Donna e famiglia I diritti della donna incinta

Donna e famiglia Pubblicato il 7 giugno 2017

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La donna incinta ha diritto alla conservazione del posto di lavoro, a permessi retribuiti e a una serie di altre agevolazioni.

Nella mente di una donna che scopre di essere incinta sorgono spesso una serie di interrogativi: potrò mantenere il mio posto di lavoro? Di quali permessi potrò godere? Dopo quanto tempo dal parto dovrò tornare a lavorare?

Con questo articolo andremo ad individuare quali sono i diritti della donna incinta.

Che diritti ha la donna incinta lavoratrice?

Il codice civile [1] stabilisce, innanzitutto, che durante la gravidanza, se le norme di legge o quelle corporative non stabiliscono forme di previdenza o di assistenza, è dovuta in ogni caso alla lavoratrice subordinata la retribuzione o un’indennità sostitutiva per il periodo di assenza.

La donna incinta lavoratrice ha il diritto di conservare il posto di lavoro, e al datore di lavoro è fatto stretto divieto di licenziarla dall’inizio della gestazione a un anno dal parto. Qualora il licenziamento le venga comunque intimato, la donna ha l’obbligo di comunicare il suo stato di gravidanza, e il licenziamento è nullo.

Nel caso in cui vengano rassegnate, le dimissioni devono essere approvate dalla Direzione Provinciale del Lavoro competente, e alla donna incinta spetta comunque l’indennità sostitutiva del preavviso.

I permessi retribuiti

Le lavoratrici gestanti hanno diritto a permessi retribuiti per l’effettuazione di esami prenatali, accertamenti clinici ovvero visite mediche specialistiche, nel caso in cui questi devono essere eseguiti durante l’orario di lavoro. Al fine di poterne fruire, è necessario presentare apposita istanza al datore di lavoro (con moduli che si possono trovare, normalmente, presso l’ufficio del personale), e poi tutta la documentazione giustificativa attestante la data e l’orario di effettuazione degli esami [2]. Il permesso richiesto ha una durata necessaria a coprire il tempo che serve alla gestante per recarsi nello studio medico (o ovunque si svolga la visita), effettuare il controllo o l’esame e poi rientrare al lavoro. Se però l’orario della visita, compreso il tempo necessario per recarsi dal lavoro alla struttura sanitaria e viceversa, coincide con le uniche ore di lavoro della lavoratrice in quella determinata giornata (che, per esempio, è assunta part-time), il permesso si configurerà come assenza per l’intera giornata lavorativa.

È importante ricordare che questi permessi sono retribuiti al cento per cento, e che quindi lo stipendio resterà immutato.

Il congedo di maternità

Le lavoratrici dipendenti del settore pubblico e privato hanno l’obbligo di astenersi dall’attività per un periodo complessivo di cinque mesi: due mesi prima e tre mesi dopo il parto (ma si può scegliere di usufruire del congedo di maternità un mese prima della data presunta del parto e quattro mesi dopo). È data, inoltre, alla gestante la possibilità di anticipare il periodo di astensione prima del parto, purché sia determinato da motivi di salute, comprovati da certificato medico [3].

Una volta trascorso il periodo di astensione obbligatoria, alla madre spetta un congedo facoltativo di 6 mesi, e analoga concessione è prevista per il padre (il periodo massimo di congedo usufruibile da entrambi, però, è di 11 mesi).

Per avere diritto al congedo di maternità è necessario presentare all’ente previdenziale apposita domanda, che può essere richiesta al datore di lavoro oppure all’Inps o alla propria cassa previdenziale (anche sul sito internet, alla voce Modulistica). Alla domanda va allegato il certificato medico di gravidanza rilasciato da un medico del servizio sanitario nazionale o dell’azienda ospedaliera prima del compimento del 7° mese di gravidanza, da cui risulti anche la data presunta del parto. In questo periodo, le lavoratrici dipendenti percepiscono l’ottanta per cento dello stipendio.

Anche le lavoratrici autonome, le lavoratrici iscritte alla Gestione separata dell’Inps e, in alcuni casi, le mamme che hanno interrotto o sospeso l’attività lavorativa hanno diritto al congedo parentale di cinque mesi.

Le lavoratrici iscritte alla Gestione separata dell’Inps, assicurate esclusivamente all’Inps per la maternità, hanno inoltre diritto all’indennità a condizione che abbiano versato almeno tre mensilità di contribuzione nei dodici mesi precedenti l’inizio del periodo di maternità. L’indennità mensile è sempre pari all’ottanta per cento della retribuzione mensile.

Le lavoratrici hanno diritto all’indennità di maternità, ma non sono obbligate ad astenersi (potrebbero pure andare a lavoro…il giorno dopo il parto!).

La tutela della sicurezza e della salute

Tra i diritti delle donne incinte vi è quello di non essere adibite a lavori particolarmente usuranti, che comportino sollevamento di pesi o esposizione a particolari agenti. In questo caso, le gestanti devono eventualmente essere adibite a mansioni inferiori, conservando la relativa retribuzione. Se la futura mamma non può essere spostata, è possibile anticipare l’astensione obbligatoria: la richiesta deve però essere convalidata dal servizio ispettivo del Ministero del Lavoro. È vietato anche adibire le future mamme al lavoro dalle ore ventiquattro alle sei del mattino, dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino. Per tutto questo periodo, il datore di lavoro è tenuto ad assegnare solo turni diurni alla lavoratrice (per non andare contro i normali ritmi umani basati su veglia diurna e riposo notturno) [4].

note

[1] Art. 2110 cod. civ.

[2] Art. 14 D.lgs. n. 151/01.

[3] Art. 16 e ss. D.lgs. 151/01.

[4] Art. 7 e ss. D.lgs. n. 151/01.

Autore immagine: Pixabay.


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