Diritto e Fisco | Articoli

Se il commercialista non va all’incontro con l’Agenzia delle Entrate

4 giugno 2017


Se il commercialista non va all’incontro con l’Agenzia delle Entrate

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 giugno 2017



È responsabile il consulente del contribuente che non si presenti all’incontro con il fisco per concordare le sanzioni e le imposte inferiori in caso di violazione delle norme tributarie.

Di fronte al fisco, la responsabilità per il mancato pagamento delle tasse o per l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi è sempre del contribuente, benché questi abbia delegato tutti gli adempimenti fiscali al proprio commercialista. È il contribuente, dunque, a pagare le sanzioni all’erario se lo sbaglio è del professionista che segue la sua contabilità, anche quando questi abbia fornito dei consigli clamorosamente errati o illegali. Solo se il commercialista commette un reato il suo cliente può evitare le sanzioni denunciandolo prima alle autorità (leggi Omesso versamento tasse: il commercialista che sbaglia va denunciato). Resta tuttavia la possibilità di rivalersi nei suoi confronti per gli errori commessi: tutte le volte in cui l’attività del consulente fiscale sia stata la causa di un danno per il contribuente, a quest’ultimo è consentito chiedere il risarcimento del danno. Una tipica ipotesi di responsabilità professionale, ad esempio, si verifica se il commercialista non va all’incontro con l’Agenzia delle Entrate per evitare accertamenti fiscali o sanzioni più gravi. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Per comprendere il principio espresso dalla Corte procediamo con un esempio. Immaginiamo che una persona abbia ricevuto, dall’Agenzia delle Entrate, una comunicazione di irregolarità tributaria con invito a presentarsi presso gli uffici del fisco (o a delegare un proprio incaricato) per concordare sanzioni ed eventuali imposte inferiori. Il contribuente, che non vuol rischiare di dire qualcosa di sbagliato e anche perché “ne capisce poco di legge e tasse”, chiede al proprio commercialista di andare al posto suo. Senonché il commercialista dimentica di presentarsi all’incontro con i funzionari dell’Agenzia delle Entrate; così l’ufficio – che non ha ricevuto difese, né chiarimenti in merito alla posizione accertata – applica al contribuente la sanzione massima prevista dalla normativa. Quest’ultimo, allora, si rivolge al proprio commercialista e chiede che sia lui a pagare la “multa” in quanto responsabile dell’accertamento. Dal canto suo il professionista non ne vuol sapere perché sostiene che, comunque, la responsabilità fiscale è del contribuente ed è lui ad aver commesso l’illecito, mentre il commercialista ha un semplice ruolo di consulente. Chi dei due ha ragione?

Secondo la Cassazione, il consulente che abbia ricevuto un’esplicita delega da parte del proprio cliente non può evitare di presentarsi all’incontro con l’Agenzia delle Entrate. Diversamente è responsabile per negligente svolgimento dell’attività professionale. Ma ad una sola condizione: che il contribuente riesca a dimostrare di aver subito, da tale omissione, un danno. In buona sostanza, il cliente deve poter dare prova che se il commercialista si fosse recato all’invito del fisco, le sanzioni che ne sarebbero scaturite sarebbero state inferiori o non addirittura non sarebbero state mai comminate. Insomma, la responsabilità professionale – come costantemente chiarito dalla giurisprudenza – non scatta per la semplice negligenza nell’espletamento del mandato, ma solo in quanto da tale negligenza sia scaturita una conseguenza dannosa sull’assistito.

note

[1] Cass. sent. n. 11213/17 del 9.05.2017.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 23 gennaio – 9 maggio 2017,n. 11213
Presidente Vivaldi – Relatore Moscarini

Fatti di causa

V.M. , titolare di una attività di lavaggio-tintoria, conveniva davanti il Tribunale di Bergamo la Unione Artigiani di Bergamo e Provincia e l’Unione Servizi s.r.l. esponendo di aver ad esse affidato l’incarico di curare la contabilità fiscale della propria attività e che le associazioni consulenti si erano rese inadempienti all’incarico professionale ricevuto.
Rappresentava infatti che, a seguito di invito a comparire dell’Agenzia delle Entrate, l’Unione, pur avendo ricevuto dalla cliente la relativa documentazione, mancava di comparire e si limitava a consigliare la cliente di proporre un, poi rivelatosi impossibile, condono fiscale. Conseguentemente la V. pagava all’Agenzia delle Entrate la somma di Euro 3.000.
Successivamente, in data 15 novembre 2003, alla V. veniva recapitato un avviso di accertamento dal quale apprendeva che il debito non era più condonabile e che avrebbe dovuto corrispondere l’importo di Euro 12.069,66, comprensivo di interessi e di sanzioni. Sempre su consiglio dell’Unione chiedeva ed otteneva una rateizzazione, sicché il debito subiva un ulteriore aggravio a titolo di interessi.
Sulla base di questi presupposti la V. chiedeva, pertanto, all’Unione Artigiani e all’Unione Servizi di essere risarcita del danno subito. Costituitosi il contraddittorio, il Tribunale di Bergamo, con sentenza del 26/2/2009, condannava le parti convenute in solido al risarcimento del danno, quantificato in Euro 9.852,41, oltre interessi e spese del grado.
La Corte d’Appello di Brescia, adita da Unione Artigiani e da Unione Servizi s.r.l., con sentenza del 4/2/2013, rigettava l’appello.
Riteneva infatti provato l’inadempimento delle associazioni all’incarico professionale ricevuto, il danno subito dalla V. , pur in mancanza di una prova positiva che la presenza all’incontro con l’Agenzia delle Entrate avrebbe sortito effetti più favorevoli. Riteneva provato l’incarico professionale conferito dalla V. all’Unione Artigiani e la negligenza delle associazioni nel mancare all’incontro con l’Agenzia delle Entrate.
L’Unione Artigiani e l’Unione Servizi hanno proposto ricorso per cassazione con due motivi, illustrati da memoria. Resiste la V. con controricorso illustrato da memoria.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo le ricorrenti denunciano la violazione e/o falsa applicazione, in relazione all’art. 360, 3 co. c.p.c., degli artt. 115 e 116 c.p.c..
La Corte avrebbe errato nel ritenere provato l’inadempimento ed il danno conseguente: la V. avrebbe dovuto provare di aver fornito al consulente tutta la documentazione idonea, compresa la procura ad agire per suo conto, e non potrebbe addossare ai consulenti alcuna responsabilità per il fatto contestato, in particolare per la mancata congruità della documentazione fiscale prodotta rispetto agli studi settore.
Sarebbe evidente come la congruità o meno dei redditi denunciati ai fini fiscali non possa essere imputabile al professionista che materialmente redige la dichiarazione IRPEF, salvo prova contraria. Mancherebbe, inoltre, la necessaria procura scritta conferita dalla V. alle Associazioni per poter gestire il rapporto tributario con l’Agenzia delle Entrate.
Il motivo è inammissibile.
In tema di responsabilità professionale la valutazione relativa all’esistenza e all’entità della colpa del professionista è rimessa al giudice del merito e sindacabile in Cassazione solo sotto il profilo dell’esistenza di una motivazione completa ed adeguata (Cass. 3, 9/6/2004 n. 10966). La sentenza dà atto della prova dell’incarico professionale conferito dalla V. ai consulenti, dell’avvenuta trasmissione della documentazione, della negligente assenza all’incontro con l’Agenzia delle Entrate, della negligenza per non aver prospettato le conseguenze dell’incontro (Cass. 3, 15/2/2006 n. 3287), nonché della circostanza che il legale dell’Unione Artigiani fosse consapevole della responsabilità dei propri assistiti avendo manifestato, in un primo momento, la volontà delle Associazioni di rimborsare alla cliente sanzioni ed interessi. È del tutto soddisfatta, pertanto, la condizione richiesta dalla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la responsabilità del prestatore di opera intellettuale nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell’attività professionale presuppone la prova del danno e del nesso di causalità tra la condotta del professionista ed il pregiudizio del cliente (Cass., 3, 26/4/2010 n. 9917).
Con il secondo motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360, n. 3) c.p.c. degli artt. 1218 e 1176 cod. civ. e omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio ex art. 360, sub 5), c.p.c..
Le ricorrenti si dolgono che la sentenza impugnata non si sia fatta carico della prova che la comparizione di esse Associazioni presso l’Agenzia delle Entrate avrebbe raggiunto il risultato positivo del mancato accertamento tributario e che la loro prestazione, trattandosi di obbligazioni di mezzi e non di risultato, non avrebbe potuto estendersi ad evitare l’accertamento.
Il motivo è infondato. Non era possibile attendersi dai consulenti che la V. evitasse qualunque sanzione ma era legittimo pretendere che i professionisti partecipassero all’incontro e negoziassero una sanzione inferiore, senza limitarsi a suggerire erroneamente un condono impossibile.
La sentenza d’appello, che ha confermato la responsabilità delle Associazioni, è conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale “all’interno di un procedimento disciplinare a carico di un professionista, l’individuazione delle regole di deontologia professionale, la loro interpretazione e la loro applicazione nella valutazione degli addebiti attengono al merito del procedimento, e non sono sindacabili in sede di legittimità se adeguatamente motivate, in quanto si riferiscono a precetti extragiuridici, ovvero a regole interne alla categoria, e non ad atti normativi” (Cass., 3, 15/2/2006 n. 3287).
Peraltro, il Tribunale ha quantificato il danno in una misura inferiore alla somma dovuta dalla V. , sicché ha ben avuto presente che l’obbligazione delle consulenti fosse una obbligazione di mezzi e non di risultato.
Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato. Le spese seguono la soccombenza. Sussistono le condizioni, ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. 115 del 2002, per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del co. 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 3.200 (di cui Euro 200 per esborsi), oltre accessori di legge e spese generali al 15%. Dà atto, ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. 115 del 2002, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del co. 1 bis dello stesso art. 13.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI