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Lo sai che? Se il cliente non paga perché il credito è prescritto

Lo sai che? Pubblicato il 10 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 giugno 2017

Sentenza depositata nel 2005, ho emesso alla mia cliente fattura nel 2014 ma non vuole pagare perché dice che il credito è prescritto. È vero?

Alla luce dei fatti descritti dal lettore nel quesito, l’eccezione di prescrizione presuntiva [1] sollevata dalla sua cliente risulta fondata.

Il codice civile stabilisce che si prescrive in tre anni il diritto dei professionisti per il compenso dell’opera prestata e per il rimborso delle spese correlative. Per le competenze dovute agli avvocati, ai procuratori e ai patrocinatori legali il termine decorre dalla decisione della lite, dalla conciliazione delle parti o dalla revoca del mandato; per gli affari non terminati, la prescrizione decorre dall’ultima prestazione. Un affare si considera terminato quando vi sia stata decisione della lite. La Corte di Cassazione ha precisato che l’affare si considera terminato per decisione della lite nel momento in cui la sentenza passa in giudicato [2].

Dunque, nel caso del lettore, il giorno da cui la prescrizione presuntiva inizia a decorrere coincide con la data in cui la sentenza è passata in giudicato. Se, ad esempio, la pubblicazione è avvenuta il 17/02/2005 e la sentenza non è stata notificata, questa deve ritenersi passata in giudicato il 17/02/2006 [3]. Il fatto che la cancelleria del giudice di pace abbia dato o meno comunicazione del dispositivo della sentenza non può ritenersi circostanza rilevante per escludere il suo passaggio in giudicato o il decorrere della prescrizione presuntiva.

Il fatto che il rapporto professionale fra il lettore e la cliente sia proseguito negli anni successivi e prosegua tutt’oggi per lo svolgimento di diversi incarichi, non costituisce motivo per determinare la non applicabilità della prescrizione presuntiva. Infatti, la prescrizione decorre anche se vi è stata continuazione di somministrazioni o di prestazioni.

Tutto ciò premesso, il fatto che la cliente abbia eccepito la prescrizione presuntiva non significa che il lettore non abbia più diritto al pagamento del suo onorario. Ciò può avere soltanto una rilevanza processuale nel riparto dell’onere probatorio. La prescrizione presuntiva deve essere ben distinta dalla prescrizione vera e propria. Essa non determina una causa di estinzione del diritto, bensì una presunzione di estinzione dello stesso per avvenuto pagamento. L’obiettivo di tale istituto è quello di tutelare il debitore in quei particolari casi in cui il pagamento avvenga senza il rilascio di una quietanza o senza che questa venga conservata a lungo (ad esempio, la vendita di beni al dettaglio fra commerciante e consumatore). Nel caso delle prestazioni eseguite da professionisti quali il medico, il commercialista o l’avvocato, l’istituto della prescrizione presuntiva si giustifica con il fatto che si tratti di rapporti fondati sulla fiducia, nei quali difficilmente il cliente si preoccupa di conservare una prova dell’avvenuto pagamento. Al fine di tutelare i debitori in queste particolari situazioni, il legislatore ha dunque previsto un meccanismo di inversione dell’onere della prova, in base al quale, trascorsi tre anni, il debito si presume estinto per avvenuto pagamento, salvo prova contraria posta a carico del professionista. È chiaro che il risultato di una tale normativa è molto simile a quello determinato dalla prescrizione vera e propria del diritto, in quanto per il professionista costituisce una prova diabolica dimostrare il mancato pagamento da parte del cliente.

La differenza fra prescrizione e prescrizione presuntiva ha comunque trovato dei risvolti pratici in alcune pronunce giurisprudenziali. Il Tribunale di Genova, ad esempio, ha interpretato in maniera restrittiva l’applicabilità della prescrizione presuntiva: in seguito alla riforma processuale che ha imposto al convenuto di prendere espressa posizione sui fatti asseriti dall’attore, se viene sollevata l’eccezione di prescrizione presuntiva del credito azionato in giudizio, il convenuto ha l’onere di affermare espressamente di aver pagato, giacché una condotta processuale omissiva è incompatibile con la prescrizione presuntiva [4]. Poiché la prescrizione presuntiva non estingue autonomamente il diritto ma crea soltanto una presunzione di avvenuto pagamento, la parte che se ne avvale è tenuta ad affermare espressamente di aver pagato, altrimenti tale circostanza diventa non contestata. Inoltre, nell’ipotesi in cui prima del giudizio il debitore abbia anche implicitamente ammesso con qualche comunicazione di non aver pagato la prestazione, ciò costituisce un motivo di interruzione della prescrizione presuntiva, che pertanto inizierà nuovamente a decorrere a partire da quel momento [5].

Un’altra considerazione potrebbe essere fatta ricorrendo all’interpretazione teleologica e storica della disciplina sulla prescrizione presuntiva per sostenerne l’inapplicabilità al caso di specie. Come sopra esposto, tale istituto è stato pensato dal legislatore per tutelare il cliente del professionista, il quale in passato era solito pagare in contanti, senza pretendere il rilascio di una ricevuta o di una quietanza o comunque senza preoccuparsi di conservarla a lungo. Oggi i rapporti fra professionista e cliente sono ben diversi, in particolar modo quando quest’ultimo sia rappresentato da un’impresa o addirittura da una grande compagnia di assicurazione. I pagamenti per importi oltre una certa cifra sono obbligatoriamente tracciabili e, ricorrendo alle scritture contabili, non può ritenersi difficile per il cliente non consumatore dimostrare anche a distanza di anni di aver già pagato il compenso maturato dal professionista.

Sebbene la tesi sopra esposta circa l’inapplicabilità della prescrizione presuntiva al caso descritto dal lettore sia a mio modesto parere astrattamente sostenibile, non è comunque di facile accoglimento, in quanto contrasta con il dettato letterale delle norme del codice civile e non risulta supportata dalla pur abbondante giurisprudenza in materia.

In conclusione, ove non sussistano elementi tali da determinare l’interruzione della prescrizione presuntiva e questa venga correttamente eccepita in un ipotetico giudizio, con affermazione di avvenuto pagamento, l’unica possibilità per il professionista di ottenere il proprio compenso è quella di dimostrare il mancato pagamento. Trattasi, come sopra anticipato, di una prova diabolica. La giurisprudenza maggioritaria ha negato peraltro la possibilità di provare il mancato pagamento da parte del debitore mediante la richiesta di un ordine di esibizione delle scritture contabili della controparte [6]. Unico mezzo per provare in giudizio il mancato pagamento delle competenze del lettore potrebbe essere deferire il giuramento all’altra parte per accertare se si sia verificata l’estinzione del debito. In questo caso la cliente, per vincere la causa, dovrà giurare dinanzi al giudice adito che ha già pagato le sue competenze, oppure riferire al lettore il giuramento. Se la cliente, senza giustificato motivo, non si presenta in udienza per rendere il giuramento oppure rifiuta di prestarlo, potrà risultare soccombente.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Massimo Bacci

note

[1] Artt. 2954 e ss. cod. civ.

[2] Cass. n. 60331 del 10.07.1987.

[3] E cioè al decorrere del termine annuale di cui all’art. 327 cod. proc. civ. ante riforma attuata con l. n. 69 del 18.06.2009.

[4] Trib. Genova sent. del 12.03.2012.

[5] Cass. sent. n. 14943 dello 05.06.2008.

[6] Corte App. Roma sent. del 23.10.2000.


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