce del C.D..
La Corte ha poi rilevato che l’assenza di documentazione medica non appare rilevante, in quanto per la configurazione del reato di cui all’art. 612 bis, cod. pen., non è necessario che sia integrata una situazione con risvolti patologici, essendo sufficiente che si sia verificato un effetto destabilizzante, come nel caso di specie, in cui è stato delineato dai testi un grave stato di turbamento e di terrore, oltre al mutamento delle condizioni di vita, da parte della Co.An. .
Quanto alla distanza tra gli episodi in cui le condotte si sono concretate, proprio la loro reiterazione in un arco di tempo sensibile rende maggiormente offensiva la condotta, atteso che ai fini della configurazione del delitto di atti persecutori, che ha struttura di reato abituale, non rileva la maggiore o minore distanza cronologica tra i singoli episodi, bensì l’autonomia degli stessi e la loro sequenza, oltre alla circostanza che la loro reiterazione, non importa quanto serrata, determini uno degli eventi individuati dalla norma incriminatrice, essendo rilevante la percezione della persona offesa di essere oggetto di una condotta persecutoria nel suo complesso.
Pacificamente, inoltre, ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, è sufficiente la consumazione anche di uno solo degli eventi alternativamente previsti dall’art. 612 bis cod. pen. (Sez. 5, sentenza n. 43085 del 24/09/2015, P.M. in proc. A., Rv. 265231).
Quanto alla prova dell’evento del delitto, la causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 6, sentenza n. 50746 del 14/10/2014, P.C. e G., Rv. 26153; Sez. 5, sentenza n. 16864 del 10/01/2011, C., Rv. 250158).
Va infine ricordato come, ai fini della integrazione del reato in esame, non si richiede l’accertamento di uno stato patologico, risultando sufficiente che gli atti abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612 bis cod. pen. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni, il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica. (Sez. 5, sentenza n. 16864 del 10/01/2011, C., Rv. 250158; Sez. 5, sentenza n. 8832 del 01/12/2010, Rovasio, Rv. 250202).
Alla luce della comparazione tra la motivazione della sentenza impugnata ed i principi affermati da questa Corte di legittimità, deve, pertanto concludersi che la motivazione sia perfettamente coerente con le delineate pronunce, con sentenza del tutto immune da censure logiche.
Dall’inammissibilità del ricorso discende, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. Oscuramento dei dati sensibili, come per legge.

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. Oscuramento dei dati sensibili, come per legge.


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