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Falso allarme: cosa rischia chi turba l’ordine pubblico

6 giugno 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 giugno 2017



Chi annuncia un pericolo inesistente (come la presenza di una bomba) commette un reato: si rischia l’arresto fino a sei mesi.

Il nostro legislatore prevede espressamente il reato di procurato allarme all’articolo 658 del codice penale. In questo modo viene sanzionato colui che, preannunciando un disastro o un pericolo inesistente, generi un falso allarme mettendo in serio rischio l’ordine pubblico. Si pensi al soggetto che, durante una manifestazione o in un luogo affollato, segnali la presenza di una bomba creando il panico tra i presenti. Ecco cosa si rischia in questi casi.

Il reato di procurato allarme

Il reato di «procurato allarme presso l’Autorità» è previsto espressamente dal nostro codice penale, all’art. 628. Si tratta precisamente di un contravvenzione, ossia di un illecito penale sanzionato con le pene dell’arresto e/o dell’ammenda. Attraverso il reato in esame, il legislatore punisce colui che, «annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio».

Viene sanzionata, quindi, la condotta del soggetto che, del tutto immotivatamente, segnali un falso allarme alla pubblica autorità. L’annuncio può avvenire in qualsiasi modo (ad esempio tramite una telefonata, un urlo tra la folla, un gesto eloquente, una pubblicazione su una testata giornalistica e così via). L’oggetto di tale annuncio deve consistere in un fatto inesistente, nonché idoneo a generare un allarme.

Procurato allarme: esempi pratici

Si pensi ad un individuo che, con una telefonata alle autorità di polizia, affermi falsamente che un incendio stia divampando davanti a sé o che nei suoi pressi stia per realizzarsi un pericolo di qualsiasi genere (si pensi al verificarsi di un suicidio, di uno stupro, di una rapina o di un qualsivoglia reato). L’esempio più eclatante è certamente quello del soggetto che, in un luogo pieno di gente (una manifestazione sportiva o culturale, un centro commerciale e così via), preannunci falsamente la realizzazione di un disastro imminente, come l’esplosione di una bomba o un attacco terroristico.

È chiaro che, in questo modo, il falso allarme può dar luogo a situazioni di panico e di caos. Si assiste quindi ad una evidente turbamento dell’ordine pubblico. La pubblica tranquillità (che costituisce il bene primariamente tutelato dal reato in questione) viene pregiudicata da una falsa segnalazione, che crea un pericolo in realtà inesistente.

Non solo: la condotta incriminata va a compromettere il buon andamento e l’efficienza dell’attività della pubblica autorità. Le forze di pubblica sicurezza, in questi casi, sono costrette ad impiegare mezzi e personale in maniera del tutto inutile (anche se, nelle situazioni più gravi, ciò si rivela necessario per contenere le situazioni di panico create dal falso allarme).

Procurato allarme doloso e colposo

Come precedentemente affermato, siamo al cospetto di un reato contravvenzionale. Ciò significa che l’illecito è punibile sia se commesso con dolo sia se commesso con colpa. Con riferimento al reato doloso, esso si configura quando il soggetto, perfettamente consapevole della falsità di quanto stia per dichiarare, allarmi volontariamente la pubblica autorità annunciando un pericolo inesistente. Si pensi ancora a colui che, per scherzo, scateni il panico tra la gente dichiarando di possedere una bomba.

Per quanto riguarda la seconda figura di reato, invece, esso si realizza quando il falso allarme viene dato non intenzionalmente, bensì colposamente. Un esempio chiarirà meglio il concetto: un giornalista segnala su un quotidiano un imminente (falso) attentato ai danni di un personaggio pubblico, senza verificare adeguatamente l’attendibilità della notizia. Se il soggetto aveva la possibilità di attestare la veridicità di quanto affermato e non l’ha fatto, egli ha colposamente procurato un falso allarme e, pertanto, risponderà del reato in questione [1].

Cosa si rischia per il procurato allarme

Chi commette il reato di procurato allarme rischia l’arresto fino a sei mesi e l’irrogazione di un’ammenda da 10 a 516 euro. L’illecito è procedibile d’ufficio (e non a querela di parte). Si tratta inoltre di un reato suscettibile di oblazione discrezionale ai sensi dell’art. 162 bis del codice penale. L’oblazione costituisce una causa di estinzione del reato. In pratica, se il contravventore, nel corso del procedimento penale, paga una determinata somma di denaro, il reato si estingue.

L’oblazione è prevista esclusivamente per le contravvenzioni, che rappresentano reati tendenzialmente connotati da minore gravità rispetto ai delitti. Se la contravvenzione per cui si procede è punita solo con l’ammenda, il pagamento della somma stabilita estingue automaticamente il reato [2].

Se invece (come per il procurato allarme) la contravvenzione è punita alternativamente con l’arresto o con l’ammenda, l’estinzione del reato è discrezionale: in pratica è il giudice che decide, in base alla gravità dei fatti contestati, se accogliere o meno la domanda presentata dal contravventore [3]. La somma da pagare consiste nella metà del massimo dell’ammenda prevista per il reato considerato, oltre alle spese per il procedimento.

Nel caso del procurato allarme, si è visto che l’ammenda massima irrogabile corrisponde a 516 euro. Pertanto, l’autore del reato può chiedere di pagare la somma di 258 euro (oltre alle spese del procedimento) prima dell’apertura del dibattimento o prima del decreto di condanna. Se il giudice reputa i fatti non gravi, ammette il soggetto al beneficio e il reato si estingue con il pagamento della suddetta somma. Viceversa, se il magistrato considera il fatto grave, l’imputato non viene ammesso all’oblazione, ma la domanda potrà essere riproposta sino all’inizio della discussione finale del dibattimento di primo grado.

In ogni caso però, l’oblazione non è ammessa quando permangono conseguenze dannose o pericolose del reato oppure in altri casi previsti dalla legge (ossia in presenza di recidiva reiterata o se si tratta di contravventore abituale o professionale).

note

[1] Cass. sent. n. 19367/2012 del 22.05.2012.

[2] Art. 162 cod. pen.

[3] Art. 162 bis cod. pen.

Autore immagine: Pixabay

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