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Lo sai che? Cartella di pagamento: come contestare interessi e sanzioni

Lo sai che? Pubblicato il 6 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 giugno 2017

Se è poco chiara, la cartella esattoriale è nulla e può essere impugnata laddove non indica il criterio di calcolo delle sanzioni e degli interessi conteggiati dall’Agente della riscossione.

È nulla la cartella esattoriale, notificata dall’Agente della riscossione, se non chiarisce il metodo di calcolo degli interessi e delle sanzioni; in altre parole si può evitare di pagare – previa impugnazione davanti al giudice – la cartella poco chiara perché non consente al contribuente di comprendere come si è arrivati al calcolo dell’importo finale da versare all’erario. È quanto chiarito dalla Commissione Tributaria Regionale di Lecce con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire come contestare interessi e sanzioni della cartella di pagamento.

La parola d’ordine è «trasparenza amministrativa»: in altri termini, se la P.a. agisce in modo corretto e imparziale (e la Costituzione glielo impone) non c’è ragione che nasconda al cittadino le proprie attività e le motivazioni che le sorreggono. E questo vale anche quando si parla di amministrazione finanziaria, ossia di fisco: dal primo all’ultimo gradino della catena, gli atti devono essere chiari e comprensibili dimodoché sia data al contribuente la possibilità di capirne il contenuto e potersi difendere. Non fa eccezione neanche la cartella esattoriale, l’ultimo della sequela di atti che il fisco notifica al contribuente prima di procedere all’esecuzione forzata. Perché se anche è vero che l’interessato ha già ricevuto l’accertamento da parte dell’amministrazione e conosce bene le ragioni del proprio debito, non per questo la cartella deve essere priva di motivazione, a maggior ragione se c’è da capire come si è arrivati a un determinato importo quando la somma originaria da versare era più bassa. È su queste argomentazioni che si fonda il principio secondo cui la cartella di pagamento poco chiara è nulla.

Secondo, infatti, la sentenza in commento, se i criteri di calcolo degli interessi e delle sanzioni, usati dall’agente di riscossione, non sono di facile comprensione il cittadino non può sapere se la somma richiesta sia effettivamente dovuta oppure no. E dunque è legittimato a non pagare. Ma attenzione: non basta dire che la cartella sia incomprensibile per essere sollevati dall’onere; ad affermarlo deve essere un giudice, adito dallo stesso contribuente con un ricorso da presentarsi entro i termini di legge (60 giorni nella generalità dei casi; 30 giorni per le cartelle dovute a multe stradali; 40 giorni per le cartelle dovute a contributi Inps e Inail).

Quando si impugna una cartella di pagamento non possono mai essere messi in discussione i vizi propri dell’atto prodromico, ossia dell’accertamento. Se, ad esempio, il bollo auto è stato conteggiato in modo errato o l’accertamento per omesso versamento Irpef non è corretto, il contribuente ha l’obbligo di impugnare il primo atto che gli viene notificato dall’amministrazione; non può invece far scadere i termini e poi decidere di agire solo una volta ricevuta la cartella perché sarebbe come consentire una riapertura dei termini per il ricorso. Contro la cartella di pagamento possono essere sollevate contestazioni solo per vizi inerenti alla cartella stessa, ossia relativi alle modalità di redazione del documento, alla sua motivazione, alla notifica, all’intervenuto pagamento o prescrizione del credito.

Uno dei vizi tipici della cartella è la mancata indicazione dei criteri di calcolo degli interessi. Sul punto si è peraltro espressa già la Cassazione [2] che ha dato una lettura della legge favorevole al contribuente (leggi Cartella di pagamento nulla senza il calcolo degli interessi).

Secondo la sentenza in commento, è “malata” la cartella di pagamento quando manca l’indicazione delle modalità di calcolo degli interessi e dei compensi di riscossione di cui si intima il pagamento. Come ricorda la Suprema Corte, in materia tributaria, l’obbligo di motivazione dell’atto impositivo – teso a permettere all’utente di conoscere la pretesa ed, eventualmente, poterla contestare – non solo esige che gli elementi conoscitivi del caso siano forniti tempestivamente e, dunque, inseriti nel provvedimento, ma anche che a ciò si provveda con un grado di determinatezza ed intelligibilità tale da «consentire un esercizio non difficoltoso del diritto di difesa» [3].

Si segnala infine il precedente del medesimo tenore emesso dalla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte [4] secondo cui è nulla la cartella esattoriale se il contribuente non ha avuto un quadro limpido del tasso degli interessi applicato, né del metodo di calcolo usato dall’agente della riscossione, capitalizzazione semplice o composta e, nel secondo caso, di quale sia il periodo di riferimento.

note

[1] Ctr Lecce, sent. n. 1634 del 3.05.2017.

[2] Cass. sent. n. 9799/17 del 19.04.2017.

[3] Cass. sent. n. 7056/2014.

[4] Ctr Piemonte, sent. n. 92/36/12.


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