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Conto in banca: che succede se firmo io al posto di mio padre?

15 giugno 2017


Conto in banca: che succede se firmo io al posto di mio padre?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 giugno 2017



Per un fido bancario concesso alla mia ditta, ho firmato le condizioni imposte dalla banca. Avrebbe dovuto farlo mio padre in qualità di Amministratore Unico. Cosa posso fare ora?

In questa fase della controversia con la banca, con la notifica di un precetto, a seguito di decreto ingiuntivo esecutivo, non è più possibile controbattere a parte avversaria basandosi sulle circostanze esposte dal lettore, ossia la firma sulle condizioni del contratto posta da un soggetto piuttosto che un altro, in quanto bisognava semmai argomentare tali motivazioni in fase di opposizione a decreto ingiuntivo.

Al fine di rifondere la somma di denaro ingiunta dall’istituto bancario ma con un attimo di respiro, si suggerisce di ricorrere all’istituto giuridico dell’accordo di ristrutturazione del debito.

Il soggetto sovraindebitato, ossia la persona fisica, il piccolo imprenditore, l’imprenditore agricolo e così via, ha a disposizione uno strumento che può portare ad un accordo, tra debitore e creditore, che consente di cancellare i debiti e soddisfare i crediti. La nuova normativa in materia di composizione della crisi da sovraindebitamento [1], offre al debitore, tra gli strumenti per liberarsi dai propri debiti, l’accordo di ristrutturazione. Tale accordo viene predisposto con l’ausilio degli organismi di composizione della crisi, e prevede un piano di rientro mediante il quale il debitore si impegna a pagare regolarmente quanto dovuto. È bene precisare che il sovraindebitato ricorre a questa soluzione solo quando ottiene il consenso di almeno il 60% dei creditori.

La ristrutturazione dei debiti e la, conseguente, soddisfazione dei crediti, possono avvenire attraverso qualsiasi forma: viene attribuita dunque al debitore un’ampia discrezionalità. Nel momento in cui però il patrimonio del sovraindebitato risulti insufficiente a garantire la fattibilità del piano, è possibile l’intervento del terzo sia come aiuto concreto, mediante il conferimento di denaro o beni a copertura dei debiti, che come garante dell’adempimento dell’accordo da parte dell’obbligato.

Come ulteriore garanzia di adempimento, possono essere adottate delle misure di limitazione nei confronti del debitore che riguardano l’utilizzo delle carte di credito, la sottoscrizione di contratti di strumenti di finanziamento e l’accesso del mercato del credito al consumo.

Affinchè la proposta di accordo abbia una validità tra le parti, deve essere depositata, dal debitore, presso il tribunale del luogo in cui ha la residenza. Il giudice investito della questione, oltre a prendere visione della proposta e della documentazione allegata dal richiedente, esamina la relazione dell’organismo di composizione della crisi, riguardante la situazione del sovraindebitato, ed eventuali contestazioni mosse dai creditori. Se la proposta soddisfa i requisiti di legge, il giudice fissa immediatamente l’udienza e dispone la pubblicità dell’accordo. In sede di udienza, dunque, qualora non si ravvisino atti in frode ai creditori, viene stabilito un termine non superiore ai centoventi giorni in cui non possono essere attivate azioni esecutive né sequestri né diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato proposta di accordo, da parte dei creditori.

Pertanto, con l’accordo di ristrutturazione anche la persona letteralmente sommersa dai debiti riesce dunque ad avere un po’ di respiro per sanare la propria situazione e, nella maggioranza dei casi, tornare a vivere serenamente.

Alla luce di quanto esposto, qualora il lettore volesse sanare la sua posizione debitoria attraverso lo strumento del procedimento di composizione della crisi, dovrebbe depositare opportuna domanda presso la sezione di volontaria giurisdizione del tribunale del luogo di residenza. Resta comunque da verificare, per accedere a quanto sopra citato, la non fallibilità della società richiedente, in base ai criteri stabiliti dalla legge fallimentare che statuisce che sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attività commerciale, esclusi gli enti pubblici.

Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

  1. aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;
  2. aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;
  3. avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Rossella Blaiotta

note

[1] L. n. 3 del 27.01.2012 modificata dal d.l. n. 179 del 18.10.2012.

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