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Professionisti, con quale regime fiscale pago meno tasse?

30 giugno 2017 | Autore:


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Contabilità semplificata, forfettario, minimi: quale regime è il più conveniente?

 

Regime ordinario, forfettario o minimi? Questa è la domanda che si pongono la maggior parte dei professionisti quando iniziano una nuova attività. Allo stato attuale, il dubbio, per chi deve aprire la partita Iva, riguarda la scelta tra i regimi conosciuti ordinario, o meglio il regime della contabilità semplificata ed il regime forfettario, in quanto i nuovi accessi al regime dei minimi sono chiusi dal 2016; può permanere nel regime dei minimi, comunque, chi non ha ancora trascorso 5 anni in tale regime, o chi non ha ancora compiuto 35 anni.

Certamente, alla domanda su quale sia il regime fiscale più conveniente non è possibile dare una risposta assoluta, dato che bisogna valutare numerosi fattori, legati soprattutto all’organizzazione (con o senza dipendenti e collaboratori, ad esempio), alla tipologia di attività esercitata e alle spese da sostenere.

Per operare un confronto, prendiamo dunque un “caso tipo”, relativo a un piccolo professionista al primo anno di attività, con compensi pari a 20.000 euro, contributi previdenziali ridotti e spese limitate.

Contabilità semplificata, forfettario e minimi: quali differenze

Le difformità tra il regime della contabilità semplificata, quello forfettario e quello dei contribuenti minimi sono molto numerose e riguardano molteplici aspetti.

Possiamo così riassumere le principali differenze:

  • col regime forfettario e dei minimi non deve essere addebitata l’Iva in fattura (quindi nessun obbligo di dichiarazione Iva, comunicazioni periodiche etc.; l’Iva sugli acquisti diventa un costo), non si è soggetti all’Irap, all’Irpef e agli studi di settore, non si è obbligati alla tenuta dei libri contabili e si applica un’imposta sostitutiva del 15% o del 5%;
  • col regime forfettario non è possibile dedurre alcuna spesa, eccetto i contributi previdenziali;
  • nel regime dei minimi alcune spese scontano una deduzione forfettaria del 50% e non è possibile superare, nel triennio, 15.000 euro di costi per l’acquisto di beni strumentali (il limite è di 20.000 euro annui per i forfettari);
  • nel regime dei minimi non si possono avere dipendenti o collaboratori; nel regime forfettario sì, ma sino a 5.000 euro di compensi annui.

Per ulteriori approfondimenti, potete leggere la nostra Guida al regime Forfettario e dei nuovi minimi.

Contabilità semplificata, forfettario e minimi: chi paga meno tasse?

Ma passiamo subito a un caso pratico, per capire meglio le differenze tra i tre regimi, calcolando le imposte dovute in sede di dichiarazione annuale (escluse Iva ed addizionali) di tre professionisti, considerando che:

  • il professionista A, in regime di contabilità semplificata, ha un totale di compensi pari a 20.000 euro e ha speso:
    • 500 euro per la partecipazione ad un corso di aggiornamento professionale;
    • 400 euro tra biglietti aerei e taxi per il viaggio, necessario a raggiungere la location del corso;
    • 600 euro tra spese alberghiere e servizi di ristorazione, collegate al corso;
    • 600 euro di spese telefoniche;
    • 400 euro per l’acquisto di un software gestionale;
    • 1000 euro di spese relative al carburante e alla manutenzione del veicolo;
    • 1500 euro a titolo di contributi previdenziali;
  • il professionista B ha le stesse spese e gli stessi compensi, ma si trova nel regime forfettario;
  • il professionista C ha le stesse spese e gli stessi compensi, ma si trova nel regime dei contribuenti minimi.

Qual è il professionista che paga meno imposte e perché?

Professionista in contabilità semplificata: com’è tassato

A fronte di un totale di 20.000 euro di compensi, il professionista in contabilità semplificata può dedurre:

  • 2500 per il corso professionale (interamente deducibili grazie alle modifiche del Jobs act autonomi, sino a 10.000 euro annui);
  • 400 euro per le spese di viaggio (deducibili interamente, secondo le nuove disposizioni del Jobs act autonomi, in quanto inerenti al corso);
  • 600 euro per le spese di vitto e alloggio (anch’esse deducibili interamente, secondo le nuove disposizioni del Jobs act autonomi, in quanto inerenti al corso);
  • (600 *80%) per le spese telefoniche (che sono deducibili all’80%, per i professionisti in contabilità semplificata);
  • 1400 euro per il software gestionale (spesa totalmente inerente quindi deducibile al 100%);
  • (1000*20%) per le spese legate all’utilizzo dell’auto (che sono deducibili al 20%, per i professionisti in contabilità semplificata);
  • 1500 per i contributi previdenziali, integralmente deducibili.

Il professionista ha quindi un reddito imponibile pari a 12.290 euro: l’imposta lorda dovuta (applicando l’aliquota Irpef del 23% è pari a 2826,70 euro.

Dall’imposta lorda va tolta la detrazione per redditi di lavoro autonomo, che si calcola con questa formula:

  • detrazione per reddito di lavoro autonomo: 1.104 × [(55.000 – reddito complessivo) / 50.200].

La detrazione ammonta dunque a 939,27 euro e l’Irpef netta a 1.887,43 euro.

 

Professionista nel regime forfettario: com’è tassato

Più semplice il calcolo della tassazione del professionista soggetto al forfettario: in questo caso, non si può dedurre nulla dal reddito, tranne i contributi previdenziali: il reddito viene però decurtato secondo un coefficiente di redditività, pari, per le attività professionali in genere, al 78%.

Il reddito lordo sarà dunque pari a 15.600 euro, mentre il reddito imponibile, dedotti i contributi previdenziali, a 14.100 euro.

Questo reddito può scontare l’imposta sostitutiva del 15% o del 5%, se si è nei primi 5 anni di attività e si possiedono i requisiti dei contribuenti minimi: nel primo caso l’imposta dovuta sarà pari a 2.115 euro, nel secondo a 705 euro.

Professionista nel regime dei minimi: com’è tassato

Arriviamo infine al regime dei minimi. In questo caso dai compensi bisogna dedurre:

  • 2500 per il corso professionale (interamente deducibili grazie alle modifiche del Jobs act autonomi, sino a 10.000 euro annui);
  • 400 euro per le spese di viaggio (deducibili interamente, secondo le nuove disposizioni del Jobs act autonomi, in quanto inerenti al corso);
  • 600 euro per le spese di vitto e alloggio(anch’esse deducibili interamente, secondo le nuove disposizioni del Jobs act autonomi, in quanto inerenti al corso);
  • (600 *50%) per le spese telefoniche (che sono deducibili al 50%, per i minimi, in quanto considerati costo promiscuo);
  • 1400 euro per il software gestionale (spesa totalmente inerente quindi deducibile al 100%);
  • (1000*50%) per le spese legate all’utilizzo dell’auto (che sono deducibili al 50%, per i minimi);
  • 1500 per i contributi previdenziali, integralmente deducibili.

Dedotti i costi, otteniamo un reddito imponibile 12.800, che sconta un’imposta del 5% pari a 640 euro.

Chi paga di meno, a parità di spese, è dunque il professionista aderente ai minimi (regime che, da una parte, ha il vantaggio della tassazione limitata e dall’altro della deducibilità delle spese: ecco perché lo Stato lo ha “eliminato”); non è grande, ad ogni modo, la differenza col professionista forfettario, considerando però il forfettario agevolato del 5%. Notevole, invece, la differenza col regime della contabilità semplificata.

Tuttavia, questo vale in presenza di spese limitate: quando i costi si fanno più pesanti rispetto ai compensi, il forfettario perde la sua convenienza; bisogna poi considerare le varie limitazioni del forfettario, che consente un’organizzazione molto ridotta, senza contare che i professionisti non possono superare 30.000 euro di compensi annui.

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