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News Gli stranieri possono partecipare ai concorsi?

News Pubblicato il 4 giugno 2017

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Sospeso il concorso per 800 assistenti giudiziari: gli stranieri comunitari ed extracomunitari possono partecipare ai concorsi pubblici italiani?

Tengono banco in questi giorni le sorti del concorso da 800 posti da assistente giudiziario, bandito dal Ministero della Giustizia alla fine del 2016. Un evento vero e proprio, giacché erano passati addirittura 20 anni dall’ultimo concorso analogo e che, infatti, aveva suscito un interesse notevole. 308.468 domande presentate, un vero record per un concorso pubblico italiano, trasformatesi poi in circa 76.000 candidati reali che a maggio 2017 si sono presentati alla Fiera di Roma ed hanno affrontato la prima prova preselettiva, non senza problematiche di tipo informatico.

Erano tutti in attesa della pubblicazione della graduatoria per scoprire gli ammessi alla seconda prova, quando ecco giungere la doccia fredda dalla magistratura italiana: concorso sospeso.

La vicenda

Il bando, tra i requisiti, prescriveva il possesso della cittadinanza italiana. Una cittadina albanese, assistita da una onlus, ha presentato ricorso al giudice del lavoro di Firenze, contestando tale clausola.

Il giudice del lavoro dapprima ha confermato la propria competenza: un aspetto non secondario né pacifico, in quanto la legge prevede che le controversie in materia di procedure concorsuali per l’assunzione nelle pubbliche amministrazioni siano di competenza esclusiva dei giudici amministrativi [1]. Il giudice fiorentino ha però superato tale passaggio ritenendo la causa una controversia in materia di diritti fondamentali, trattandosi di “atti o comportamenti discriminatori”, e dunque di competenza del giudice ordinario.

Nel merito, il Tribunale di Firenze ha dato ragione alla ricorrente, ammettendo il diritto di partecipazione al concorso anche ai candidati comunitari e quelli non comunitari in regola con i permessi. Pertanto ha ordinato provvisoriamente la sospensione del concorso in questione per consentire ai cittadini non italiani, comunitari ed extracomunitari, di presentare anche loro domanda di partecipazione e sostenere la prima prova, senza pregiudicare la posizione di quanti hanno già svolto il proprio test.

Ciò in via provvisoria si diceva, in quanto trattasi di ordinanza cautelare [2], ossia di un provvedimento concesso in via anticipata, in presenza di determinati presupposti, per non pregiudicare i diritti dei ricorrenti, nell’attesa che il Tribunale concluda il processo ed emetta il verdetto definitivo con sentenza. Avverso tale ordinanza è già stato presentato reclamo da parte dell’avvocatura dello Stato, per conto del Ministero della Giustizia, parte in causa.

La normativa italiana

Ma precisamente cosa prevede la legge? Il diritto italiano, attualmente e come regola generale, esclude lo straniero dal lavoro pubblico, ammettendo però alcuni eccezioni in cui si consente la sua partecipazione alle selezioni pubbliche di assunzione. La normativa sul pubblico impiego prevede infatti che i cittadini dell’Unione europea possano accedere a quei lavori pubblici che non comportano esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, oppure che non risultano necessari per l’interesse nazionale [3]. In particolare, il requisito della cittadinanza italiana va sicuramente previsto in caso di funzioni che comportano l’elaborazione, la decisione, l’esecuzione di provvedimenti autorizzativi e coercitivi, oppure funzioni di controllo [4].

Tali norme trovano applicazione anche per i cittadini stranieri non comunitari, se titolari di un permesso di soggiorno di lungo periodo, se rifugiati o se titolari della protezione sussidiaria [5].

Tali aperture adeguano il nostro ordinamento alle direttive dell’Unione Europea [6], ma confermano al tempo stesso che lo straniero non può accedere a tutti i pubblici impieghi. Si tratta infatti di una scelta, anche politica, che trova conferma nella legislazione in vigore, italiana e comunitaria, e che, come sostenuto anche dalla nostra Cassazione, non va intesa come discriminazione lesiva del principio d’uguaglianza, giacché non esiste un principio generale di ammissione dello straniero non comunitario al lavoro pubblico [7], come ribadito anche nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea [8] e dalla legge italiana [9]. Nè tanto meno viene impedito il diritto allo straniero di lavorare in assoluto. Si tratta di restrizioni che hanno un fondamento giuridico.

La Costituzione italiana, infatti, garantisce il diritto al lavoro, ammettendo però che per alcune attività sia legittimo fissare condizioni e requisiti di accesso restrittivi (di età, di studio, di esperienza, ecc.). Come appunto fa anche in riferimento al pubblico impiego, dove da un lato ne prescrive espressamente l’accesso mediante concorso, salvo alcune eccezioni previste dalla legge, ed impone agli impiegati di prestare il loro servizio in forma esclusiva alla Nazione, e dall’altro riconosce implicitamente che negli impieghi pubblici ci siano interessi dello Stato o della collettività tali da giustificare la “preferenza” per i cittadini italiani rispetto ai comunitari e agli extracomunitari [10]. Ciò in base alle particolarità e alla delicatezza del lavoro da compiere.

La motivazione del Tribunale di Firenze

Alla luce del quadro normativo sopra descritto, ci si domanda come il Giudice del lavoro abbia giustificato l’ammissione, seppure provvisoria, degli stranieri al concorso per lavorare in tribunale come assistenti giudiziari. Il nodo che i giudici dovranno sbrogliare, nella fase di merito, e sempre qualora verrà confermata la giurisdizione del Tribunale di Firenze rispetto al Tar Toscana, sarà legato alla qualificazione del lavoro d’assistente giudiziario.

Il giudice fiorentino, richiamando alcune sentenze della giurisprudenza europea [11], ricorda come la Corte di Giustizia europea non ammette, tra le ipotesi eccezionali in cui si può limitare una selezione pubblica ai soli cittadini, quei lavori in cui i pubblici poteri non siano esercitati in modo abituale o non rappresentino una parte prevalente dell’attività. In parole povere, quando il lavoro è di carattere più propriamente ausiliario, tecnico, pratico/manuale, o comunque quando manca l’abitualità ad esercitare pubblici poteri, non ha senso imporre la restrizione della cittadinanza. Ed in tal modo sono state considerate le mansioni dell’assistente giudiziario, sulla base del fatto che tutte le sue principali pubbliche funzioni, e cioè i suoi poteri di certificazione, la ricezione in deposito di atti, il rilascio di copie autentiche, la sottoscrizione dei verbali d’udienza, ecc., costituirebbero una “parte ridotta e del tutto occasionale” del lavoro loro spettante.

Nel caso di specie, c’è da sottolineare come proprio la carenza cronica di personale, che neppure l’ultimo concorso risolverà, ha portato nella realtà delle cancellerie a trasformare di fatto il ruolo dell’assistente giudiziario, che ormai pone in essere in modo abituale e principale, e non certo eccezionale, proprio le funzioni pubbliche elencate dal giudice fiorentino. Ciò anche per via (o per colpa) dell’indisponibilità degli altri profili professionali superiori della cancelleria, che di norma dovrebbero essere preposti a tali attività. Così è ormai da anni. Senza dimenticare che i principi della giurisprudenza europea, posti a fondamento di tale decisione provvisoria, non trovano riscontro nella legge italiana vigente, che anzi prescrive ben altre condizioni, come si è visto (esercizio di pubblici poteri anche indiretto, formazione ed esecuzione di atti autorizzativi e coercitivi, funzioni di controllo, ecc.).

Su questo passaggio si giocherà la battaglia legale, che, in caso di conferma, potrebbe avere ripercussioni anche sui prossimi concorsi pubblici e su quelli già banditi.

note

[1] Art. 63, co. 4, D. Lgs. 165/2001.

[2] Trib. Firenze, Ordinanza del 27 maggio 2017, R.G. 1090/17.

[3] Art. 38, D. Lgs. 165/2001.

[4] Art. 2, DPCM n. 174 del 1994.

[5] Art. 25, co. 2, D.lgs. 251/2007 e art. 7, L. 97/2013.

[6] Direttive UE n. 2004/38, 2004/83, 2003/109.

[7] Cass., sez. lav., sent. n. 18523 del 2 settembre 2014.

[8] Art. 45 e 51 TFUE.

[9] Art. 43, co. 2, D.Lgs. 286/1998.

[10] Cass., sez. lav., sent. n. 18523 del 2 settembre 2014.

[11] Trib. Firenze, Ordinanza del 27 maggio 2017, R.G. 1090/17.


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