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Lo sai che? Infarto causato dal lavoro: l’azienda è responsabile?

Lo sai che? Pubblicato il 8 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 giugno 2017

Superlavoro e stress psicofisico: il datore di lavoro è responsabile per l’infarto al dipendente. Scatta il risarcimento del danno non patrimoniale.

Se il dipendente si ammala e subisce un infarto a causa del lavoro, l’azienda deve risarcirgli i danni non patrimoniali. A dirlo è la Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1]. La pronuncia è particolarmente interessante perché segna il confine tra lo stress di cui è responsabile l’azienda e quello, invece, di cui quest’ultima non può rispondere in quanto ascrivibile al carattere e alla personalità dell’infortunato. Ma procediamo con ordine.

Il datore  è tenuto a garantire la salute psicofisica di tutti i lavoratori, tutelandoli non solo dai rischi dell’ambiente attorno (macchinari pericolosi, prese elettriche, pavimenti scivolosi), ma anche dalle conseguenze che il superlavoro e l’eccesso di stress possono comportare. Stress che, però, non deve essere conseguenza di un’attitudine personale del dipendente stakanovista, ma da scelte organizzative dell’azienda, benché finalizzate a venire incontro alle esigenze della clientela come, ad esempio, il non garantire i riposi giornalieri e settimanali, l’alternanza nei turni serali e negli straordinari, ecc. Qualora, a causa dell’eccessiva usura psicofisica, il lavoratore dovesse riportare problemi fisici gravi, come ad esempio una cardiopatia, gli spetta il risarcimento del danno non patrimoniale. E, nell’ipotesi di decesso, i soldi vanno agli eredi.  La Corte ribadisce il proprio consolidato orientamento secondo cui, in caso di infarto causato dal lavoro, l’azienda è responsabile.

La Cassazione ha già emesso diverse sentenze di condanna per i datori di lavoro in tutti quei casi in cui il dipendente, deceduto per infarto, è stato costretto – anche se non per sollecitazione diretta del proprio capo – a conformare i ritmi di lavoro all’esigenza di smaltire le proprie incombenze, nei tempi richiesti dalla natura e dalla molteplicità degli incarichi affidatigli. È peraltro irrilevante il fatto che l’interessato non si sia mai lamentato così come il fatto che il datore di lavoro non fosse a conoscenza del suo stress (quest’ultimo, infatti, si presume sempre consapevole delle mansioni assegnate e svolte, salvo prova contraria).

Quando la molteplicità degli incarichi, peraltro particolarmente gravosi e usuranti, costringono il dipendente a tenere ritmi di lavoro forsennati per “stare nei tempi”, anche se l’interessato non si è mai lamentato del carico di lavoro a cui è costretto, a rispondere dell’eventuale cardiopatia ischemica è l’azienda che, peraltro, conosce i turni, le condizioni dei lavoratori e le mansioni ad essi assegnate. Laddove il superlavoro sia stato determinato da scelte organizzative interne, che denotano il mancato rispetto dei limiti legali e contrattuali (per come stabiliti dai contratti collettivi nazionali), e non invece da un eccesso di zelo del dipendente, il risarcimento è assicurato.

Quando si parla causa di servizio – quella cioè conseguente a un danno riportato a causa del lavoro – per «atti di servizio» bisogna intendere quelli derivanti dall’adempimento degli obblighi e delle mansioni assegnate dall’azienda. La pubblica amministrazione, in tali casi, riconosce al dipendente un equo indennizzo per la perdita della integrità fisica subìta a causa del servizio medesimo, anche se non dipende da responsabilità dolose o colpose dell’azienda. È sufficiente dimostrare la “derivazione” della malattia dall’ambiente di lavoro insalubre. In particolare, nell’equo indennizzo il bene tutelato non è tanto l’integrità fisica del lavoratore, che è solo l’occasione dell’erogazione, ma la speciale condizione cui quest’ultimo si è trovato, divenendo infermo in ragione del servizio prestato. Spesso la causa di servizio cui si ricollega l’infermità del dipendente si identifica con la stessa esplicazione dell’attività lavorativa o delle attività ad essa connesse, indipendentemente da qualsiasi comportamento colpevole o in malafede del datore.

Più volte la giurisprudenza [2] ha affermato che la responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore discende dal codice civile che impone al datore l’obbligo di garantire, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori [3].

In ogni caso, spetta al lavoratore – che lamenti di aver subito, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute – dimostrare l’esistenza di tale danno come pure la nocività dell’ambiente o delle condizioni di lavoro, nonché il rapporto di causa-effetto che lega l’uno e l’altro. Se il dipendente dimostra che l’infarto è stato causato dal superlavoro, l’azienda si può difendere provando di aver adottato tutte le cautele necessarie a impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile all’inosservanza di tali obblighi.

note

[1] Cass. sent. n. 14313/17 dell’8.06.2017.

[2] Cass. sent. n. 13956/12, n. 17092/12, n. 18626/13.

[3] Cass. sent. n 6377/2003.


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