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Quando denunciare il datore di lavoro

19 luglio 2018


Quando denunciare il datore di lavoro

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 luglio 2018



È possibile sporgere denuncia nei confronti dell’azienda che paga lo stipendio in misura diversa da quanto risulta sulla busta paga? Le due ipotesi: stipendio gonfiato e stipendio fuori busta.

Il tuo datore di lavoro ha commesso diverse irregolarità. Non solo non ti ha pagato lo stipendio e non ha versato i contributi, ma si è anche approfittato di te, ti ha fatto fare degli straordinari e, in più, ha cercato di farti dimettere umiliandoti e mortificandoti. Insomma sei stato anche tu vittima di mobbing e di vessazioni di ogni tipo. È arrivato il momento di fargliela pagare. Così ti chiedi come e quando denunciare il datore di lavoro? C’è da dire una cosa: il termine “denunciare” viene spesso usato impropriamente. Il verbo si riferisce solo ai reati procedibili d’ufficio, quelli cioè più gravi. Invece, in ambienti lavorativi, gran parte degli illeciti sono di natura civile o amministrativa. Per cui si tratterebbe, a tutto voler concedere di una segnalazione alle autorità ispettive (ad esempio il mancato versamento dei contributi) o una citazione in tribunale (ad esempio l’omesso versamento degli stipendi).

In questo articolo cercheremo di fare il punto su quelli che sono gli illeciti più di frequente commessi in ambito lavorativo. Ti spiegheremo quindi quando è possibile denunciare il datore di lavoro e per quali tipi di illeciti, evitandoti così la brutta figura di andare dai carabinieri per censurare un comportamento che invece è oggetto di valutazione del tribunale ordinario (e non della procura della repubblica).

Ma prima una premessa su una pratica purtroppo comune a molte realtà. Spesso il datore di lavoro che vuol risparmiare su tasse, contributi e costi aziendali tende a farlo – illegalmente – a discapito dei dipendenti. Il fenomeno però del “lavoratore in nero” non si esaurisce nella consueta forma del dipendente assunto ma non denunciato e regolarizzato all’ufficio dell’impiego. Esistono altri due metodi, spesso utilizzati dalle aziende in modo fraudolento, per realizzare un illegittimo risparmio di spesa: certificando il versamento di somme inferiori rispetto a quelle materialmente pagate ai lavoratori (somme che, pertanto, costituiscono degli extra-busta su cui non vengono versati i contributi), oppure certificando il versamento di somme superiori rispetto a quelle corrisposte (in tal modo, il dipendente viene costretto ad accettare uno stipendio inferiore rispetto a quanto indicato in busta paga). In entrambi i casi, però, non sempre il datore di lavoro commette reato; l’orientamento più recentemente sposato dalla Cassazione è, infatti, particolarmente restrittivo. Con la conseguenza che il lavoratore non può ricorrere all’arma del processo penale come strumento per ottenere quanto gli spetta. Ma procediamo con ordine e vediamo quando denunciare il datore di lavoro per lavoro in nero o per mancato pagamento dello stipendio.

Come denunciare il datore in caso di mancato versamento dello stipendio

Prima però di capire se e quando l’omesso versamento dello stipendio costituisce reato, cerchiamo di capire cosa può fare il dipendente per tutelarsi, al di là della denuncia (aspetto, quest’ultimo, che vedremo a breve).

Se l’azienda non paga gli stipendi o li paga in misura inferiore rispetto a quanto dovuto per legge o per contratto collettivo nazionale è possibile ricorrere a diversi strumenti.

Tentativo di conciliazione

Il primo modo di difendersi dal mancato pagamento dello stipendio (o dal pagamento in misura ridotta) è presentarsi all’Ispettorato del Lavoro (presso la Direzione territoriale del lavoro ove è situata l’azienda o l’unità produttiva ove si è impiegati) e promuovere un tentativo di conciliazione. Il procedimento è gratuito, facoltativo e viene realizzato innanzi a una commissione costituita da un rappresentante dei lavoratori, uno dell’azienda e un presidente.

Un tempo questo strumento era indispensabile per poter procedere poi innanzi al giudice. Oggi questa condizione è stata eliminata e il dipendente potrebbe anche agire direttamente con il ricorso in tribunale.

Lo scopo è promuovere un incontro alla presenza delle parti per tentare un accordo. Il verbale con l’accordo diventa «titolo esecutivo», ossia vale come una sentenza; per cui, se il datore di lavoro non tiene fede agli impegni assunti in tale sede può essere oggetto di pignoramento.

La conciliazione monocratica

Il secondo metodo per difendersi dal mancato pagamento dello stipendio (o dal pagamento in misura ridotta) è di rivolgersi sempre all’Ispettorato del Lavoro (presso la Direzione territoriale del lavoro ove è situata l’azienda o l’unità produttiva ove si è impiegati) e chiedere un tentativo di conciliazione monocratica. Questa procedura è sicuramente più incisiva perché promuove l’attivazione di una verifica da parte degli Ispettori, con conseguente irrogazione di sanzioni particolarmente pesanti. L’ispettore prima convoca il datore di lavoro e cerca un accordo tra questi e il dipendente. Anche in questo caso, se l’accordo va a buon fine, il verbale è «titolo esecutivo» (vale cioè al pari di una sentenza definitiva). Se invece non si raggiunge l’intesa scattano i controlli sull’azienda.

La procedura è gratuita e può essere intrapresa dal dipendente senza bisogno di un avvocato.

La diffida dell’avvocato

In alternativa o in aggiunta ai due sistemi appena visti, il dipendente cui non sia stato pagato lo stipendio può rivolgersi a un avvocato che invii una diffida di pagamento all’azienda, dando a questa un termine massimo per il versamento del dovuto e con avvertimento che, in difetto, si passerà al ricorso in tribunale.

Il ricorso in tribunale

L’ultimo sistema di difesa per il mancato pagamento dello stipendio (o per il pagamento in misura ridotta) è di presentare ricorso in tribunale, sempre a mezzo di un avvocato. Se il dipendente ha una prova scritta del proprio credito può chiedere un decreto ingiuntivo, che è una procedura molto più veloce ed economica della causa ordinaria. Proprio perché viene richiesta una prova scritta, tale soluzione è possibile solo nel caso in cui l’azienda non abbia versato lo stipendio a fronte di un contratto di lavoro regolarmente siglato oppure, nonostante abbia emesso le buste paga, queste non siano state versate o versate in misura inferiore. L’azienda potrà fare opposizione al decreto ingiuntivo entro 40 giorni dalla sua notifica e, in tal caso, inizia una causa vera e propria.

Se il dipendente non ha la prova scritta del proprio credito (si pensi al caso in cui vengano richiesti degli straordinari o il risarcimento per un licenziamento illegittimo) è necessaria la causa tradizionale.

Quando il datore di lavoro commette illecito

Come abbiamo anticipato in apertura, oltre al caso del dipendente non regolarizzato e, quindi, «assunto in nero», due sono le forme con cui l’azienda tenta di risparmiare sul personale a danno dei dipendenti:

  • certificazione in eccesso o «parziale omissione del pagamento dello stipendio»: in questo caso l’azienda paga al dipendente una somma inferiore rispetto a quella indicata in busta paga. In altre parole, la busta paga certifica la corresponsione di importi superiori rispetto a quelli effettivamente versati. Ciò consente al datore di risparmiare sui costi della mano d’opera: oltre, infatti, a trattenere per sé una parte dello stipendio, ottiene sgravi e altre agevolazioni in misura maggiore di quella spettante;
  • certificazione in difetto o «pagamento di una retribuzione superiore rispetto a quella indicata in busta paga»: in questo secondo modo, il datore eroga somme “fuori busta paga” che gli consentono di risparmiare imposte e contributi sull’importo non certificato (tali somme, infatti, in quanto non dichiarate, non sono soggette ai contributi e a tutte le altre imposte).

In entrambi i casi, il datore di lavoro commette due tipi di illecito:

  • tributario: in quanto evade le tasse oppure ottiene sgravi e contributi che altrimenti non gli spetterebbero;
  • civile: in quanto non corrisponde al dipendente il dovuto in termini di stipendio o di contributi.

Proprio per ciò è possibile attivare tutte le forme di tutela di cui abbiamo parlato sopra. Ma quando si può denunciare il datore di lavoro? In quali dei predetti casi commette reato?

Quando il datore di lavoro commette reato per l’omesso versamento dello stipendio

Certo, se alle tutele appena elencate, si potesse anche sommare una «denuncia», il dipendente avrebbe più margini di manovra per ottenere il rispetto dei propri diritti. Invece la giurisprudenza della Cassazione, sul punto, si è dimostrata particolarmente restrittiva. Con una sentenza del 2013 [1], infatti, la Corte ha ritenuto che, nel caso di buste paga “gonfiate” (ossia quando l’azienda versa al dipendente una somma inferiore rispetto a quella certificata) il reato configurabile è solo quello di dichiarazione fraudolenta (con altri artifici), per la cui punizione però, dal 2015 [2], è necessario il superamento di due soglie:

  • 30mila euro di imposta evasa;
  • 5% degli elementi attivi dichiarati.

Se tali limiti non vengono superati, il datore di lavoro che certifica una busta paga superiore a quella materialmente versata non commette reato.

La differente testi, sostenuta in passato dalla Cassazione, secondo cui il reato di specie sarebbe invece quello di «dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di falsi documenti» – per la cui punizione, a differenza del precedente, non sono richieste delle soglie minime di evasione – è stata oramai superata.

Dunque, per rispondere alla domanda quando si può denunciare il datore di lavoro, in caso di stipendio inferiore rispetto alla busta paga, la risposta è solo se vengono superate le predette soglie.

Nel caso invece di certificazione in eccesso, ossia quando l’azienda versa un “fuori busta” non certificato nella busta paga, la giurisprudenza ritiene che non sussista alcun reato tributario. Il reato di omesso versamento delle ritenute di acconto prevede infatti, che esse siano state effettuate e certificate mentre, nella specie, non sono state proprio operate trattandosi di somme non indicate nelle certificazioni né in dichiarazione. Quindi, nel caso di specie non si può denunciare il datore di lavoro alla procura della repubblica o ai carabinieri. Resta la possibilità di denunciare l’illecito contributivo all’Ispettorato del lavoro, per come abbiamo visto sopra.

Resta anche ferma la possibilità di applicare le norme antiriciclaggio sui limiti all’uso del contante se l’extra busta è superiore a 3mila euro.

Resta infine da analizzare l’ultimo caso: quando cioè il pagamento dello stipendio avviene interamente in nero, ossia senza alcuna certificazione. In tal caso il reato di omesso versamento delle ritenute contributive scatta solo se l’evasione supera 50mila euro. Pertanto, sotto tale soglia non si può denunciare il datore di lavoro.

Minaccia del datore di lavoro

Resta un’ultima possibilità per denunciare il datore di lavoro. Nel caso in cui questi ricatti i dipendenti con l’alternativa del licenziamento per costringerli ad accettare una busta paga inferiore rispetto a quella maturata scatta il delitto di estorsione. Sul punto si è unanimemente espressa la giurisprudenza anche della Cassazione (leggi: È estorsione ricattare i dipendenti con il licenziamento). La condotta tipica è quindi quella del datore che paghi stipendi inferiori rispetto al dovuto o rispetto a quanto certificato e, dinanzi alle contestazioni del lavoratore, lo metta innanzi all’alternativa del «prendere o lasciare» ossia «accettare o essere licenziati».

Altri comportamenti che consentono di denunciare il datore di lavoro

Anche se ha il potere gerarchico, il datore di lavoro non può commettere reati nell’ambito de suo potere direttivo. Questo significa che può essere denunciato nel caso in cui commetta vessazioni, abusi, violenze e mobbing.

Non dimentichiamo che i maltrattamenti sul posto di lavoro sono equiparati ai maltrattamenti in famiglia quando il contesto lavorativo è molto simile ad una comunità familiare: tale similitudine si ha in ambienti limitati ad un numero esiguo di persone, nei quali i rapporti interpersonali sono piuttosto informali, l’attività è caratterizzata da un’ampia discrezionalità, e tra lavoratori e superiori è presente un rapporto di affidamento.

Quando denunciare il datore di lavoro: in sintesi

Ribadiamo quindi tutti i casi in cui è possibile denunciare il datore di lavoro:

  • l’azienda versa uno stipendio inferiore rispetto a quello riportato nella busta paga: non si può denunciare il datore di lavoro se l’importo non supera 30mila euro di imposta evasa e il 5% degli elementi attivi dichiarati. Se invece tali soglie vengono superate, il datore può essere denunciato;
  • l’azienda versa in nero solo una minima parte dello stipendio: non c’è reato fiscale per omessa effettuazione delle ritenute di acconto;
  • l’azienda versa tutto lo stipendio in nero: si può denunciare il datore di lavoro se l’omissione contributiva supera 50mila euro;
  • l’azienda versa uno stipendio inferiore rispetto a quello certificato ma minaccia di licenziamento il dipendente che pretende il residuo: il datore di lavoro commette estorsione e può essere denunciato.

note

[1] Cass. sent. n. 36900/2013.

[2] Dlgs 158/2015 entrato in vigore il 22 ottobre 2015.

Autore immagine:123rf com


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5 Commenti

  1. Il datore di lavoro mi ha convocato per un colloquio, mi ha proposto un contratto per un mese, per poi ho iniziato a lavorare, non ho visto nessun contatto, non ho firmato niente e doppo una settimana mi ha licenziato.
    Non mi ha pagato nulla.

  2. salve. sono un ragioniere e sono stato assunto a maggio 2017 con contratto a tempo indeterminato. il datore di lavoro ha stabilito che da dicembre e fino a marzo, sara’ decurtato il 20% dello stipendio per tutti. cosa che abbiamo saputo adesso e non a dicembre. cmq, la maggior parte ha accettato firmando questa proposta. io e pochi altri no. a tutt’ora non mi e’ stato pagato la mensilita’ di dicembre, che normalmente avveniva il 15 gennaio. ho chiesto al datore di lavoro di avere la mia regolare busta paga, consapevole che rischio anche il licenziamento. tanto che ho detto…mi paghi, e poi mi licenzi pure. no, lui aspetta che mi licenzi io. come devo comportarmi? vi sarei molto grato in una vs celere risposta. grazie mille.

  3. sono un cameriere, sono stato pagato a nero eravamo in 20 perche nessuno denuncia? datemi una risposta voi

  4. salve lavoro per una srls che si occupa di impianti elettrici nei cantieri dati come subapalto ,su 8,9 dipendenti io sono l’unico con esperienza nel settore e in possesso corso di sicurezza sul lavoro aqcuisito nella precedenza azienda; la domanda : se il datore di lavoro fa scena muta quando dico che la sicurezza sul lavoro e bassisima esempio:indumenti non forniti atrezzature non utilizzabili da chi non ha il patentino o corso,colleghi in stato precario di lucidita ecc- e non per ultimo stipendi arretrati o nel migiore dei casi dati a rate .in tutto cio gli ho chiesto di non rinnovarmi il contratto trimestrale (ok) ma rinnovano in mia insaputa poiche io ero in naspi loro prendono incentivi conveniente anche all’imps che gli frega ben poco se questa ditta paga o non paga e chi ci rimette l’operaio con .famiglia a carico

  5. Ciao. Lavoro in una azienda con contratto part-time da 7 anni. Il mio orario di lavoro sul contratto e’ dalle ore 9 alle ore 13 dal luned’ al venerdì; pero’ mi fanno fare dalle ore 8 alle ore 18-18,30 e in tutto mi pagano 930 euro al mese.
    Qualche tempo fa ho fatto presente al consulente del lavoro di alcune irregolarità sulle buste paga e lui mi ha risposto: <>
    Ecco. Quel <> è la risposta agli abusi a cui siamo soggetti noi lavoratori.

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