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Lo sai che? Invalido civile: possono costringermi a fare il lavoro di prima?

Lo sai che? Pubblicato il 10 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 giugno 2017

Sono un infermiere invalido civile e, per questo, lavoro in un ufficio della direzione sanitaria. Il direttore sanitario del pronto soccorso può obbligarmi a rientrare nei reparti?

In costanza del rapporto lavorativo è possibile che il lavoratore possa subire un infortunio oppure contrarre una malattia che provochi una diminuzione della capacità lavorativa; questo significa che un soggetto che al momento dell’assunzione era perfettamente in salute e non riscontrava nessuna problematica allo svolgimento della prestazione lavorativa per la quale era stato assunto, si trova di conseguenza a soffrire una disabilità.

La legge riguardante le norme per il diritto al lavoro dei disabili stabilisce che i lavoratori che divengono inabili allo svolgimento delle proprie mansioni in conseguenza di infortunio o malattia non possono essere computati nella quota di riserva se hanno subito una riduzione della capacità lavorativa inferiore al 60% o, comunque, se sono divenuti inabili a causa dell’inadempimento da parte del datore di lavoro, accertato in sede giurisdizionale, delle norme in materia di sicurezza ed igiene del lavoro. Per i predetti lavoratori l’infortunio o la malattia non costituiscono giustificato motivo di licenziamento nel caso in cui essi possano essere adibiti a mansioni equivalenti ovvero, in mancanza, a mansioni inferiori. Nel caso di destinazione a mansioni inferiori, essi hanno diritto alla conservazione del più favorevole trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza. Qualora per i predetti lavoratori non sia possibile l’assegnazione a mansioni equivalenti o inferiori, gli stessi vengono avviati, dagli uffici competenti, presso altra azienda, in attività compatibili con le residue capacità lavorative [1]. In altre parole, l’invalidità sopravvenuta, nel caso del lettore a causa della grave arteriopatia, ha comportato l’attribuzione, da parte dell’Asl, di mansioni d’ufficio presso la direzione sanitaria, stante la sua oggettiva impossibilità, certificata da opportuna visita medico-legale, della prosecuzione dell’attività di infermiere, incompatibile con lo stato di salute presentato. Il direttore sanitario, se le sue condizioni fisiche permangono in questo modo, non può assolutamente obbligarlo a riprendere le mansioni di infermiere proprio perché incompatibili rispetto alla patologia sofferta e alla percentuale di invalidità; qualora, per ipotesi, lo facesse, il lettore avrebbe a disposizione tutti gli strumenti per opporsi. Inoltre, sul cosiddetto obbligo di sicurezza, il datore di lavoro, che sia consapevole dello stato di malattia del lavoratore, non può continuare ad utilizzarlo per mansioni che ne danneggino la salute, pena la sua responsabilità risarcitoria [2].

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Rossella Blaiotta

note

[1] Art. 4, co. 4, l. n. 69 del 22.01.1999.

[2] Art. 2087 cod. civ.

Corte di Cassazione, Sez. Unite Civili, sentenza n. 7755 dello 07.08.1998

La sopravvenuta infermità permanente e la conseguente impossibilità della prestazione lavorativa, quale giustificato motivo di recesso del datore di lavoro dal contratto di lavoro subordinato non è ravvisabile nella sola ineseguibilità della prestazione attualmente svolta dal prestatore, ma può essere esclusa dalla possibilità di altra attività riconducibile alle mansioni attualmente assegnate o a quelle equivalenti o, se ciò è impossibile, a mansioni inferiori, secondo l’assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall’imprenditore.

 

 

Corte di Cassazione, sentenza n. 5961 del 1997

È soggetto a responsabilità risarcitoria per violazione dell’art. 2087 c.c. il datore di lavoro che, consapevole dello stato di malattia del lavoratore, continui ad adibirlo a mansioni che sebbene corrispondenti alla sua qualifica siano suscettibili – per la loro natura e per lo specifico impegno (fisico e mentale) – di metterne in pericolo la salute. L’esigenza di tutelare in via privilegiata la salute del lavoratore alla stregua dell’art. 2087 c.c. e la doverosità di una interpretazione del contratto di lavoro alla luce del principio di correttezza e buona fede, di cui all’art. 1375 c.c. – che funge da parametro di valutazione comparativa degli interessi sostanziali delle parti contrattuali – inducono a ritenere che il datore di lavoro debba adibire il lavoratore, affetto da infermità suscettibili di aggravamento a seguito dell’attività svolta, ad altre mansioni compatibili con la sua residua capacità lavorativa, sempre che ciò sia reso possibile dall’assetto organizzativo dell’impresa, che consenta un’agevole sostituzione con altro dipendente nei compiti più usuranti. Quando ciò non sia possibile, il datore di lavoro può far valere l’infermità del dipendente quale titolo legittimante il recesso ed addurre l’impossibilità della prestazione per inidoneità fisica – in applicazione del generale principio codicistico dettato dall’art. 1464 c.c. – configurandosi un giustificato motivo oggettivo di recesso per ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa, e restando in ogni caso vietata la permanenza del lavoratore in mansioni pregiudizievoli al suo stato di salute.


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