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Lo sai che? Se mi sposo posso essere licenziato per mobilità?

Lo sai che? Pubblicato il 13 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 giugno 2017

L’azienda dove lavoro ha aperto una procedura di licenziamento collettivo tramite mobilità. Mi sono sposato: sono in qualche modo protetto dal licenziamento?

La sentenza del Tribunale di Milano commentata nell’articolo No licenziamento per matrimonio anche agli uomini ha esteso al lavoratore di sesso maschile l’applicazione della norma che stabilisce che si debbano presumere intimati a causa del matrimonio e, quindi, debbano essere considerati nulli i licenziamenti (compresi quelli collettivi per riduzione di personale [1]) che siano intimati nel periodo che va dalla richiesta delle pubblicazione matrimoniali fino ad un anno dalla data di celebrazione delle nozze (a meno che il datore di lavoro non dimostri che il licenziamento dipenda, invece, da una grave colpa del lavoratore o dalla totale cessazione dell’intera attività – cessazione di tutta l’attività e non solo, ad esempio, di un reparto – o che dipenda dalla scadenza del termine contrattuale o dall’esaurimento della prestazione per la quale il lavoratore fu assunto).

Dunque, la norma la cui applicazione il Tribunale di Milano ha esteso ai lavoratori di sesso maschile stabilisce una presunzione (quella che fa ritenere i licenziamenti intimati a causa del matrimonio e, quindi, nulli) che si applica solo se il licenziamento è stato comunicato al lavoratore o lavoratrice nel periodo compreso tra la data di richiesta delle pubblicazioni matrimoniali e il compimento di un anno dalla data delle nozze.

Nel caso del lettore, perciò, va verificato innanzitutto se le pubblicazioni matrimoniali siano state richieste prima o dopo la comunicazione del licenziamento. Se le pubblicazioni matrimoniali fossero state richieste dopo la comunicazione del licenziamento collettivo, allora la norma di cui si è finora discusso non potrebbe essere applicata al suo caso: egli, in questo caso, potrebbe ugualmente impugnare il licenziamento, ma dinanzi al giudice gli toccherebbe dimostrare che il licenziamento sia avvenuto a causa del matrimonio (e non al datore dimostrare che sia stato intimato, invece, per una delle cause che lo renderebbero lecito e che sono state descritte poco sopra). In questa ipotesi sarebbe, quindi, assai complesso, dal punto di vista delle prove da offrire al giudice, dimostrare che il licenziamento sia avvenuto proprio a causa del matrimonio.

Se, invece, le pubblicazioni matrimoniali fossero state chieste prima della comunicazione del licenziamento, allora il lettore potrebbe impugnarlo e si applicherebbe al suo caso la norma che fa presumere che il licenziamento sia avvenuto a causa del matrimonio (e toccherebbe al datore di lavoro dimostrare in giudizio che, invece, esso fu intimato per cessazione totale dell’attività o per grave colpa del lavoratore o per esaurimento della prestazione per la quale il lavoratore fu assunto).

Fermo restando tutto ciò che precede, nel caso sottoposto ed a seguito dell’entrata in vigore della Legge n. 183 del 2010, è previsto che, in tutti i casi di invalidità, il licenziamento debba essere impugnato dal lavoratore entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla sua comunicazione (e sia la dottrina che la giurisprudenza includono nei casi di invalidità anche le ipotesi di nullità e considerano il licenziamento intimato a causa del matrimonio un caso di licenziamento nullo).

Se, dunque, dalla comunicazione del licenziamento (coincidente con la data in cui la comunicazione è pervenuta al domicilio del lavoratore) dovessero nel caso del lettore essere già decorsi più di sessanta giorni, allora si sarebbe già esaurita la possibilità di impugnare il licenziamento intimato al lettore e lo stesso, pertanto, non potrebbe più essere oggetto di contestazione.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Forte

note

[1] Secondo la l. n. 223 del 23.07.1991.


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