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Senza ritenuta alla fonte, il dipendente paga due volte le tasse

1 giugno 2017


Senza ritenuta alla fonte, il dipendente paga due volte le tasse

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 giugno 2017



Se il datore di lavoro non ha effettuato la trattenuta alla fonte il lavoratore è tenuto a pagare di nuovo l’Irpef sulla busta paga nonostante abbia ricevuto lo stipendio al netto delle imposte.

Se il datore di lavoro non paga le tasse per conto del dipendente, attraverso il meccanismo della ritenuta alla fonte, sarà quest’ultimo a doverle pagare. Questo perché, per la legge, sia il sostituto d’imposta (ossia il datore di lavoro) che il sostituito (ossia il lavoratore) sono responsabili in solido in caso di mancato versamento delle imposte da parte del primo. E ciò vale anche per i redditi da lavoro dipendente. È quanto chiarito dalla Cassazione in una recente ordinanza [1] che non poche critiche potrebbe sollevare. Ma procediamo con ordine e vediamo perché, senza ritenuta alla fonte, il dipendente paga due volte le tasse.

Quando un dipendente, assunto presso un’azienda, riceve la propria busta paga, ottiene l’importo già al netto delle tasse. Queste infatti vengono trattenute dal datore di lavoro e da lui versate all’erario per conto del primo. È il cosiddetto meccanismo della ritenuta alla fonte. Potrebbe però capitare che, nonostante il versamento dello stipendio al lavoratore al netto delle imposte, il datore non completi poi i suoi impegni e non restituisca allo Stato le imposte trattenute sulle varie buste paga. È vero: l’illecito lo commette l’azienda (non avendo effettuato la ritenuta alla fonte); tuttavia – secondo l’interpretazione sposata sino ad oggi dalla Cassazione – il dipendente è responsabile in solido con il primo. In altre parole, l’Agenzia delle Entrate può richiedere a quest’ultimo il pagamento delle tasse benché abbia già ricevuto una busta paga decurtata degli importi dovuti al fisco a titolo di Irpef. Con una conseguenza abbastanza banale e discutibile: il dipendente viene così costretto a pagare due volte le tasse.

In materia esiste anche qualche precedente di segno contrario e più favorevole al sostituto d’imposta. Ma si tratta, per lo più, di tribunali di primo e secondo grado. Secondo tali interpretazioni, il dipendente è responsabile in solido con l’azienda per il mancato versamento d’imposta solo quando riceve la busta paga al lordo dell’Irpef, mentre quando gli importi accreditati sul conto sono già stati decurtati delle tasse allora non si avrebbe responsabilità in solido (leggi Ritenute non versate: che fare?). Come dicevamo, però, la Cassazione è più favorevole alla tesi opposta, che vede l’Agenzia delle Entrate legittimata a richiedere il pagamento dell’Irpef sui redditi di lavoro dipendente tanto al lavoratore quanto al suo datore.

Perché mai il lavoratore sarebbe costretto a pagare due volte le tasse, specie se per una colpa non propria? Secondo la giustificazione fornita dalla Suprema Corte, egli ha sempre la possibilità di rivalersi contro l’azienda e, facendole causa, chiedere la restituzione delle somme che ha dovuto versare allo Stato a titolo di imposte sul proprio reddito. Non si considera però che difficilmente – specie nelle piccole realtà imprenditoriali – il lavoratore inizia un contenzioso con chi lo ha assunto se non quando i rapporti tra le parti sono ormai pregiudicati e incancreniti.

Dunque, se l’azienda non paga le tasse per conto del dipendente perché, pur avendo eseguito la ritenuta alla fonte, non ha materialmente versato tali importi allo Stato (evidentemente incamerandoli per sé), a doverle versare è lo stesso lavoratore. Che così riceverà una busta paga due volte più bassa: la prima perché ha subìto la ritenuta alla fonte, la seconda perché ha dovuto anticipare il pagamento dell’Irpef al posto del proprio datore.

Il lavoratore dipendente può, in definitiva, essere chiamato dall’Agenzia delle entrate a pagare nuovamente le imposte sul suo reddito, se il datore di lavoro non versa all’Erario le ritenute effettuate [2].

note

[1] Cass. ord. n. 12113/2017 del 16.05.2017.

[2] Ciò perché l’obbligo di ritenuta del sostituto d’imposta (il datore di lavoro), di cui all’art. 64, co. 1, dpr. 600/1973, non esclude che anche il sostituito (lavoratore) debba ritenersi già originariamente obbligato solidale al pagamento dell’imposta e, quindi, soggetto ad accertamento e poi riscossione per le imposte poi effettivamente non versate dal sostituto, salvo il diritto di regresso.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, Sezione 6 TRI civile

Ordinanza 16 maggio 2017, n. 12113

Data udienza 5 aprile 2017

Accertamento delle imposte sui redditi – Ritenute alla fonte – Redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati – Rapporti tra “sostituto” d’imposta e “sostituito” – Obbligazione originaria solidale del “sostituito” – Conseguenze – Soggezione al potere di accertamento dell’Amministrazione finanziaria – Mancato versamento della ritenuta d’acconto – Azione di regresso nei confronti del “sostituto”

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6316/2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 950/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE del PIEMONTE, depositata il 25/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 05/04/2017 dal Consigliere Dott. ROBERTA CRUCITTI.

FATTI DI CAUSA

Nella controversia concernente l’impugnazione da parte di (OMISSIS) di avviso di accertamento con il quale veniva constatata la mancata presentazione della dichiarazione dei redditi da lavoro dipendente per l’anno 2007 ed il mancato versamento delle ritenute operate dalla (OMISSIS) in fallimento, la Commissione regionale, con la sentenza indicata in epigrafe, rigettando l’appello dell’Agenzia delle Entrate confermava la decisione di primo grado che aveva parzialmente annullato l’atto impositivo.

In particolare, il Giudice di appello, ribadito che, nel caso in esame, le trattenute erano state effettuate ed il dipendente aveva ricevuto gli emolumenti al netto di imposta, riteneva che, per il divieto di doppia imposizione, non potesse operare la solidarieta’ passiva tra sostituto e sostituito.

Avverso la sentenza l’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione su due motivi.

Il contribuente non resiste.

A seguito di proposta ex articolo 380 bis c.p.c., e’ stata fissata l’adunanza della Corte in Camera di consiglio, con rituali comunicazioni. Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della presente motivazione in forma semplificata.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.Con il primo motivo si deduce la violazione dell’articolo 2697 c.c.. Secondo la prospettazione difensiva la C.T.R. non aveva osservato i principi in tema di onere della prova, non considerando che spettava al contribuente dimostrare che il datore di lavoro avesse operato le ritenute d’acconto.

2.Con il secondo motivo si deduce la violazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 64 e Decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, articolo 35. La C.T.R., secondo la ricorrente, non aveva considerato che il lavoratore era obbligato solidale al pagamento delle somme dovute a titolo di ritenuta d’acconto, potendo questi rivalersi sul sostituto in caso di mancato versamento delle ritenute.

3.Il primo motivo di ricorso e’ inammissibile, non avendo l’Agenzia ricorrente considerato che il giudice di appello aveva gia’ valutato che il lavoratore aveva ricevuto la retribuzione al netto della ritenuta d’acconto che il sostituto aveva trattenuta e non versata. Si tratta di accertamenti di fatto che non possono essere contestasti con una censura di violazione di legge prospettata dall’Agenzia con riguardo al tema dell’onere della prova.

4.Il secondo motivo di ricorso e’, invece, manifestamente fondato. Questa Corte, in materia, ha affermato il seguente principio: “Il fatto che il Decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, articolo 64, comma 1, definisca il sostituto d’imposta come colui che “in forza di disposizioni di legge e’ obbligato al pagamento di imposte in luogo di altri… ed anche a titolo di acconto” non toglie che anche il sostituito debba ritenersi fin dall’origine (e non gia’ solo in fase di riscossione) obbligato solidale al pagamento dell’imposta: in tale qualita’, anch’egli e’ pertanto soggetto al potere di accertamento ed a tutti i conseguenti oneri, fermo restando il diritto di regresso verso il sostituto che, dopo aver eseguito la ritenuta, non l’abbia versata all’Erario, in tal modo esponendolo all’azione del fisco” (cfr. Cass. n. 14033/2006; Cass. n. 8653/2011, Cass. n. 24962/2010 Cass. n. 23121/2013, Cass. n. 19580/2014, Cass. n. 24611/2014 e Cass. n. 9933/2015; id. n. 12076/2016).

5.A tale principio non si e’ uniformata la C.T.R. che ha, nella sostanza, disapplicato il contenuto dell’articolo 64 citato, ritenendo che il sostituito, operando tale obbligazione solidale, sarebbe tenuto ad una doppia imposizione. Circostanza erronea proprio in relazione al diritto del sostituito di agire nei confronti del sostituto, senza che possa giocare alcun valore il richiamato Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 22, relativo al rapporto fra contribuente e fisco e non la questione della rivalsa del sostituito sul sostituto inadempiente.

6.Sulla base di tali considerazioni, va, pertanto, accolto il secondo motivo, rigettato il primo e la sentenza impugnata va cassata con rinvio ad altra sezione della C.T.R. del Piemonte per nuovo esame e per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

In accoglimento del secondo motivo di ricorso, rigettato il primo, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Piemonte, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimita’.

Motivazione semplificata.

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