HOME Articoli

Lo sai che? Moribondo: risarcimento per le sofferenze prima della morte

Lo sai che? Pubblicato il 5 giugno 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 5 giugno 2017

La consapevolezza di essere sul punto di morte costituisce un’autonoma voce di danno che va risarcita ai parenti, eredi del danneggiato.

Forse più brutta della morte è la consapevolezza della morte stessa. O meglio, la coscienza di dover morire a breve. Forte di ciò, la giurisprudenza prevede un ulteriore risarcimento per il defunto (o meglio, per i suoi eredi) che sia rimasto cosciente nel periodo intercorrente tra l’infortunio che ne ha determinato la morte e la morte stessa. In altre parole, la certezza di avere le ore contate è un’autonoma voce di danno non patrimoniale nel caso di successivo decesso di un soggetto che abbia subìto un incidente stradale, risarcimento che si aggiunge a quello per la morte, e che si giustifica proprio per l’angoscia patita dal danneggiato in tale frangente. A ricordarlo è il tribunale di Roma con una recente sentenza [1] che ammonisce: se c’è un moribondo, i parenti hanno diritto al risarcimento non solo per la morte del familiare, ma anche per le sofferenze da questi patite nel periodo che intercorre tra l’infortunio e il decesso, sempre a condizione che durante tale arco di tempo l’infortunato sia rimasto cosciente. Se così non fosse e lo sfortunato dovesse andare in coma immediatamente, perdendo coscienza di sé e dell’inesorabile sorte che lo attende, questo ulteriore risarcimento non spetta più.

La giurisprudenza lo chiama «danno tanatologico» (da thanatos, che in greco antico significa «morte») o, più semplicemente, danno da morte. Su questo concetto si sono sprecate diverse pagine di dottrina e giurisprudenza, alla ricerca di una giustificazione ulteriore del risarcimento rispetto a quello della morte che, di per sé stesso, dovrebbe essere onnicomprensivo. Vi è poi la circostanza che, se è vero che la coscienza della morte è un patimento personale della vittima, difficilmente potrebbe essere trasmissibile agli eredi [2]. Tutte queste obiezioni, però, sono state superate dalla più recente Cassazione che ha riconosciuto l’esistenza del danno tanatologico, con conseguente onere per l’assicurazione – nel caso in cui la morte sia stata determinata da un incidente stradale – di pagare il risarcimento ai parenti della vittima, in qualità di eredi. Ma ad una sola condizione: che la morte del danneggiato sopraggiunga immediatamente oppure a breve distanza di tempo dall’incidente, in quanto l’evento lede non il diritto alla salute, ma il diritto alla vita.

Su quest’ultimo filone si muove la sentenza in commento pubblicata, di recente, dal Tribunale di Roma. Secondo i giudici della capitale, i familiari hanno diritto al risarcimento del danno non patrimoniale sofferto dal loro parente – deceduto a seguito di un incidente stradale – nel periodo che va dal sinistro alla morte, qualora, durante la degenza, il danneggiato abbia avuto coscienza del proprio stato di sofferenza. Nel caso di specie, il Tribunale ha liquidato in via equitativa ai familiari della vittima il danno non patrimoniale sofferto da quest’ultima. Si è tenuto conto del tempo intercorso, della natura delle lesioni e dell’ininterrotta ospedalizzazione prima del decesso, avvenuto due settimane dopo l’incidente.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 773/2017 del 18.01.2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. 26972/2008 e n. 26973/2008.

[3] Cass. sent. n. 8360/2010.

Tribunale di Roma – Sezione XIII civile – Sentenza 18 gennaio 2017 n. 773

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI ROMA

SEZIONE TREDICESIMA CIVILE

In persona della dott.ssa Wanda Verusio ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al numero 38455/2012 del R.G.A.C. trattenuta in decisione all’udienza del 23.6.2016 e vertente

TRA

Bi.Ar., Ba.Bi. e Bi.Pa., in proprio e nella qualità di eredi di Bi.Gi., rappresentati e difesi dall’avv. Ro.Ma. ed elettivamente domiciliati presso il suo studio in Roma, Largo (…) giusta procura a margine dell’atto di citazione;

ATTORI

CONTRO

Ma.Em., nato (…);

CONVENUTO CONTUMACE E CONTRO

In. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, costituitasi in giudizio a mezzo della propria mandataria e rappresentante Ge. Bu.So. S.C.p.A., rappresentata e difesa dall’avv. An.Mo. ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in Roma, Viale (…), giusta procura allegata alla comparsa di costituzione e risposta;

CONVENUTA

OGGETTO: risarcimento danni da circolazione stradale. RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con atto di citazione ritualmente notificato, i signori Bi.Ar., Bi.Pa. e Ba.Bi. – rispettivamente figli e moglie di Bi.Gi. – convenivano in giudizio Ma.Em. ed In. S.p.A. chiedendone la condanna al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dal signor Gi.Bi. e dai suoi eredi a seguito del sinistro verificatosi nel Comune di Fiumicino, in data 3.9.2010, in conseguenza del quale il sig. Bi., il 19.9.2010, perdeva la vita.

Esponevano a fondamento della domanda che:

-in data 3.9.2010 il sig. Gi.Bi., alla guida del proprio velocipede, percorreva via (…), in località Maccarese nel Comune di Fiumicino, in direzione di Roma;

-circa duecento metri dopo aver superato l’incrocio con Viale (…) veniva travolto dall’autovettura Ford Focus tg. (…) alla guida della quale c’era il sig. Em.Ma., proprietario del veicolo;

-a seguito dell’urto, il ciclista urtava violentemente contro il cofano ed il parabrezza della vettura e veniva sbalzato sul ciglio sinistro della strada;

a causa del sinistro riportava gravi traumi, in ragione dei quali veniva prontamente ricoverato presso l’Au. di Roma, dove decedeva, in data 19.9.2010, dopo un periodo di degenza durato poco più di due settimane;

sul luogo del sinistro intervenivano gli operanti della Polizia di Stato, i quali redigevano un verbale e raccoglievano alcune dichiarazioni rese da persone che avevano assistito all’incidente;

gli odierni attori, ritenendo il sinistro imputabile esclusivamente alla responsabilità del Ma., intimavano alla compagnia In. S.p.A. con raccomandata del 15.9.2010, di provvedere al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali cagionati dal proprio assicurato, Em.Ma., e subiti dal signor Bi. e dai suoi congiunti/eredi; tuttavia, la suddetta compagnia non provvedeva ad adempiere all’obbligazione risarcitoria;

Concludevano chiedendo di:

-accertare e dichiarare la responsabilità esclusiva del sig. Ma.Em. nella produzione del sinistro e, per l’effetto, condannare i convenuti in solido tra loro al risarcimento dei danni patiti dal signor Giancarlo Bi. e dai suoi eredi in conseguenza del sinistro e, precisamente, condannarli al pagamento delle seguenti somme, o di quelle maggiori o minori che saranno ritenute di giustizia, oltre interessi dal dovuto al saldo:

-Euro 2.500 a titolo di risarcimento per danno patrimoniale dovuto alle spese funerarie sostenute;

-Euro 244.300,00 in favore della moglie, Ba.Bi.;

-Euro 235.575,00 in favore della figlia convivente, Bi.Ar.;

-Euro 209.400,00 in favore del figlio non convivente, Bi.Pa.; con vittoria di spese, competenze ed onorari.

La compagnia assicurativa In. si costituiva a mezzo della propria mandataria e rappresentante, Generali Bu.So. S.C.p.A., con comparsa di risposta nella quale contestava le richieste degli attori eccependo che:

fosse cessata la materia del contendere a seguito del versamento in favore degli attori della somma complessiva di Euro 193.000,00, pagati a mezzo di tre assegni circolari in data 22.11.2012; fosse errata la ricostruzione della dinamica del sinistro operata dalla parte attrice, in quanto l’evento dannoso doveva essere addebitato all’esclusiva responsabilità del ciclista;

fosse eccessiva la quantificazione dei danni operata dalla parte attrice. Chiedevano pertanto: in via preliminare, di accertare la congruità dell’offerta e, per l’effetto, dichiarare cessata la materia del contendere; in via principale e nel merito, rigettare la domanda attorea in quanto infondata in fatto ed in diritto; in via subordinata liquidare i danni lamentati dalla parte attrice in misura minore rispetto alle richieste formulate in atto di citazione; in ogni caso, detrarre dalle eventuali maggiori somme eventualmente dovute, gli importi già corrisposti agli attori.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari.

Con comparsa in data 8 luglio 2014 Bi.Ar. e Bi.Pa. si costituivano in prosecuzione in qualità di eredi della madre Ba.Bi., deceduta in data 6 giugno 2014.

L’istruttoria si esauriva nell’acquisizione dei documenti prodotti e nell’espletamento di due prove testimoniali.

Precisate le conclusioni, la causa veniva trattenuta in decisione.

All’esito dell’istruttoria espletata ed alla luce della documentazione prodotta può ritenersi accertato quanto segue.

Il giorno 3.9.2010, in Maccarese, alle ore 11:00 circa, il sig. Em.Ma., alla guida dell’autoveicolo di sua proprietà, (…) tg. (…) percorreva via (…), con direzione da Ladispoli verso Roma; dopo aver oltrepassato l’incrocio con il viale (…) entrava in collisione con la bicicletta guidata dal sig. Bi.Gi., il quale viaggiava nello stesso senso di marcia.

L’urto, avveniva tra la parte anteriore sinistra dell’autoveicolo che sopraggiungeva e la parte laterale sinistra della ruota posteriore della bicicletta guidata dal sig. Bi.

La collisione aveva luogo in prossimità del centro della carreggiata, al confine con la corsia di senso opposto.

A causa dello scontro il sig. Bi. urtava contro l’autoveicolo, danneggiandone cofano e parabrezza, e, per l’effetto, veniva sbalzato a terra, al margine della carreggiata, riportando traumi così refertati presso il pronto soccorso dell’ospedale Au.Ho. di Roma: “Politrauma della strada. Emorragia talamica sinistra con componente emorragica nel III ventricolo e nel ventricolo laterale di sinistra; frattura di perone sinistro; fratture costali multiple con contusione del parenchima polmonare”.

Il giorno 19.9.2010 (doc. 16 allegato all’atto di citazione) decedeva a causa dei traumi riportati.

Dal verbale redatto dalla Polizia di Stato, sottosezione Polizia Stradale di Civitavecchia, (doc. 9 di parte convenuta) risulta così descritto il luogo del sinistro e ricostruita la dinamica dell’incidente: “il campo del sinistro ricade sul tratto di strada comunale extraurbana denominata Via (…) posto a metri 180 circa dopo l’intersezione con Viale (…) in località Maccarese, nel territorio del Comune di Fiumicino (RM)”; gli operanti descrivevano il tratto di strada interessato dal sinistro come rettilineo, pianeggiante, leggermente a “schiena d’asino”, costituito da “un’unica carreggiata, a doppio senso di marcia con due corsie non segnate. La carreggiata, a larghezza costante di mt. 5,80 circa, asfaltata ed in discreto stato di manutenzione (…) è fiancheggiata: a destra da striscia di margine continua e vasto prato erboso; a sinistra da analoga striscia continua di margine; ciglio erboso, ampio mt. 1,70; rete di recinzione metallica (coperta con telo in materiale plastico) delimitante proprietà private”.

In merito alla presenza di eventuali segni di frenata utili ad individuare il punto di impatto tra i veicoli, i verbalizzanti riferivano: “Sul piano viabile non venivano rilevate tracce di frenatura od altri segni riconducibili alla presumibile zona d’impatto”.

Dallo stesso verbale si evince, inoltre, che il limite di velocità massima consentita in quel tratto di strada era di 50 km/h, come indicato dalla segnaletica verticale apposta ai margini della carreggiata in entrambi i sensi di marcia.

Sulla base di quanto rilevato sul luogo del sinistro, dei danni riportati dai veicoli e degli elementi oggettivi in loco, il sinistro veniva così ricostruito: “Ma.Em. (…) giunto a metri 180 circa dopo l’intersezione con il Viale (…) (…) entrava in collisione con il velocipede To. “Re.”, condotto da Bi.Gi., che lo precedeva nella marcia”.

Nella parte riservata alle osservazioni, gli operanti annotavano che “l’ubicazione dei danni (…), l’impronta da asportazione di polvere sul cofano (…), l’incrinatura del parabrezza, prodotta dalla testa del ciclista e compatibile con l’impronta del corpo, infine, le lesioni riportate dal ciclista medesimo, inducono a ritenere che il velocipede, al momento della collisione si trovasse in posizione fortemente obliqua rispetto all’asse della strada e che l’impatto si sia concretizzato (…) non in prossimità del lato destro della carreggiata bensì verso il centro di essa.

Tale posizione appare coerente (…) con la posizione statica del velocipede, rinvenuto all’interno del ciglio erboso di sinistra”.

Ad una più completa ricostruzione dei fatti hanno contribuito anche le testimonianze rese all’udienza del 19.5.2014 da Lo.An. e da Sp.Lo., i quali erano alla guida di autoveicoli che sopraggiungevano in quel tratto di strada al momento della collisione.

Il primo ha riferito che, mentre era alla guida di un autobus di linea, procedendo alla velocità di 50 km/h nello stesso senso di marcia della vettura condotta dal Ma., veniva superato da quest’ultimo, il quale, dopo aver fatto rientro nella propria corsia ed essersi portato a circa trecento metri di distanza dal suo autobus, urtava una bicicletta che viaggiava nello stesso senso di marcia, scaraventandola sul lato sinistro della carreggiata.

Il Lo. precisava, tuttavia, di non aver avuto modo di assistere chiaramente alle fasi immediatamente precedente alla collisione per la notevole distanza a cui si trovava la vettura del Ma. al momento dell’urto.

Il secondo testimone, che invece viaggiava nel senso di marcia opposto, ha confermato di aver visto la vettura del Ma. procedere “probabilmente oltre i 50 km/h, ma non particolarmente veloce” ed ha precisato altresì che la bicicletta condotta dal Bi., nel procedere nello stesso senso di marcia, “teneva la destra”.

Confermava, tuttavia, che l’urto fosse avvenuto verso il centro della carreggiata e che, al momento dell’impatto, la bicicletta condotta dal sig. Bi. fosse obliqua rispetto all’asse stradale, precisando, però, di non aver visto manovre improvvise di scarto sulla sinistra operate dal velocipede.

Inoltre, entrambi riferivano che l’auto non aveva effettuato brusche frenate poco prima dell’impatto.

Dall’analisi congiunta degli elementi probatori sin qui delineati emerge senz’altro l’esistenza di evidenti profili di colpa in relazione alla condotta dal sig. Ma.

Quest’ultimo, infatti, al momento dell’impatto viaggiava ad una velocità superiore a quella consentita in quel tratto di strada, come si evince dal fatto che lo stesso aveva sorpassato e oltrepassato l’autobus di linea che manteneva la velocità di 50 km/h; la circostanza della velocità comunque elevata è peraltro confermata dalla violenza dell’impatto e dagli esiti purtroppo gravissimi dello scontro.

Inoltre, considerato che l’urto avveniva tra la parte anteriore sinistra dell’autoveicolo e la parte posteriore sinistra del velocipede (ben visibili le tracce dell’impatto sul montante sinistro del parabrezza dalla documentazione fotografica allegata al verbale della Po.) e che la bicicletta ed il sig. Bi. finivano nella corsia di marcia opposta, è lecito arguire che l’auto urtava la bici nella fase conclusiva della manovra di svolta/inversione.

Va altresì considerato che il testimone Sp. ha riferito di non aver ravvisato alcuna manovra brusca o imprevedibile ad opera del conducente del velocipede.

Di conseguenza, si ritiene non attendibile la versione dei fatti fornita dal Ma. agli operanti della Polizia di Stato, quantomeno nella parte in cui riferiva che il Bi. aveva tagliato la strada in modo repentino, effettuando un’improvvisa ed imprevedibile svolta a sinistra.

Al fine di meglio delineare l’entità della responsabilità del Ma., assume fondamentale importanza il fatto che il velocipede al momento dell’urto aveva già abbondantemente impegnato il tratto di strada in cui stava sopraggiungendo l’automobile del convenuto, si trovava in prossimità della parte mediana della strada e, dunque, aveva ormai quasi terminato la propria manovra di svolta.

Pertanto, anche in considerazione del fatto che nessuno dei testimoni ha riferito di una frenata del Ma. prima dell’impatto, appare evidente che quest’ultimo o fosse tanto distratto da non avvedersi di un velocipede in fase di svolta ormai avanzata oppure viaggiasse ad una velocità tanto sostenuta da non riuscire nemmeno ad accennare una manovra di emergenza; la sicura negligenza dell’automobilista è confermata dal fatto che la carreggiata è in quel punto assolutamente rettilinea, come si evince anche dalla eloquente documentazione

fotografica allegata al verbale della Po. e consentiva una piena visibilità a lunga distanza del piano stradale, sicché una condotta di guida più accorta avrebbe di certo consentito un più tempestivo avvistamento del ciclista.

Allo stesso tempo, questo Giudice ritiene che anche la condotta di guida del sig. Bi. abbia avuto una rilevante incidenza causale nella determinazione dell’evento dannoso: è dato inferire dai descritti rilievi effettuati dagli agenti intervenuti, infatti, che questi, alla guida della propria bicicletta, stava effettuando una manovra che, data l’assenza di intersezioni sul lato sinistro della strada, con tutta probabilità consisteva in una “inversione ad U”.

Orbene, benché tale manovra fosse in quel caso astrattamente consentita dal Codice della Strada, per via dell’assenza di una linea di mezzeria continua, questa doveva in ogni caso essere effettuata rispettando il dettato dell’art. 154 c.d.s., che impone al conducente di “a) assicurarsi di poter effettuare la manovra senza creare pericolo o intralcio agli altri utenti della strada, tenendo conto della posizione, distanza, direzione di essi; b) segnalare con sufficiente anticipo la loro intenzione”.

Ciò posto, il teste Sp., nel ricostruire la dinamica dell’incidente ha riferito in sede di testimonianza quanto segue: “Preciso che non vidi fare alcuna manovra al ciclista, così come all’automobilista prima dell’impatto”.

Può quindi ragionevolmente desumersi che il ciclista non avesse opportunamente segnalato, in modo tempestivo ed evidente, la propria intenzione di svoltare a sinistra.

D’altronde, il fatto che in quel tratto di strada non fossero presenti traverse sul lato sinistro della carreggiata rendeva ancor più imprevedibile la scelta del ciclista di svoltare in quella direzione e, conseguentemente, ancor più stringente l’obbligo di quest’ultimo di prestare maggiore attenzione ai veicoli che sopraggiungevano e di segnalare in modo particolarmente evidente e con maggiore anticipo e cautela la propria manovra.

Quanto alla presenza di auricolari o cuffiette indosso al ciclista, riferita dal Ma. agli operanti accorsi sul posto, non si ravvisa alcun riscontro, né nel suddetto verbale, né nelle dichiarazioni dei testimoni chiamati a deporre.

Per quanto sin qui detto il Tribunale ritiene di determinare nella misura, rispettivamente, del 60% e del 40% l’incidenza causale delle condotte di guida del Ma. e del Bi. nella determinazione dell’evento.

Risulta, infine, comprovata dalla documentazione medica in atti, e la circostanza non è peraltro seriamente contestata, la sussistenza del nesso di causalità tra il descritto evento dannoso e la morte del Bi., che riportava gravissime lesioni (cfr. ammissione al pronto soccorso) cui seguiva il decesso a distanza di circa venti giorni.

Da tutto quanto sopra, discende che gli odierni convenuti devono pertanto essere condannati in solido, in misura proporzionale alla percentuale di colpa addebitabile al Ma., al risarcimento sia del danno iure proprio, subito dagli attori a causa della perdita di un prossimo congiunto, sia del danno subito dal loro congiunto e dagli stessi acquisito iure haereditatis.

In via preliminare occorre rigettare l’eccezione di “difetto di legittimazione attiva” sollevata dalla convenuta In. S.p.A. in sede di udienza di precisazione delle conclusioni, in quanto la qualità di eredi degli odierni attori non è stata tempestivamente contestata con l’atto di costituzione e risposta (prima difesa utile a tal fine) e, quindi, va in questa sede considerata per pacificamente riconosciuta dalla compagnia assicuratrice.

Peraltro, gli stessi attori, hanno fornito prove documentali della titolarità dello status di eredi del de cuius, allegando all’atto di citazione gli atti relativi al processo penale cui gli stessi hanno partecipato nella fase delle indagini preliminari (accertamenti tecnici non ripetibili e partecipazione alla consulenza tecnica disposta dal PM, cfr. doc. nn. 8, 10 e 12 in atti) e la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà (doc. n. 11 in atti).

Della risarcibilità del danno non patrimoniale.

Ciò posto, con riferimento al danno da perdita di un prossimo congiunto, pare opportuno rammentare l’ormai consolidata giurisprudenza, secondo cui il danno risarcibile deve essere valutato alla luce della nota statuizione della Corte di legittimità (Cass. Sezioni Unite 11.11.2008 n. 26972), che ha definito in particolare i limiti e le condizioni per il risarcimento del danno non patrimoniale.

Occorre premettere che, trattandosi nel caso di specie di danno da fatto illecito costituente (anche solo astrattamente: Cass. S.U. 6651/1982) reato, il danno morale iure proprio è dovuto in base al disposto degli artt. 2059 c.c. e 185 c.p., quale “danno non patrimoniale”.

Nel caso in esame, peraltro, anche a prescindere dalla esistenza di un reato, il danno non patrimoniale sarebbe comunque dovuto in quanto la condotta illecita ha leso diritti della persona costituzionalmente qualificati, che nella specie sono i diritti della famiglia, fondati sugli artt. 2, 29, 30 Cost., in relazione ai quali è stato tradizionalmente configurato il danno da lesione del rapporto parentale.

Nell’ipotesi di cui trattasi, quindi, deve essere risarcito il danno non patrimoniale subito dagli attori per la perdita del loro congiunto, ricorrendo entrambi i presupposti previsti dalla legge per la liquidazione dello stesso, in quanto il fatto illecito costituisce reato e, comunque, ha leso interessi costituzionalmente rilevanti.

Per la concreta liquidazione del danno non patrimoniale sofferto per la perdita di un congiunto, si terrà conto di quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza in ordine alla liquidazione del danno morale derivante da fatto illecito del terzo, che, per sua natura, sfugge ad una valutazione economica vera e propria e può compiersi solo con il ricorso all’equità, tenendo conto di tutte le specificità del caso concreto al fine di adeguare l’equivalente pecuniario all’oggettiva entità del danno. Già da tempo la Suprema Corte ha affermato che occorre tenere conto nella liquidazione del danno non patrimoniale dei diversi profili, precisando tuttavia che è onere della parte che richiede il risarcimento fornire tutti gli elementi per rendere il risarcimento più aderente al caso concreto (Cass. n. 8827/2003).

Tanto premesso, si reputa di poter applicare i criteri in uso presso questo Tribunale, che fanno riferimento ad un sistema “a punti” che tiene conto dei seguenti fattori:

1)rapporto di parentela o di coniugio tra vittima e superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più stretto è tale rapporto;

2)età della vittima ed età del superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto minore è tale età, in quanto destinato a protrarsi per un tempo maggiore;

3)la convivenza tra la vittima ed il superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più stretta era la frequentazione tra vittima e superstite.

Nel caso in esame il danno è lamentato dalla moglie e dai due figli della vittima del sinistro, all’epoca settantacinquenne; al momento dell’incidente la signora Ba. aveva 74 anni, mentre i due figli Ar. e Pa. avevano, rispettivamente, 44 e 40 anni.

L’esistenza del danno subito dagli attori Bi.Ba., Ar.Bi. e Pa.Bi., rispettivamente moglie e figli del de cuius, deve ritenersi, nel caso di specie, provata in base alla natura del vincolo familiare degli istanti ricorrenti con la vittima, che giustifica la, presunzione della sussistenza del danno in oggetto ex art. 2727 c.c.

Un ulteriore dato particolarmente significativo è costituito dal fatto che, all’epoca del sinistro, soltanto la moglie e la figlia Ar. convivevano col de cuius; si terrà pertanto conto, ai fini della liquidazione, del fatto che il sig. Pa.Bi., a differenza della altre due attrici, non risultava più convivente.

Alla luce delle considerazioni sopra svolte ed in applicazione dei criteri descritti, applicando il valore – punto aggiornato al 2016 pari ad Euro 9.434, tenuto adeguatamente conto della specifica incidenza dell’evento luttuoso nel complesso della esistenzialità delle persone coinvolte, si stima equo liquidare i seguenti importi a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale iure proprio:

-Euro 264.152 in favore della sig.ra Bi.Ba.; – Euro 254.718 in favore della sig.ra Ar.Bi.; – Euro 226.416 in favore del sig. Pa.Bi.

Del danno iure haereditatis

Peraltro, gli odierni ricorrenti hanno agito, oltre che per il risarcimento del danno iure proprio, dovuto alla perdita del proprio padre e marito, anche per il risarcimento del danno subito dal loro congiunto e dagli stessi acquisito iure haereditatis.

In relazione a quest’ultimo tipo di danno si osserva che, in conformità ai principi affermati dalla Suprema Corte, il danno non patrimoniale sussiste ed è trasmissibile agli eredi solo quando tra le lesioni e la morte sia intercorso un apprezzabile periodo di tempo, circostanza che consente di ritenere acquisito il diritto in capo al de cuius e trasmissibile agli eredi; tale danno è liquidabile con riferimento alla effettiva durata della vita, al periodo di invalidità sofferto, alle sofferenze patite in vita dal defunto (cfr., tra le altre, Cass. n. 11169/94; Cass. n. 1704/97; Cass. n. 517/06). Tale principio è stato ribadito anche dalle Sezioni Unite, con la precisazione che il risarcimento deve essere commisurato alle sofferenze patite anche quando la morte è sopraggiunta dopo pochi giorni dal sinistro, purché vi sia stata da parte del danneggiato coscienza del proprio stato.

Nel caso di specie, risulta dalla documentazione medica prodotta dagli attori che il sig. Bi. venne ricoverato in ospedale subito dopo il sinistro e la degenza durò ininterrotta sino al decesso, avvenuto a circa due settimane di distanza dalla data dell’incidente. Durante tale periodo il danneggiato ebbe di certo a patire sofferenze sia fisiche – correlate alle numerose lesioni conseguenti al sinistro – sia morali e psicologiche conseguenti peraltro anche allo stato depressivo correlato al progressivo peggioramento delle condizioni generali di salute, a fronte di una condizione di sostanziale buona salute goduta prima del sinistro.

In favore di tutti gli attori va pertanto riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale sofferto dalla vittima e da essi acquisito, che si ritiene di liquidare in via meramente equitativa con la somma di Euro 5.000,00 ai valori attuali, tenuto conto del tempo intercorso, della natura delle lesioni e delle patologie conseguenti, della ininterrotta ospedalizzazione del danneggiato dall’evento dannoso al decesso.

Tale somma, in ossequio a quanto stabilito dagli artt. 566 e 581 c.c., dovrà essere ripartita tra gli attori nella misura di 1/3 ciascuno.

Sulle somme complessive riconosciute agli aventi diritto, va operata una decurtazione pari al 40%, considerato l’accertato concorso di colpa della vittima.

Competono pertanto i seguenti importi, determinati in proporzione alla quota di responsabilità attribuita all’odierno convenuto:

-Euro 158.491,00 in favore della sig.ra Bi.Ba.;

-Euro 152.830 in favore della sig.ra Ar.Bi.;

-Euro 135.849,00 in favore del sig. Pa.Bi.

Compete inoltre agli attori l’ulteriore importo di Euro 1.000,00 ciascuno a titolo di danno “iure haereditario” (60% di Euro 5.000,00 pari ad Euro 3.000,00, diviso per i tre eredi).

Del danno patrimoniale subito da Bi.Pa.

Infine deve riconoscersi, al solo sig. Bi.Pa., il diritto al risarcimento del danno patrimoniale pari ad Euro 2.500,00 per spese funerarie, così come documentato dalla fattura a lui intestata ed allegata all’atto di citazione (cfr. doc. 15).

Per i motivi sopra esposti, anche questo importo dovrà essere ridotto nella misura del 40%, in considerazione del concorso di colpa della vittima, per residui Euro 1.500,00.

Somme corrisposte a titolo di acconto.

Dagli importi complessivamente dovuti e sopra indicati devono essere detratte le somme corrisposte dalla compagnia assicuratrice In. agli attori in data 22 novembre 2012 ed accettate a titolo di acconto sul maggior dovuto, pari ad Euro 75.000,00 in favore di Ba.Bi., Euro 73.000,00 in favore di Bi.Ar. ed Euro 45.000,00 in favore di Bi.Pa.

Ne consegue che le somme attualmente dovute ammontano ai seguenti importi, ottenuti detraendo dalla somma capitale complessivamente dovuta ai valori attuali, gli acconti sopra indicati, attualizzati con riferimento al coefficiente ISTAT relativo al novembre 2012:

– Euro 83.891,00 in favore della sig.ra Bi.Ba.; – Euro 80.246,00 in favore della sig.ra Ar.Bi.; – Euro 94.989,00 in favore del sig. Paolo Bi..

Oltre alla rivalutazione del credito, già determinato nel suo complessivo ammontare ai valori attuali, vanno riconosciuti agli attori gli interessi per ritardato pagamento, liquidati in conformità al consolidato orientamento assunto sul punto sulla scorta della nota pronuncia della Corte di Cassazione S.U. con la sentenza n. 1712/95. Tale sentenza da un lato ha riconosciuto la risarcibilità del lucro cessante derivato al danneggiato per la perdita dei frutti che avrebbe potuto trarre dalla somma dovuta se questa fosse stata tempestivamente corrisposta, danno liquidabile anche con l’attribuzione di interessi la cui misura va tuttavia determinata secondo le circostanze obiettive e soggettive relative al danno nel caso di specie, ad un tasso non necessariamente coincidente con quello legale; dall’altro, ha escluso che si possa assumere a base del calcolo di tale danno la somma liquidata come capitale nella misura rivalutata definitivamente al momento della pronuncia.

In applicazione di tali criteri, ed in via necessariamente equitativa ex art. 2056, co. 2 c.c., si ritiene di determinare l’ulteriore somma dovuta a titolo di lucro cessante facendo riferimento – in assenza di elementi che consentano di ritenere nel caso di specie un investimento maggiormente remunerativo della somma – al tasso medio di redditività degli investimenti mobiliari a basso rischio (titoli di Stato, BOT, CCT ecc.) nel periodo in questione, ed applicando così un ulteriore 3% annuo, calcolato dalla data dell’evento dannoso

(settembre 2010) e sino alla data della presente sentenza (cfr. Cass. S.U. 16/7/2008 n. 19499).

In applicazione dei criteri sopra indicati tale tasso deve essere calcolato non sulla somma capitale ai valori attuali bensì con riferimento alla valore medio tra il capitale al valore attuale e la somma dovuta alla data dell’illecito (settembre 2010), provvedendo ad adeguare il valore del capitale utilizzando il coefficiente ISTAT relativo al periodo in questione.

Il medesimo calcolo viene effettuato sulle somme complessivamente dovute dall’epoca dell’evento dannoso al momento della corresponsione degli anticipi (novembre 2012) e sulle somme residue dal momento della corresponsione degli anticipi ad oggi.

Null’altro compete agli attori e non si ritiene sussistano lacune residue di tutela per pregiudizi diversi da quelli riconosciuti essendosi tenuto conto in sede di liquidazione del danno non patrimoniale di tutte le componenti del danno da perdita del rapporto parentale.

Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo in conformità ai criteri di cui al D.M. n. 55/2014.

P.Q.M.

Il Tribunale Civile di Roma, definitivamente pronunciando sulla domanda in epigrafe, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa, così decide:

-dichiara tenuti e condanna Ma.Em. e In. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, in solido, al pagamento in favore degli istanti dei seguenti importi:

-Euro 83.891,00 in favore della sig.ra Bi.Ba. e per essa degli eredi Bi.Ar. e Bi.Pa.;

-Euro 80.246,00 in favore della sig.ra Ar.Bi.;

-Euro 94.989,00 in favore del sig. Pa.Bi., oltre agli interessi per ritardato pagamento su ciascun importo determinati come indicato in parte motiva ed oltre agli interessi legali sulle somme complessivamente dovute dalla data della presente sentenza al saldo;

-dichiara tenuti e condanna Ma.Em. e In. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, in solido, al pagamento in favore degli attori delle spese di lite, liquidate in Euro 1.466,00 di spese ed Euro 21.387,00 per compensi, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma il 9 dicembre 2016. Depositata in Cancelleria il 18 gennaio 2017.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI