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Lo sai che? Infortunio sul lavoro: quando non spetta risarcimento

Lo sai che? Pubblicato il 5 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 giugno 2017

Non spetta alcun risarcimento del danno al dipendente che si sia infortunato sul posto di lavoro per non aver rispettato le sue mansioni.

Un dipendente che si fa male sul posto di lavoro per non essersi attenuto alle proprie mansioni ed aver eseguito un’attività esorbitante rispetto a quella che di solito svolge, non può chiedere il risarcimento del danno per l’infortunio occorso in azienda. A chiarirlo è la Cassazione con una recente sentenza [1].

In materia di infortuni sul lavoro la giurisprudenza è sempre stata molto garantista nei confronti dei dipendenti, imponendo al datore di lavoro di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori, anche prevedendo quei rischi non strettamente connessi all’attività tipica o le manovre imprudenti da questi poste in essere. Ma laddove l’attività del lavoratore sia stata del tutto imprevedibile, esorbitando completamente dalle mansioni a questi assegnate, il risarcimento può essere negato.

Secondo la Cassazione, in caso di infortunio sul lavoro, il risarcimento non spetta quando il lavoratore abbia tenuto egli stesso un comportamento anomalo e del tutto imprevedibile. Se la causa dell’incidente non è l’ambiente di lavoro o lo specifico rischio connesso all’attività lavorativa cui il dipendente è preposto, ma la condotta imprudente di quest’ultimo, al datore di lavoro non può essere rimproverato alcunché e, dunque, non può essere neanche condannato a risarcire i danni.

Il risarcimento per infortunio sul lavoro spetta solo quando la ragione del danno sia stata l’occasione di lavoro; al contrario il diritto all’indennizzo viene meno in presenza di un rischio estraneo all’azienda perché generato da una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente all’attività lavorativa [2].

Ciò significa che, in presenza di un rischio che lo stesso lavoratore ha generato con una sua scelta arbitraria, completamente diversa rispetto alla sua attività tipica, e perciò anche imprevedibile, a questi non è dovuto il risarcimento.

Infortunio sul lavoro: quando spetta il risarcimento

Secondo la giurisprudenza, il risarcimento del danno per infortunio sul lavoro spetta nei seguenti casi:

  • rischio proprio della prestazione lavorativa;
  • rischio ambientale ossia riguardante soggetti che, pur non essendo addetti a lavorazioni pericolose, svolgono in modo costante attività lavorativa in connessione ambientale con la lavorazione protetta; questi lavoratori sono esposti allo stesso rischio cui sono esposti gli addetti alla lavorazione protetta;
  • rischio improprio ossia occorso durante un’attività preparatoria o, comunque, strumentale allo svolgimento delle mansioni.

Infortunio sul lavoro: quando non spetta il risarcimento

Al contrario non spetta il risarcimento nei seguenti casi:

  • rischio elettivo: è quello causato dalla condotta del lavoratore, volontaria ed arbitraria, eccezionale, abnorme ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute, ovvero illogica ed estranea alle finalità produttive; diretta a soddisfare un impulso meramente personale del lavoratore; comportante un rischio diverso da quello cui il lavoratore sarebbe assoggettato;
  • rischio extraprofessionale: è quello occorso per motivi che vanno al di fuori dello svolgimento della prestazione lavorativa;
  • rischio generico, ossia occorso indipendentemente dalle condizioni peculiari del lavoro.

note

[1] Cass. sent. n. 13885/17 del 1.06.2017.

[2] Cass. sent. n. 6725/2013.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 19 aprile – 1 giugno 2017, n. 13885

Presidente Nappi – Relatore Nazzicone

Fatti di causa

Viene proposto ricorso, sulla base di due motivi, contro la sentenza della Corte d’appello di Venezia, che ha respinto l’impugnazione avverso la pronuncia, resa dal Tribunale di Treviso, di rigetto della domanda di ammissione allo stato passivo del Fallimento (…) s.p.a., proposta da D.T. con riguardo al risarcimento del danno cd. differenziale da infortunio sul lavoro, occorsogli allorché egli fu incaricato di ricevere i dipendenti di un’impresa appaltatrice di lavori.

Ha ritenuto la corte del merito che il giudice del primo grado abbia fatto corretta applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., e bene valutato le risultanze istruttorie, raggiungendo il condiviso convincimento dell’assenza di qualsiasi prova di un ordine impartito al D. , per il quale egli avesse dovuto tenere il comportamento altamente pericoloso, da cui gli era derivato il danno alla salute lamentato (scavalcamento del parapetto del tetto sovrastante il reparto produttivo aziendale), dal momento che ciò era del tutto estraneo alle sue mansioni ed eccentrico rispetto ad esse.

Resistono con controricorsi la procedura e la B.B.C. Assicurazioni s.p.a..

La sezione Sesta-1, cui la causa era pervenuta, ha rimesso la stessa alla presente sezione semplice.

Il Fallimento (…) s.p.a. ha depositato la memoria di cui all’art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione

– Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione di “legge” (senza altre specificazioni), per avere la sentenza impugnata ritenuto decisiva, al fine di fondare il diritto al risarcimento, la prova dell’esistenza di una direttiva o un ordine del datore di lavoro a tenere la condotta pericolosa predetta, mentre è onere di quest’ultimo provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile.

Con il secondo motivo, proposto ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., lamenta l’omesso esame del fatto consistente nella prevedibilità del comportamento del ricorrente, da cui derivava l’obbligo del datore di porre in essere tutte le cautele necessarie a tutelarne la salute, non trattandosi affatto di comportamento eccentrico.

– I due motivi, da esaminare congiuntamente in quanto intimamente connessi, sono infondati.

Costituisce principio costante, in tema onere della prova negli infortuni sul lavoro, che il lavoratore il quale lamenti di aver subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, ha l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, e il nesso di causalità tra l’uno e l’altro; e solo quando tali circostanze egli abbia provato incombe, al datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno, rimanendo altrimenti quest’ultimo esonerato dall’onere di fornire la prova liberatoria a suo carico (Cass. 20 febbraio 2006, n. 3650).

Quanto al nesso causale, è parimenti consolidato il principio secondo cui il risarcimento non è dovuto, da parte del datore di lavoro, allorché il lavoratore abbia tenuto egli stesso un comportamento anomalo, idoneo ad interromperne il nesso di causalità, in quanto, in tal modo, viene meno la cd. occasione di lavoro, che afferisce ad ogni fatto ricollegabile al rischio specifico connesso all’attività lavorativa cui il soggetto è preposto (v., con riguardo all’indennizzo per infortunio sul lavoro, Cass. 8 luglio 2015, n. 14251; 5 gennaio 2015, n. 6; 28 luglio 2004, n. 14270).

Dunque, il requisito dell’occasione di lavoro viene meno, in presenza di un rischio estraneo e generato da una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente all’attività lavorativa (Cass. 18 marzo 2013, n. 6725; 10 settembre 2009, n. 19496).

In applicazione di tali principi, la corte del merito ha concluso, all’esito della istruttoria espletata e di tutte le risultanze probatorie in atti, che lo scavalcamento del parapetto del tetto sovrastante il reparto produttivo aziendale, con la relativa griglia, fosse estraneo ed eccentrico rispetto alle mansioni del ricorrente, accertate essere quelle di operaio modellista, nonché incaricato della apertura dei cancelli, del sistema di allarme, del controllo di porte e uffici, e che nessun ordine fu impartito di compiere quella azione pericolosa.

Né coglie nel segno il motivo formulato ai sensi del nuovo art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., posto che la sentenza impugnata ha ricostruito approfonditamente i fatti ed esaminato, in particolare, la condotta atipica del D. , e non è censurabile ai sensi di tale norma l’accertamento compiuto dal giudice del merito circa l’estraneità dell’ispezione del tetto dalle mansioni, come dagli ordini ricevuti dal lavoratore; mentre ogni altra questione dedotta nel ricorso attiene al giudizio di fatto, estraneo alla sede di legittimità e riservato ai giudici del merito, i quali hanno, in entrambi i gradi di giudizio, concluso nel senso anzidetto.

– Le spese di lite seguono la soccombenza. Non vi è luogo alla dichiarazione ai sensi del d.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla legge n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, essendo il ricorso esente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite liquidate, a favore di ciascun controricorrente, in Euro 2.900,00 complessive, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfetarie ed agli accessori di legge.


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