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Mantenimento al figlio: quando c’è indipendenza economica


Mantenimento al figlio: quando c’è indipendenza economica

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 maggio 2017



Un semplice contratto di apprendistato non fa venir meno l’obbligo di pagare il mantenimento ai figli; opposta soluzione per i contratti a termine.

Fino a quando il padre è tenuto a versare il mantenimento al figlio? Sicuramente fino a che questi non sia in grado di mantenersi da solo; ma, in presenza di un’attività lavorativa precaria, quando si può dire davvero raggiunta l’indipendenza economica? La risposta proviene da una sentenza della Cassazione di questi giorni [1]: ecco qual è l’indirizzo confermato dai giudici.

Difficile, al giorno d’oggi, parlare di indipendenza economica, specie quando in mezzo c’è un giovane alle prime armi con il mondo del lavoro. La Corte però ribadisce principi ormai consolidati: ai figli spetta un mantenimento tale da garantire loro lo stesso tenore di vita di cui godevano quando ancora i genitori non erano divorziati [2]; inoltre l’assegno di mantenimento va versato fino a quanto questi non hanno le capacità per reggersi con le proprie gambe. Ed è proprio questo il punto di scontro più abituale: quando c’è indipendenza economica? Per i giudici supremi, l’assegno di mantenimento va versato quando il giovane può vantare solo un contratto di apprendistato: quest’ultimo, infatti, è insufficiente per poter parlare di indipendenza economica.

Opposta è invece la soluzione quando il figlio ottiene una serie di «contratti a termine e guadagni contenuti»: in questo caso, secondo la Cassazione, può dirsi raggiunta l’autosufficienza economica ed è legittimo richiedere la revoca del contributo paterno al mantenimento della prole.

Di seguito alcune delle più recenti sentenze su mantenimento del figlio e indipendenza economica
Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne cessa non solo quando il genitore onerato dia prova che il figlio abbia raggiunto l’autosufficienza economica, ma anche quando lo stesso genitore provi che il figlio, pur posto nelle condizioni di addivenire ad una autonomia economica, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita.

Cass. sent. n. 1858/16

Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne cessa ove il genitore onerato dia prova che il figlio abbia raggiunto l’autosufficienza economica pure quando il genitore provi che il figlio, pur posto nelle condizioni di addivenire ad una autonomia economica, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita (accolta, nella specie, la domanda di modifica del contributo da versare ai figli maggiorenne avanzata dal genitore onerato, atteso che entrambi i ragazzi frequentavano l’Università, dalla quale non avevano saputo trarre profitto: uno, infatti, risultava iscritto al Corso di Laurea di Scienze Biologiche al terzo anno e aveva superato soltanto 4 esami; l’altro, fuori corso per la quarta volta al corso di laurea in Cultura e Amministrazione dei beni Culturali, aveva superato meno della metà degli esami complessivi).

Cass. sent. n. 1858/16

 
Ritenuto che non v’è alcun principio per cui il figlio maggiorenne debba essere aiutato a conseguire risultati confacenti alle sue aspirazioni professionali ed economiche ove tali risultati siano superiori alle aspettative che la famiglia poteva avere creato sul suo futuro professionale ed economico, o che, in ogni caso, i genitori non siano economicamente in grado di assicurargli; e ritenuto altresì che il dovere parentale di mantenimento del figlio maggiorenne non convivente, con la corresponsione di un assegno, cessa allorché il figlio consegua uno stato di autosufficienza economica con la percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato ed alle capacità del figlio stesso: qualora quest’ultimo, laureatosi in medicina e chirurgia, ha stipulato con l’Ente universitario un contratto di specializzazione pluriennale che gli attribuisca un adeguato compenso annuo, il genitore è sciolto da ogni obbligo di mantenimento poiché il contratto di specializzazione non si esaurisce nell’approfondimento culturale, ma comporta prestazioni analoghe a quelle del personale dipendente, con l’obbligo per lo Stato di una adeguata remunerazione, senza che quanto al figlio spettante sia riconducibile ad una mera e semplice borsa di studio.

Cass. sent. n. 18974/2013

 

Il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne, gravante sul genitore (tanto separato quanto divorziato) non convivente, sotto forma di obbligo di corresponsione di un assegno, cessa all’atto del conseguimento da parte del figlio, di uno status di autosufficienza economica consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, poiché il fondamento del diritto del coniuge convivente a percepire l’assegno “de quo” risiede, oltreché nell’elemento oggettivo della convivenza (che lascia presumere il perdurare dell’onere del mantenimento), nel dovere di assicurare un’istruzione e una formazione professionale rapportate alle capacità del figlio (oltreché alle condizioni economiche e sociali dei genitori), onde consentirgli un propria autonomia, dovere che cessa con l’inizio dell’attività lavorativa di quegli.

Cass. sent. n. 18974/2013

note

[1] Cass. sent. n. 13354/17 del 26.05.2017.

[2] L’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli si fonda direttamente sulla Costituzione, il cui art. 30 prevede che «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità».

Il predetto obbligo è poi confermato a livello di legge ordinaria dall’art. 147 c.c. secondo cui: «Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli» e dal successivo art. 148 c.c. in base al quale: «I coniugi devono adempiere a tale obbligazione in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo».

Tale obbligo permane sia in caso di separazione sia in caso di divorzio sia successivamente al raggiungimento della maggiore da parte dei figli e comunque discende direttamente dalla sussistenza stessa di un rapporto parentale, a prescindere dall’esistenza di un rapporto coniugale fra coloro che li hanno generati, in virtù della generale prescrizione contenuta ora nell’art. 315-bis c.c.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 26 maggio 2017, n. 13354
Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con ricorso per la modificazione delle condizioni di separazione in data 13/11/2007, nei confronti della moglie FE. As. e del figlio maggiorenne De Mi. Ma., De Mi. Fr. chiedeva al Tribunale di Civitavecchia l’eliminazione dell’assegno di mantenimento per il figlio dal settembre 2006. Chiedeva altresì la condanna dei resistenti in solido alla restituzione della somma di Euro. 2.602,90, relativa a quanto versato da ottobre 2006 a settembre 2007.
Costituitosi il contraddittorio, i resistenti chiedevano il rigetto delle domande.
Con ricorso per la cessazione degli effetti civili del matrimonio e per l’ulteriore modifica dei provvedimenti di separazione nei confronti degli stessi resistenti, il De Mi. chiedeva pronunciarsi il divorzio tra i coniugi, revocarsi l’assegno di mantenimento per la moglie; in subordine, ridursi l’assegno per la moglie ad importo di Euro. 100,00 mensili e confermarsi l’assegno per il figlio Ma. per l’importo di Euro. 200,00 mensili.
Si costituivano la Fe. ed il figlio Ma., chiedendo la pronuncia di divorzio, rigettandosi le domande del De Mi., l’eliminazione delle statuizioni relativamente all’affidamento dei figli e al regime di visita, essendo questi ormai maggiorenni, nonché l’accertamento e la declaratoria di irripetibilità delle somme percepite dalla resistente e dal figlio Ma. tra l’ottobre 2006 e il settembre 2007.
Le procedure venivano riunite.
Il Tribunale di Civitavecchia, con sentenza in data 17/11/09, pronunciava il divorzio dei coniugi De Mi. – Fe., disponeva assegno divorzile per la moglie per l’importo di Euro. 250,00 mensili e un contributo paterno per il mantenimento dei figli Ma. e Ma. di Euro. 100,00 mensili, ciascuno.
Proponeva appello De Mi. Fr., ribadendo la richiesta di condanna della Fe. in solido con il figlio Ma. a restituire la somma di Euro. 2.602,90. Chiedeva altresì la revoca dell’assegno divorzile della moglie, dell’assegnazione ad essa della casa coniugale nonché dell’assegno di mantenimento per i figli, autosufficienti economicamente.
Costituitosi il contraddittorio la Fe. e i due figli eccepivano preliminarmente il difetto di legittimazione passiva; nel merito, rigettarsi l’appello.
Con sentenza 4 maggio 2012, la Corte di Appello di Roma dichiarava il difetto di legittimazione passiva di De Mi. Ma. e Ma.; riconosceva il diritto della Fe. all’assegno divorzile che confermava in Euro. 250,00 mensili, rideterminandolo in Euro. 450,00 mensili con decorrenza dal gennaio 2010: revocava il contributo paterno per i figli Ma. e Ma. a decorrere da gennaio 2010; revocava l’assegnazione alla Fe. della casa coniugale.
Ricorre per cassazione De Mi. Fr…
Resiste con controricorso e propone ricorso incidentale Fe. As., con i figli De Mi. Ma. e Ma..
Le parti depositano memorie difensive.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente principale lamenta omessa pronuncia su un capo di domanda -error in procedendo – violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c, non avendo la sentenza impugnata pronunciato sulla specifica domanda da lui coltivata relativa alla restituzione in suo favore della somma di Euro. 2602,90.
Con il secondo, omessa ed insufficiente motivazione su un capo di domanda – violazione degli artt. 40 e 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c: si sostiene l’omessa pronuncia del giudice di primo grado sulla domanda restitutoria degli assegni versati al figlio Ma. dal settembre 2006, avendo lo stesso dichiarato di aver iniziato a percepire un proprio reddito da lavoro.
Con il terzo, contraddittoria pronuncia su un capo di domanda – error in iudicando – in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c. Afferma il ricorrente che il lavoro del figlio era stabile, come avevano dichiarato i figli davanti al giudice di primo grado.
Con il primo motivo del ricorso incidentale, i ricorrenti lamentano illogica e contraddittoria pronuncia su un capo della domanda attinente al contributo del De Mi. per i figli, censurando l’eliminazione
del contributo stesso dal gennaio 2010.
Con il secondo, illogica e contraddittoria pronuncia su un capo della domanda – error in iudicando – in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. – assegnazione della casa familiare alla Sig.ra As. Fe. che l’ha abitata con i figli Ma. e Ma., dovendo l’assegnazione della casa familiare tenere prioritariamente conto dell’interesse dei figli.
Ai sensi dell’art. 372 c.p.c, i ricorrenti incidentali chiedono che siano ammessi nel processo alcuni documenti attinenti alla fondatezza del controricorso, formatisi dopo l’esaurimento della possibilità di produrli in fase di appello, che si allegano al controricorso.
Va preliminarmente dichiarata l’inammissibilità della produzione di nuovi documenti, in contrasto con il divieto espresso dal predetto articolo, tranne che per quelli che attengono alla nullità della sentenza impugnata e alla ammissibilità del ricorso e del controricorso.
Gli stessi ricorrenti chiedono correggersi la sentenza impugnata, ma la correzione di sentenza d’appello non rientra tra le competenze di questa Corte: l’istanza è pertanto inammissibile.
I tre motivi del ricorso principale possono trattarsi congiuntamente, per evidenti ragioni di connessione.
Erra il giudice a quo, quando si limita a precisare che le domande restitutorie, in quanto non connesse con la domanda principale di divorzio, sarebbero inammissibili. Va infatti precisato che risultano riuniti il procedimento di divorzio e quello di modifica delle condizioni di separazione, e la pronuncia impugnata nulla dice con riferimento al giudizio riunito.
La risposta del giudice è tuttavia implicita, là dove, trattando di altra questione, ammette l’autosufficienza economica dei figli, soltanto dal gennaio 2010, e non dalla domanda del padre.
Con motivazione adeguata e non illogica, il giudice a quo chiarisce che i figli stessi, fino al 2010, non svolgevano attività lavorativa stabile; in particolare Ma. era titolare di un contratto di apprendistato. Da quella data – afferma il giudice a quo – essi svolgono regolare attività lavorativa e, seppur con contratti a termine e con guadagni contenuti, sono comunque autosufficienti economicamente. A ciò consegue necessariamente la revoca dell’assegnazione della casa coniugale alla moglie, che essa afferma essere di proprietà comune con il marito: il giudice della separazione o del divorzio non può far altro che revocare l’assegnazione, in caso di figli ormai maggiorenni e autosufficienti economicamente. I coniugi potranno concludere accordi tra di loro ovvero instaurare un procedimento ad hoc sulla divisione dell’immobile.
Per quanto si è detto, vanno rigettati i motivi del ricorso incidentale, attinenti appunto al contributo per il mantenimento dei figli, da parte del padre, e all’assegnazione della casa coniugale.
Conclusivamente vanno rigettati il ricorso principale e quello incidentale .
Il tenore della decisione richiede la compensazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibili l’istanza ex art. 372 c.p.c. e quella di correzione; rigetta entrambi i ricorsi; compensa le spese.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.
Doppio contributo a carico tanto del ricorrente principale che di quelli incidentali.

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