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Ex moglie lavoratrice: quando si rischia di perdere il mantenimento

4 giugno 2017


Ex moglie lavoratrice: quando si rischia di perdere il mantenimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 giugno 2017



Con la nuova sentenza della Cassazione che ha riformato l’assegno di divorzio, se la donna lavora ed ha un reddito sufficiente a mantenersi non rileva più la condizione economica dell’ex marito.

Diventa più difficile, se non impossibile, per l’ex moglie che lavora, ottenere il mantenimento dal marito dopo il divorzio. A seguito infatti della novità introdotta dalla recente e rivoluzionaria sentenza della Cassazione dello scorso 10 maggio [1], l’assegno di divorzio non mira più a ristabilire, anche dopo la cessazione della convivenza, il medesimo tenore di vita che aveva la coppia quando ancora era unita, ma solo a garantire (in funzione assistenziale) un mantenimento al coniuge che non ha la possibilità di andare avanti con le proprie forze. Il che significa che laddove l’ex moglie abbia un lavoro e questo le consenta di guadagnare almeno mille euro al mese, non avrà più alcun diritto al mantenimento. Insomma, ciò che rileva è solo l’autosufficienza economica e laddove questa sia già raggiunta (o non sia raggiunta per volontà del richiedente l’assegno, come nel caso in cui la donna abbia rifiutato offerte di lavoro) non è dovuto alcun mantenimento. Ma procediamo con ordine e vediamo quando l’ex moglie lavoratrice rischia di perdere il mantenimento.

Già prima dello scorso 10 maggio, la giurisprudenza si stava orientando nel senso di escludere o ridurre l’assegno di mantenimento alle donne ancora giovani, in grado di lavorare perché dotate di formazione scolastica e post scolastica o con pregresse esperienze nel mondo del lavoro. A conti fatti, l’assegno di divorzio restava intangibile soprattutto per coloro che, durante il matrimonio, avevano deciso – d’accordo con l’ex marito – di dedicarsi alla casa: fare la casalinga è una scelta di vita che concorre a dare un contributo alla famiglia, ma rende le donne incapaci, dopo molto tempo, di impiegarsi (a causa dell’assenza di aggiornamento, di formazione, di esperienze e del raggiungimento di un’età oltre la quale difficilmente vengono accolte richieste di impiego). La Cassazione, con una sentenza dello scorso mese, ha definito in 50 anni il limite di età oltre il quale è più difficile il reimpiego della casalinga (leggi Mantenimento alla moglie: fino a quale età spetta?).

Oggi però tutte queste interpretazioni vengono assorbite dal nuovo orientamento secondo il quale non c’è più diritto all’assegno di divorzio se la donna è in grado di mantenersi da sola (leggi Addio mantenimento a chi si può mantenere da solo). Questo significa che non rileva più il reddito del marito qualora l’ex moglie sia autosufficiente. Con la conseguenza che ben potrebbe aversi una situazione in cui l’uomo sia particolarmente benestante, mentre la donna guadagna appena quel che basta per andare avanti, senza che il divario di reddito tra i due consenta a quest’ultima di pretendere il mantenimento. In altri termini, una volta raggiunta l’indipendenza economica l’ex moglie non ha più diritto al mantenimento. Ma quando si può dire che vi è tale «indipendenza economica»? Secondo la più recente giurisprudenza, il tetto oltre il quale non spetta più il mantenimento è quello di mille euro al mese. La soglia di «mille euro» come criterio per definire se il reddito guadagnato dall’ex moglie le consenta o meno di dirsi autosufficiente è stata definita dal tribunale di Milano [2] con la prima sentenza che attua la decisione della Cassazione (leggi Niente mantenimento all’ex moglie che guadagna mille euro al mese). Secondo i giudici meneghini, infatti, bisogna avere come parametro il tetto di reddito sotto il quale è possibile fruire del  gratuito patrocinio (beneficio concesso a chi è povero e ottiene, per la difesa dei propri diritti, un avvocato a spese dello Stato): gratuito patrocinio che, attualmente, è consentito a chi presenta un reddito Irpef non superiore a 11.528,41 euro all’anno (appunto, poco meno di mille euro al mese).

Questo significa anche che l’ex moglie lavoratrice rischia di perdere il mantenimento tutte le volte in cui abbia un contratto di lavoro full time (spesso infatti il part-time non raggiunge i mille euro al mese) o quando sia una lavoratrice autonoma o una professionista con una dichiarazione dei redditi superiore a 11.528,41 euro annui.

Il fatto però che l’ex moglie abbia un reddito inferiore a mille euro al mese non esclude che questa possa ugualmente vedersi negare il diritto al mantenimento. Come infatti chiarito dalla stessa Cassazione nell’ormai storica sentenza del mese scorso non c’è solo il reddito di lavoro a determinare l’autosufficienza economica della donna e, quindi, ad escludere la possibilità di rivendicare l’assegno di divorzio. Altri elementi possono concorrere a garantire l’autonomia e l’indipendenza dal marito: ad esempio vi rientrano la proprietà di case da cui è potenzialmente possibile trarre reddito (in caso di affitto); il possesso di beni mobili come azioni, obbligazioni, quote societarie, ecc.; gli aiuti economici da parte dei genitori, che potrebbero anche accettare di ospitare la figlia all’interno della propria abitazione. La stessa assegnazione della casa coniugale, in presenza di figli, costituisce una forma di reddito per l’ex moglie che, in tal modo, non è soggetta alle spese di affitto (leggi l’articolo Mantenimento: come provare che l’ex coniuge è autosufficiente).

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.

Autore immagine: 123rf com

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