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Lo sai che? Divorziare dal marito che sta a casa con i figli e guadagna di più

Lo sai che? Pubblicato il 17 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 giugno 2017

I passi da compiere per ottenere il divorzio. E se ci sono figli minori come può decidere il giudice su mantenimento, affidamento e casa coniugale?

Sono sposata e ho un figlio di 4 anni. Mio marito tiene molto al bambino ma mi maltratta e perciò vorrei il divorzio (che nel mio Paese si può avere senza la separazione). Lui guadagna molto più di me ma ha un lavoro che può fare da casa e stare col bambino. Cosa succederebbe se volessi divorziare? E’ vero che, come dice lui, dovrei andare via da casa sua senza il bambino? E sul piano economico cosa mi devo aspettare?

Per dare risposta ai quesiti posti della lettrice è necessario innanzitutto capire in che modo è possibile ottenere il divorzio nel nostro Paese. Di seguito sarà possibile esaminare i possibili risvolti pratici di tale decisione.

Come fare per divorziare in Italia

In Italia (a differenza di molti altri paesi), non è possibile ottenere il divorzio immediato (salvo alcuni casi limitati): occorre infatti prima passare dalla separazione che non scioglie totalmente il legame esistente tra i coniugi (ad esempio restano fermi gli obblighi di assistenza materiale e i diritti ereditari), anche se poi, di fatto, le due procedure (di separazione e divorzio) sono molto simili tra loro.

Inoltre, anche una volta ottenuta la separazione, non è possibile chiedere subito il divorzio, ma occorre attendere non meno di sei mesi se la separazione è stata consensuale e un anno se la separazione è stata giudiziale (cioè i coniugi si sono fatti causa).

Vediamo, perciò, cosa ciò può comportare nella pratica.

Prima del divorzio occorre la separazione: come fare? 

La separazione se c’è accordo tra i coniugi 

Ottenere una separazione consensuale, in particolare, significa essere riusciti a raggiungere un accordo con il coniuge riguardo ad ogni aspetto riguardante la fine del loro rapporto (la divisione dei beni, l’eventuale assegno di mantenimento per coniuge e/o i figli, la frequentazione della prole, la sorte della casa coniugale). Tale accordo, ove ci siano figli minori o maggiorenni non autosufficienti, può essere:

– o depositato, tramite ricorso in tribunale (redatto con l’assistenza di uno o più avvocati) e, dopo alcuni mesi, sarà solo “omologato” (in pratica approvato) dal giudice che, quindi, pronuncerà la separazione alle condizioni personali ed economiche volute dalle parti. Tutto avviene in un’udienza (fissata dopo alcuni mesi dal deposito del ricorso) davanti al Presidente del tribunale che, dopo aver tentato (seppur formalmente) di riconciliare la coppia, conferma l’accordo. In tal caso, oltre al contributo unificato, le parti devono pagare l’onorario dell’avvocato (o degli avvocati), salvo che i coniugi non possano beneficiare del gratuito patrocinio (o meglio, del patrocinio a spese dello Stato);

– oppure, riportato in una convenzione di negoziazione assistita da avvocati; atto che, dopo un brevissimo passaggio dal pubblico ministero (che deve autorizzarlo) verrà trasmesso dagli avvocati (entro massimo 10 giorni) presso il Comune di competenza per la annotazione della separazione nei registri degli uffici di Stato civile. Tale procedura di negoziazione è sicuramente più veloce rispetto a quella del ricorso congiunto in tribunale.

In tutti questi casi, come accennato, la coppia può chiedere il divorzio dopo solo 6 mesi dalla separazione.

La separazione se manca l’accordo dei coniugi

Più complessa e costosa è la procedura per la separazione giudiziale, che è probabilmente quella che la lettrice dovrà attivare se non riuscirà a trovare un accordo col marito; questa rappresenta, infatti, l’unica strada percorribile se i coniugi non raggiungono un punto di incontro sui vari aspetti (personali e patrimoniali) della loro separazione.

In questa ipotesi, quindi, la coppia può seguire la sola strada del ricorso in Tribunale (mentre è preclusa quella più veloce della negoziazione assistita) e dovrà intraprendere (ciascuna con il proprio avvocato) una causa vera e propria che potrà durare anche diversi anni.

Ottenuta la separazione giudiziale, il divorzio (che recide ogni legame tra marito e moglie) potrà essere chiesto solo dopo un anno dalla prima udienza di separazione davanti al Presidente del tribunale; udienza nella quale vengono prese le decisioni provvisorie (ad esempio a chi assegnare la casa, quale sarà l’assegno di mantenimento), destinate spesso a durare fino al termine della causa di separazione, ma che potrebbero essere ribaltate in corso di causa o all’esito della stessa.

Per ottenere il divorzio la procedura è molto simile a quella prevista per la separazione.

Il divorzio, infatti, potrà essere chiesto sia con procedura consensuale (ricorso al giudice o negoziazione assistita) che giudiziale. Non è detto infatti che se la separazione è stata giudiziale debba esserlo anche il divorzio. Può darsi ad esempio che i coniugi, stanchi di anni di causa di separazione, decidano di trovare (seppur faticosamente) un accordo di divorzio.

Come vengono decise nella separazione e nel divorzio le questioni economiche se non c’è accordo dei coniugi?

La legge prevede che, al momento della separazione e del divorzio, il giudice possa disporre a carico del coniuge l’obbligo di versare un assegno di mantenimento all’altro. Non esistono criteri matematici per determinare la misura di tale somma, ma si tiene conto di alcuni elementi quali:

  • il reddito effettivo di ciascun coniuge che dovrà essere documentato in corso di causa;
  • la necessità di garantire (nel periodo di separazione) al beneficiario un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio; tale criterio del tenore di vita, invece, può non aver rilievo (in base alla più recente giurisprudenza) con il divorzio, sicché detto assegno (c.d. “divorzile”) non spetterà a quel coniuge che (come la lettrice) svolge un’attività lavorativa adeguata a mantenere uno stile di vita dignitoso e nessun peso potrà avere, col divorzio, la posizione sociale del marito e il fatto che questo guadagni molto più di lei;
  • la durata del matrimonio.

Naturalmente i coniugi possono accordarsi sulla misura dell’assegno o per l’esclusione dello stesso, se si separano o divorziano consensualmente. Diversamente il mantenimento verrà determinato dal giudice.

Come si regola il giudice della separazione in presenza di figli?

A prescindere dal fatto che il giudice abbia riconosciuto o meno un assegno al coniuge più debole (quale certamente la lettrice è), resta fermo l’obbligo di ciascun coniuge di provvedere al mantenimento dei figli attraverso non solo la quotidiana assistenza ma anche (per chi non convive con la prole) un assegno mensile.  Obbligo questo destinato a durare fino all’indipendenza economica della prole, e quindi anche ben oltre il raggiungimento della maggiore età della stessa.

L’ assegno di mantenimento per i figli andrà corrisposto a quel genitore presso il quale il giudice deciderà di collocarli. Genitore che non dovrà essere necessariamente il proprietario della casa coniugale ma solo quello ritenuto più idoneo a questo compito.

Oltre a detto obbligo di contribuzione, i genitori dovranno dividere a metà il costo delle spese straordinarie, ossia tutte quelle spese attinenti ad eventi non prevedibili e non facenti parte dell’ordinario menàge di spese relative alla prole.

Il giudice nell’individuare il genitore col quale dovranno vivere i figli (c.d. genitore collocatario) non potrà dar peso ai contrasti e le incomprensioni tra i coniugi ma solo ed esclusivamente circostanze dalle quali emerga la maggiore idoneità di uno dei genitori a occuparsi della prole nella quotidianità. E certamente, nel caso di specie, non è possibile escludere che, il fatto che il marito della lettrice lavori in casa, mentre la moglie, a causa del suo lavoro, vi faccia rientro solo la sera, possa indurre il magistrato a ritenere il padre la figura più idonea (almeno in questo momento) a vivere con il bambino.

I genitori, in ogni caso, conservano, anche con la separazione e la collocazione dei figli presso uno di loro pari diritti e doveri sulla prole, dovendo assumere insieme le decisioni più importanti relative alla loro crescita, educazione e formazione (è questo il cosiddetto affidamento condiviso).

Solo, infatti, ove siano adeguatamente provate in giudizio circostanze di particolare gravità (ad esempio alcolismo, tossicodipendenza, violenze), il giudice può affidare i figli in via esclusiva ad un solo genitore.

In ogni caso il genitore non collocatario, come pure non affidatario, mantiene il pieno diritto di frequentare i figli e per tale frequentazione, il giudice stabilirà un calendario di incontri secondo una cornice minima.

Naturalmente, anche in questo caso, il giudice può prendere atto di eventuali (e auspicabili) accordi eventualmente raggiunti dai genitori e quindi non decidere lui sul mantenimento, l’affidamento e il diritto di visita dei figli, ma semplicemente riportare nel suo provvedimento la decisione da loro assunta.

A chi viene assegnata la casa coniugale con la separazione?

Anche la decisione sulla assegnazione della casa coniugale è fortemente condizionata dalla presenza di figli minori o non autosufficienti. La casa, infatti, viene assegnata (cioè ne viene attribuito il diritto al godimento) al genitore col quale convivono i figli, anche se non è di sua proprietà. Dunque, la casa non viene assegnata e resta nella proprietà e disponibilità del legittimo titolare se la coppia non ha figli.

Non è dunque perché uno dei coniugi non sta più bene con l’altro e vorrebbe la separazione a condizionare il giudice nella scelta sulla assegnazione della casa. La assegnazione, infatti, non è mai disposta come misura punitiva per il coniuge che vuole lasciare l’altro, né per favorire il coniuge economicamente più debole e che non dispone di una propria abitazione. Essa ha invece il solo scopo di non allontanare i figli dall’habitat domestico in cui sono vissuti fino al momento della separazione dei genitori.

E’ anche astrattamente possibile (se gli viene fatta richiesta in tal senso) che il giudice, al fine di favorire la condivisione della genitorialità e la conservazione del suddetto habitat in favore della prole, limiti l’assegnazione solo ad una parte della casa familiare (si pensi al caso dell’immobile con doppio ingresso o della villetta su due piani, ciascuno con autonomi servizi); l’assegnazione parziale della casa familiare, tuttavia, è possibile solo qualora questa sia di facile suddivisione e non vi sia tra i genitori un alto grado di conflittualità.

La violenza psicologica può incidere sulla domanda di separazione?

Partiamo dal presupposto che la separazione può essere chiesta per qualsiasi motivo, anche il semplice disamoramento verso il coniuge. Per cui chi intende chiederla non è tenuto a provare al giudice la circostanza della violenza, ma solo a motivare il venir meno della cosiddetta affectio coniugalis ossia del sentimento che lega (o dovrebbe legare) marito e moglie.

Ciò detto è chiaro che ove la lettrice intenda chiedere l’ addebito della separazione, ossia voglia che il giudice ritenga il marito responsabile della rottura del matrimonio, dovrà essere in grado di provare le violenze subite. E la prova di tali violenze non è certamente facile se ne manchino prove concrete (ad esempio dei certificati medici nel caso di violenze, fisiche o psicologiche).

Va comunque tenuto presente che ottenere l’addebito della separazione non porterebbe alla lettrice particolari vantaggi perché sarebbe il marito a perdere un eventuale diritto ad essere mantenuto da lei o ad eventuali diritti successori. Circostanze queste che non sembrano avere un peso nel caso di specie, vista la posizione economica più favorevole di lui.

Inoltre le violenze psicologiche, anche ove provate, non avrebbero un peso nelle decisioni relative al bambino, in quanto, come la stessa lettrice afferma, lui non è un buon marito ma è un buon padre e al figlio tiene molto.

In conclusione, ove la lettrice voglia ottenere il divorzio dal marito, dovrà prima intraprendere una procedura di separazione. Procedura che potrà essere veloce (massimo alcuni mesi) solo se riuscirà a raggiungere un accordo col coniuge (magari favorito da un percorso di mediazione familiare o di diritto collaborativo).

In caso contrario dovrà intraprendere una causa vera e propria che potrà durare alcuni anni e, all’esito della stessa, chiedere il divorzio (anch’esso instaurato con le stesse modalità giudiziali e quindi destinato a durare degli anni, salvo il raggiungimento di un accordo).

Quanto alla sua situazione patrimoniale, certamente potrà rilevare la disparità di reddito col marito, poiché, con la separazione, permane il parametro del tenore di vita avuto durante il matrimonio ai fini del riconoscimento del diritto ad un assegno e della sua quantificazione.

Più difficilmente, invece – stante la sua situazione di autonomia economica e comunque la giovane età e la piena capacità lavorativa – la donna potrà sperare di ottenere un assegno divorzile, nonostante che suo marito guadagni molto più di lei. Col divorzio, infatti, in base alle recenti pronunce, non va preso in considerazione, ai fini del riconoscimento di un assegno divorzile, il criterio del tenore di vita pregresso.

Quanto alla situazione relativa al bambino, poi, se solitamente i giudici sono propensi a collocare i minori presso la madre (specie quando sono in tenera età), assegnando a questa la casa (se pure di proprietà del marito), è anche vero che raramente gli uomini lavorano in casa (come invece fa il marito della lettrice) e sono così presenti nella vita dei figli; sicché non è possibile escludere che l’uomo, dimostrando al giudice la maggiore idoneità ad occuparsi quotidianamente del figlio, riesca ad ottenere la collocazione del minore presso di sé, restando quindi ad abitare col bambino nella propria abitazione (peraltro sembra piuttosto motivato in questo senso e sicuramente farà il possibile in giudizio per ottenere quanto “minacciato”).

Il consiglio per la lettrice è quindi quello di valutare con estrema attenzione la sua posizione prima di prendere la decisione di separarsi, rivolgendosi per la sua difesa ad uno studio esperto nella materia familiare che sappia favorire, soprattutto nell’interesse del bambino, una soluzione conciliativa tra i coniugi.


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2 Commenti

  1. Non si comprende perché l’eventuale richiesta del padre sarebbe una “minaccia”…
    Pregiudizi?

    1. Buongiorno sig. Paolucci,
      il quesito della lettrice è posto nell’articolo in forma sintetica, ma nella specie la donna è stata minacciata dal marito (violento con lei, se pur verbalmente) di non poter stare più col bambino per il solo fatto di volere il divorzio. Quanto ai riferiti pregiudizi, la rimando alla lettura di uno degli articoli nei quali ho espresso la mia personale opinione https://www.laleggepertutti.it/105725_affido-condiviso-bello-se-fosse-vero

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