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Infarto: come dimostrare che è dovuto al troppo lavoro?

10 Giugno 2017


Infarto: come dimostrare che è dovuto al troppo lavoro?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 Giugno 2017



Sono funzionario amministrativo in un ente pubblico. Ho avuto un infarto e vorrei dimostrare il nesso di causalità con la mole di lavoro a cui devo fare fronte. Ma come?

Il dipendente colpito da infarto può ottenere l’indennizzo Inail e, se la malattia è stata determinata da negligenza del datore di lavoro nell’adempimento del proprio dovere di salvaguardare la salute e la sicurezza dei dipendenti, potrà ottenere altresì da quest’ultimo il risarcimento del conseguente danno.

Il datore di lavoro è, infatti, tenuto ad adottare tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro [1].

In altre parole, quindi, se il fatto si è verificato nonostante il datore di lavoro abbia osservato tutte le prescrizioni di legge in materia di salute e sicurezza, il lavoratore dovrà «accontentarsi» di quel che riceve dall’Inail; se, invece, alla base di ciò che è accaduto vi è una responsabilità del datore di lavoro, questi risponderà del danno ulteriore.

Indennizzo e risarcimento del danno potranno, tuttavia, essere richiesti, all’Inail e al datore, se il lavoratore dimostra l’esistenza di un nesso causale tra l’infarto stesso e l’eccesiva mole di lavoro sopportata nell’ultimo periodo. Non è indispensabile che l’infarto sia diretta conseguenza del lavoro assegnato, è sufficiente che vi sia un nesso causale anche indiretto con l’attività lavorativa svolta o con le modalità del suo svolgimento. Mansioni che comportano sforzi fisici troppo intensi oppure carichi di lavoro e responsabilità che determinano stanchezza e stress accumulati in determinati periodi possono, pur se associati ad altre cause, provocare un infarto nel lavoratore.

Sul punto la giurisprudenza è costante nel ritenere che il nesso causale non è circoscritto agli eventi che costituiscono conseguenza necessitata della condotta datoriale, secondo un giudizio prognostico ex-ante, ma si estende a tutti gli eventi possibili, rispetto ai quali la condotta datoriale si ponga con un nesso di causalità adeguata [2].

Nel caso di specie, con riguardo alla richiesta di indennizzo all’Inail, l’infarto miocardico può essere indennizzato sia come infortunio sul lavoro, sia come malattia professionale. È pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza, infatti, sia il carattere di infortunio sul lavoro all’infarto miocardico, in quanto evento violento che si verifica sul luogo di lavoro, in occasione dell’esecuzione della prestazione lavorativa assegnata, sia il carattere di malattia professionale, quindi, di processo morboso che trova la sua causa nell’esposizione prolungata ad un rischio lavorativo.

La malattia professionale si differenzia dall’infortunio per l’assenza dei caratteri di accidentalità e di causa violenta, agendo la causa non in maniera concentrata nel tempo, ma in maniera diluita. L’occasione di lavoro risulta analoga al concetto di infortunio potendosi considerare un rischio specifico di contrarre un certo malanno da parte di una categoria di prestatori d’opera o un rischio generico aggravato per quei processi morbosi a cui chiunque può andare incontro, ma che sono particolarmente frequenti in determinate lavorazioni.

Il lavoratore, in entrambi i casi, come detto , ha l’obbligo di fornire la prova dell’esistenza della malattia, della causa di lavoro, nonché del rapporto causa-effetto esistente tra quest’ultima e la tecnopatia. In particolare, in relazione alla causa di lavoro il lavoratore avrà l’onere di dimostrare le caratteristiche morbigene della lavorazione svolta e che le particolari condizioni dell’attività e dell’organizzazione del lavoro hanno favorito l’insorgenza della malattia. Per poter ipotizzare un nesso di causalità bisogna comprovare una situazione di stress cronico e abnorme in ambito di servizio.

Secondo la Suprema Corte, lo stress lavorativo si viene a registrare sia nell’ipotesi in cui l’eccesso di prestazione discenda da un’oggettiva inadeguatezza organizzativa (intesa come insufficienza di organico, distribuzione irrazionale dei carichi di lavoro, ecc…), sia qualora derivi da eccessi volontari del lavoratore a fronte dei quali il datore di lavoro acconsenta tacitamente. In altre parole, occorre chiarire se ed in quale misura lo stress lavorativo possa qualificarsi in termini di causa produttiva di malattia professionale.

Sia per ottenere dall’Inail l’indennizzo spettante per infortunio sul lavoro, che per quello relativo alla malattia professionale, il lettore dovrà quindi presentare all’ente la relativa domanda, consultando il sito internet dell’ente o rivolgendosi al patronato presso un’associazione sindacale di sua fiducia, corredata da tutta la documentazione medica in suo possesso, comprovante l’infarto subito, il ricovero ospedaliero, l’assenza dal lavoro, la condizione clinica attuale. Saranno quindi indispensabili, sotto tale profilo, certificati medici, diagnosi del cardiologo, esiti delle visite mediche e degli esami clinici cui si è sottoposto, prescrizioni di farmaci per la cura della malattia e dei relativi postumi, eventuale perizia medico-legale. La domanda deve essere presentata entro il termine di 3 anni e 150 giorni dalla data dell’infortunio, mentre per ottenere l’indennizzo derivante da malattia professionale non è previsto un termine dalla data di cessazione dell’attività rischiosa; l’accoglimento della domanda comporta il pagamento da parte dell’Inail della spettante prestazione per il ristoro del danno biologico, determinata in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato. Infatti, le menomazioni conseguenti alle lesioni dell’integrità psicofisica sono valutate in base a specifica tabella delle menomazioni [3]. L’indennizzo per menomazioni pari o superiori al 6% e inferiori al 16% è erogato in capitale, dal 16% è erogato in rendita, nella misura indicata nell’apposita tabella indennizzo danno biologico.

Qualora il lettore intendesse agire altresì nei confronti del suo datore di lavoro per ottenere il risarcimento del danno subito in conseguenza dello stress accumulato nell’esecuzione delle sue mansioni, dovrà provare la violazione da parte del medesimo dell’obbligo di non recare danno alla sua sicurezza e salute e di non aver adottato tutte le misure necessarie a tutelare la sua integrità psico-fisica. Al datore di lavoro spetterà, invece, l’onere di provare che l’infarto è dipeso da un fatto a lui non imputabile e cioè da un fatto che presenti i caratteri dell’abnormità, dell’inopinabilità e dell’esorbitanza in relazione al procedimento lavorativo e alle direttive impartite. La relativa azione dovrà essere proposta mediante ricorso al competente tribunale in funzione di giudice del lavoro, con l’assistenza obbligatoria di un avvocato.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Valentina Azzini


note

[1] Art. 2087 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 5 dello 02/01/2002; Cass. sent. n. 684 del 15.01.2014.

[3] Art. 13 d.P.R. n. 38 del 23.02.2000.


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