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Licenziata per colpa di Facebook

31 ottobre 2011


Licenziata per colpa di Facebook

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 ottobre 2011



Licenziati per colpa di Facebook? Può succedere se si ironizza, in rete, sul proprio posto di lavoro.

E’ capitato a Sara Amlesù, 36 anni, milanese. Il social network più diffuso al mondo le ha rovinato la vita. La giovane aveva lavorato per sette anni in una multinazionale. Ma, dopo aver creato su Facebook il gruppo “Noi poveri sfigati che lavoriamo in Danieli (il nome della ditta, n.d.r.)”, è stata giustamente costretta ad abbandonare l’azienda.

La sua storia ricorda quella Kimberley Swann, la teenager inglese che ha definito noioso il proprio lavoro, scrivendolo sulla propria pagina di Facebook senza immaginare le conseguenze del porprio gesto.

Stessa sorte per Stephanie Bon che così ha commentato su Facebook l’ingresso in Lloyds Banking Group. «Il nuovo ad prende quattromila sterline l’ora, io sette. Mi sembra giusto». La ragazza, 37 anni, è stata licenziata in tronco.

Intanto la lunga memoria della rete non dimentica gli errori di gioventù. La bacheca di Sara Amlesù è ancora visibile: «Se anche tu, come me, ti svegli al mattino pensando… No, anche oggi in Danieli/ Se anche tu, come me, quando conosci un friulano o un genovese non puoi fare a meno di pensare mal comune mezzo gaudio/ Se anche tu, come me, dopo una giornata in Danieli sogni il barettino a Santo Domingo/ Se anche tu, come me, ringrazi la Danieli solo per gli amici/ Sei il benvenuto».

D’altronde la storia è solo l’ultima di una serie sempre più corposa. Secondo uno studio della società di sicurezza Proofpoint, almeno l’8% delle aziende statunitensi con più di 1.000 dipendenti ha licenziato un dipendente per i suoi sfoghi su Facebook o su altri social network.

In Italia, l’orientamento della Cassazione, però, resta abbastanza restrittivo in tema di licenziamento per giustificato motivo soggettivo e giusta causa.

Il giustificato motivo soggettivo viene specificato all’art. 3 della Legge n. 604/1966 e ricorre quando il dipendente incappa in un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali. Esso non preclude il periodo di preavviso.

Al contrario, la giusta causa è quella che non consente la prosecuzione anche provvisoria del rapporto, vale a dire neppure il periodo di preavviso.

Secondo la giurisprudenza, la giusta causa di licenziamento deve essere accertata (in relazione alla qualità e al grado del particolare vincolo di fiducia che quel rapporto comportava) quando la specifica mancanza commessa dal dipendente risulti obiettivamente e soggettivamente idonea a ledere in modo grave, così da farla venir meno, la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente.

Stabilire se episodi come quello accaduto a Sara possano integrare l’una o l’altra fattispecie normativa o se, al contrario, non giustifichino a monte alcun licenziamento è una valutazione che, purtroppo, la legge non può aprioristicamente operare. Spetta sempre alla valutazione del magistrato la decisione: valutazione che molte volte – fin troppe, invero – è sensibile alle debolezze veniali del lavoratore…

di MARIA VALENTINA MITTIGA


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