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Lo sai che? Interessi illegittimi sul conto corrente, come vincere la causa

Lo sai che? Pubblicato il 9 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 giugno 2017

La banca deve dimostrare il proprio credito producendo tutti gli estratti conto e non solo quelli degli ultimi dieci anni.

Se la banca ti ha addebitato sul conto corrente degli interessi superiori rispetto al dovuto, e questo risulta dai documenti in tuo possesso, puoi iniziare la causa per ottenere lo sgravio delle somme di cui l’istituto di credito ti chiede il pagamento. Lo puoi fare opponendoti al decreto ingiuntivo che hai ricevuto dalla banca (il termine per agire è di 40 giorni dalla notifica) oppure iniziando tu stesso la causa. A questo punto, per potersi difendere, la banca dovrà depositare, davanti al giudice, tutti gli estratti conto a partire dall’apertura del rapporto di c/c. Non solo, quindi, quelli degli ultimi dieci anni, come potrebbe pensarsi per via del fatto che la legge obbliga alla conservazione delle scritture contabili per non oltre un decennio; difatti, una cosa è l’onere di conservazione della documentazione contabile, un’altra quello di prova del proprio credito. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente ordinanza che finisce per essere un vero e proprio vademecum su come vincere la causa per interessi illegittimi sul conto corrente.

Capita spesso che le banche addebitino interessi superiori al tasso legale, che li calcolino non già solo sul capitale da versare, ma sul capitale sommato agli interessi scaduti e non corrisposti (cosiddetto anatocismo); potrebbe infine capitare che vengano addebitate sul conto delle commissioni non concordate o, comunque, non dovute. Così, in questi casi, il correntista può rivolgersi al giudice per ottenere lo scorporo di tali somme dal proprio debito complessivo.

Una volta che il tribunale ha accertato l’invalidità della clausola sulla base della quale sono stati determinati gli interessi passivi sul c/c, procederà alla ricostruzione del saldo finale in funzione dei movimenti eseguiti dal correntista e del tasso legale. Per effettuare tale operazione è necessario che il giudice (o meglio, il suo consulente tecnico, cosiddetto ctu), abbia tutti gli estratti conto, a partire dall’apertura del rapporto sino alla fine, in modo tale da riconsiderare tutte le poste in dare e in avere. Ebbene, l’onere di documentare tutte le movimentazioni spetta alla banca e non al cliente; non è quest’ultimo, prima di iniziare il giudizio per ottenere il ricalcolo degli interessi, a procurarsi i tabulati con gli estratti conto, ma è la banca a doverli produrre. E, se non lo fa, il correntista vince la causa.

Sul punto, peraltro, è molto interessante la recente decisione dell’Abf di Milano che ha escluso la possibilità, per l’istituto di credito, di pretendere dal proprio cliente rimborsi spese esagerati per consegnargli la documentazione con tutti gli estratti c/c: il prezzo finale (che non può comunque superare 20 euro) deve essere calcolato su tutto il documento e non sui singoli fogli stampati (leggi Quanto costa la copia di estratti conto e contratti con la banca?).

Dal solo saldo finale – specifica la Cassazione nella pronuncia in commento – non è possibile risalire alla presenza di un credito o di un debito; infatti tale indicazione non consente di determinare quali addebiti, nell’ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi. Del resto proprio tale saldo costituisce il risultato di precedenti capitalizzazioni di interessi, ossia è l’effetto dei comportamenti illegittimi della banca che devono essere “sterilizzati” dal giudice.

Se la banca non produce gli estratti conto dall’inizio del rapporto il giudice è autorizzato che l’illegittima contabilizzazione degli interessi sia avvenuta sin dall’origine e, pertanto, potrà provvedere allo scorporo delle somme anche per i periodi le cui movimentazioni non siano documentate. In altre parole, produrre tutta la documentazione è un onere che serve all’Istituto di credito per vincere le affermazioni del proprio cliente e per provare il contrario rispetto a quanto da questi dimostrato.

E se il correntista non ha mai contestato gli estratti conto ricevuti, con cadenza periodica – e come legge vuole -, dalla propria banca? La normativa, sappiamo, dà al cliente 60 giorni di tempo per impugnare eventuali errori negli estratti conto. Ma ciò, ai fini della contestazione del calcolo degli interessi e delle commissioni illegittime, non rileva. Sul punto la Cassazione ribadisce il proprio consolidato orientamento secondo cui l’approvazione, anche tacita, degli estratti c/c non implica l’accettazione di addebiti illegittimi, avendo essa solo la funzione di certificare la verità storica dei dati riportati nel conto, con la conseguenza che la mancata contestazione riguarda esclusivamente gli accrediti ed addebiti considerati nella loro realtà ed entità (ad esempio un addebito non dovuto o un accredito inferiore rispetto a quanto consegnato allo sportellista).

note

[1] Cass. ord. n. 13258/17 del 25.05.2017.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere

Dott. MARULLI Marco – Consigliere

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6424/2016 proposto da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrenti – contro

(OMISSIS) S.R.L. con socio unico – C.F. (OMISSIS) quale mandataria della (OMISSIS) S.p.A. in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS) S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 859/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 06/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata dell’11/04/2017 dal Consigliere Dott. MASSIMO FALABELLA;

dato atto che il Collegio ha autorizzato la redazione del provvedimento in forma semplificata, giusta decreto 14 settembre 2016, n.136/2016 del Primo Presidente.

Si rileva quanto segue.

FATTI DI CAUSA

1.- (OMISSIS) s.p.a. richiedeva ed otteneva un decreto ingiuntivo nei confronti di (OMISSIS) s.r.l., nella qualita’ di obbligata principale, nonche’ nei confronti di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), nonche’ di (OMISSIS), nella qualita’ di fideiussori, per l’importo complessivo di Lire 939.173.137, quale saldo debitore di alcuni conti correnti intrattenuti dalla predetta societa’ con l’istituto di credito.

Il decreto ingiuntivo era opposto dagli intimati, i quali, per quanto qui ancora rileva, eccepivano la nullita’ della pattuizione relativa agli interessi e alla capitalizzazione trimestrale degli stessi, la nullita’ della disposizione che programmava la commissione di massimo scoperto, nonche’ l’incompletezza della documentazione prodotta dalla banca, siccome non comprensiva degli estratti conto relativi ai primi anni dei rapporti in contestazione.

Il Tribunale revocava il decreto ingiuntivo, accertava la nullita’ della pattuizione delle clausole aventi ad oggetto la capitalizzazione e la commissione di massimo scoperto e condannava – gli opponenti al pagamento della somma di Euro 421.695,11, oltre interessi.

2.- Interposto gravame, la Corte di appello di Roma, con sentenza pubblicata il 6 febbraio 2015, accoglieva parzialmente l’impugnazione e rideterminava la somma dovuta dagli appellanti in Euro 251.974,87, oltre interessi. La Corte di merito – giova qui ricordare – ha escluso che dovesse farsi luogo all’azzeramento dei saldi riprodotti nei primi estratti conto (relativi all’anno 1993) e ha inoltre osservato che gli appellanti, a fronte della pattuizione scritta della misura degli interessi, si erano limitati a contestazioni generiche circa la variazione dei relativi tassi.

3.- Contro tale pronuncia ricorrono per cassazione (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), nonche’ (OMISSIS), i quali fanno valere tre motivi di impugnazione. Resiste con controricorso (OMISSIS) s.p.a., gia’ (OMISSIS) s.p.a., rappresentata in giudizio dalla procuratrice (OMISSIS) s.r.l.. Il ricorso e’ stato notificato anche a (OMISSIS) s.p.a. che, tuttavia, non ha svolto difese in questa fase di legittimita’. I ricorrenti hanno depositato memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Il ricorso e’ anzitutto ammissibile. Salvo quanto sara’ evidenziato con riferimento al terzo motivo, esso presenta, infatti, le connotazioni di specificita’, copletezza e riferibilita’ alla decisione impugnata.

  1. – Con il primo motivo e’ denunciata nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 132 c.p.c., n. 2, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4. Rilevano i ricorrenti di aver convenuto in appello sia (OMISSIS), incorporante per fusione (OMISSIS) s.p.a., gia’ (OMISSIS), che (OMISSIS), incorporante (OMISSIS), cessionaria del credito controverso. Rilevano che la Corte di appello aveva pero’ reso pronuncia nei soli confronti di (OMISSIS), mentre (OMISSIS) non risultava affatto indicata nella sentenza. Sottolineano gli istanti che, nondimeno, i due istituti bancari costituivano parti distinte ed autonome del processo.

La censura va disattesa.

Vero e’ che l’intestazione della sentenza impugnata non menziona (OMISSIS) s.p.a., che non e’ inoltre specificamente nominata nel corpo della decisione, nemmeno ai fini della declaratoria di contumacia della stessa. Tuttavia, la mancata indicazione della parte contumace nell’epigrafe della sentenza, al pari della mancata dichiarazione di contumacia della stessa, non incide sulla regolarita’ del contraddittorio e non comporta, quindi, alcuna nullita’, ove risulti che la parte sia stata regolarmente citata in giudizio – evenienza, questa, nella specie assolutamente pacifica – configurandosi al riguardo un mero errore materiale, emendabile con il procedimento di cui all’articolo 287 c.p.c. (Cass. 9 ottobre 2013, n. 22918; Cass. 28 maggio 2003, n. 8545).

2.- Il secondo motivo prospetta la violazione e falsa applicazione degli articoli 2697, 1832 e 1827 c.c., articoli 115 e 116 c.p.c.. La sentenza e’ sottoposta la censura nella parte in cui ha affermato che se il credito esistente in un dato periodo, successivo all’inizio dei rapporti bancari, puo’ essere ricostruito con prove diverse dagli estratti conto, “esso non puo’ ritenersi pari a zero”; la doglianza investe, inoltre, la valorizzazione, da parte del giudice distrettuale, della circostanza per cui gli estratti conto non erano stati “tempestivamente contestati all’atto del loro invio al correntista”; e’ inoltre avversato l’argomento, pure speso dalla Corte di merito, secondo cui sarebbe risultato “del tutto ipotetico che medio tempore, cioe’ dall’inizio dei rapporti bancari in esame e sino al 1993, siano state applicate clausole invalide”. Sul punto i ricorrenti richiamano la giurisprudenza di questa S.C. sull’onere probatorio in tema di rapporti di conto corrente.

Il motivo e’ fondato.

Va premesso che l’approvazione degli estratti conto non implica l’insussistenza di addebiti illegittimi da parte della banca. Come e’ noto, infatti, l’approvazione tacita dell’estratto di conto corrente non si estende alla validita’ ed efficacia dei rapporti obbligatori sottostanti, ma ha la funzione di certificare la verita’ storica dei dati riportati nel conto (Cass. 14 febbraio 2011, n. 3574); la mancata contestazione dell’estratto conto e la connessa implicita approvazione delle operazioni in esso annotate riguardano, dunque, solo gli accrediti e gli addebiti considerati nella loro realta’ effettuale (Cass. 26 maggio 2011, n. 11626).

Cio’ posto, per giurisprudenza costante di questa S.C., nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validita’, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi ultralegali a carico del correntista, la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto; ne’ essa banca puo’ sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perche’ non si puo’ confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito (Cass. 20 aprile 2016, n. 7972; Cass. 18 settembre 2014, n. 19696; Cass. 26 gennaio 2011, n. 1842; Cass. 25 novembre 2010, n. 23974; Cass. 10 maggio 2007, n. 10692). Tale principio vale, ovviamente, anche ove si faccia questione dell’addebito di interessi anatocistici non dovuti. Come e’ stato osservato, negata la validita’ della clausola sulla cui base sono stati calcolati gli interessi, soltanto la produzione degli estratti conto a partire dall’apertura del conto corrente consente, attraverso una integrale ricostruzione del dare e dell’avere con l’applicazione del tasso legale, di determinare il credito della banca, sempre che la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dalla illegittima capitalizzazione: allo stesso risultato, evidentemente, non si puo’ pervenire con la prova del saldo, comprensivo di capitali ed interessi, al momento della chiusura del conto; infatti, tale saldo non solo non consente di conoscere quali addebiti, nell’ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi, ma esso a sua volta discende da una base di computo che e’ il risultato di precedenti capitalizzazioni degli interessi (Cass. 10 maggio 2007, n. 10692 cit., in motivazione). D’altro canto, l’assenza degli estratti conto per il periodo iniziale del rapporto non era astrattamente preclusiva di un’indagine contabile per il periodo successivo, potendo questa attestarsi sulla base di riferimento piu’ sfavorevole per il creditore istante, quale, a titolo esemplificativo, quella di un calcolo che preveda l’inesistenza di un saldo debitore alla data dell’estratto conto iniziale (cosi’ Cass. 26 gennaio 2011, n. 1842 cit., in motivazione).

Ne’ la sentenza impugnata puo’ condividersi laddove afferma che sarebbe del tutto ipotetica (e quindi indimostrata) l’applicazione, nel tempo, di clausole invalide (nella specie: quelle di cui era stata accertata la nullita’). Un tale assunto sovverte infatti l’ordine naturale degli oneri di allegazione e di prova, giacche’ a fronte di una clausola di un determinato contenuto, il fatto modificativo o estintivo che determini la caducazione, totale o parziale della clausola stessa, o comunque la sua sopravvenuta inettitudine a regolamentare il rapporto in conformita’ di quanto in essa prescritto non puo’ essere affermata giudizialmente senza che la parte interessata deduca e dimostri le circostanze rilevanti a tal fine.

  1. – Col terzo motivo i ricorrenti si dolgono della violazione e falsa applicazione dell’articolo 1284 c.c., comma 3, articoli 1346 e 1418 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3. In sintesi gli istanti lamentano che il giudice dell’impugnazione abbia attribuito rilievo al tasso di interesse convenuto contrattualmente, senza considerare che lo stesso era suscettibile di variazioni in rapporto alle “condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza”.

Il motivo e’ privo di autosufficienza e, correlativamente, di decisivita’.

Deve premettersi che gli istanti non hanno alcun interesse a dolersi di una riduzione del tasso iniziale; cio’ che assume rilievo, rispetto alla loro posizione, e’ l’incremento, non la diminuzione del tasso. Ora, nel ricorso non sono indicate le variazioni che avrebbero concretamente inciso, nel tempo, sulla misura del tasso di interesse: in particolare non e’ specificato se siano intervenute modificazioni in aumento rispetto al saggio originario del 21,25%. Ne discende che la censura, incentrata sulla pattuizione dello jus variandi, non e’ comunque idonea a dar conto del vizio denunciato.

In conclusione, vanno respinti il primo e il terzo motivo, mentre deve essere accolto il secondo. La sentenza e’ cassata e la causa deve essere rinviata ad altra sezione della Corte di appello di Roma, la quale dovra’ fare applicazione dei seguenti principi di diritto:

nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validita’, della pattuizione relativa agli interessi a carico del correntista, la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto, ne’ essa banca puo’ sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perche’ non si puo’ confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito;

una volta accertata la pattuizione di interessi non dovuti, il giudice di merito non puo’ ritenere che la disposizione contrattuale non abbia trovato applicazione nel periodo non documentato dagli estratti conto, salvo che la banca non alleghi e non provi il fatto modificativo o estintivo che determini la caducazione, totale o parziale, della disposizione stessa, o comunque la sopravvenuta sua inettitudine a regolamentare il rapporto in conformita’ di quanto in essa prescritto.

Spettera’ alla stessa Corte del rinvio disciplinare la sorte delle spese del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo e rigetta gli altri; cassa la sentenza con riferimento al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Milano anche per le spese.

Immobili. Dopo 90 giorni dalla scadenza sanzione del 30% per chi non paga

Imu-Tasi, cinque anni per i controlli

Alla vigilia della scadenza del 16 giugno, è utile ricordare che i controlli dei Comuni in materia di Imu e Tasi sono regolati da una disciplina comune, recata nell’articolo 1, commi 161 e seguenti, della legge 296/2006. Anzitutto, per i tributi locali non è di norma ammessa l’irrogazione di una sanzione tramite diretta iscrizione a ruolo. Allo scopo, occorre sempre la previa emissione di un atto di accertamento o di contestazione, anche nell’ipotesi di violazione dell’obbligo di pagamento. Nel comma 161 della legge 296, infatti, che costituisce legge speciale, è disposta la notifica di avvisi di accertamento per omessi, parziali o tardivi pagamenti delle imposte.
La scadenza per l’effettuazione dei controlli, posta a pena di decadenza, è il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di commissione della violazione. Le sanzioni applicabili, con riferimento alle violazioni dichiarative, variano dal 50 al 100%, per l’infedeltà della denuncia, e dal 100 al 200%, in caso di omissione. Al riguardo, secondo l’orientamento dominante in giurisprudenza, la violazione si reitera di anno in anno, anche oltre il primo, sino a quando il contribuente non rimedia presentando la denuncia corretta. Ciò comporta che la sanzione per le violazioni dichiarative può essere irrogata per più annualità.
Le violazioni dell’obbligo di pagamento invece sono disciplinate dall’articolo 13 del Dlgs 471/1997. Pertanto, in caso di pagamenti effettuati con ritardi non superiori a 14 giorni, la sanzione sarà pari all’1% per ogni giorno di ritardo. Per ritardi da 15 a 90 giorni, la sanzione è quella del 15 per cento. Dal novantunesimo giorno, la sanzione è quella ordinaria del 30 per cento.
Sotto il profilo della individuazione della tipologia di violazione, si ricorda che nella stragrande maggioranza dei casi l’obbligo dichiarativo non sussiste. Perché con il sistema di interscambio dei dati catastali molte delle informazioni necessarie al Comune sono acquisibili d’ufficio, senza collaborazione del contribuente. Nella generalità dei casi, dunque, la violazione contestabile sarà quella relativa all’obbligo di pagamento.
Così, in caso di irregolare pagamento dell’Imu/Tasi riferito all’acquisto di una unità immobiliare censita, l’unica sanzione irrogabile sarà quella dell’omesso o tardivo pagamento, poiché il contribuente non avrebbe dovuto dichiarare il suddetto acquisto.
Al contrario, in ipotesi di acquisto di un’area edificabile, l’obbligo dichiarativo iniziale sussiste, poiché bisogna indicare il valore di mercato al 1° gennaio dell’anno che non è detto coincida con il prezzo dichiarato nell’atto di trasferimento. In tale eventualità, i controlli potranno sfociare anche nella contestazione di illeciti dichiarativi.
La sanzione per la violazione dell’obbligo di pagamento, inoltre, non si aggiunge mai a quella riferita agli obblighi dichiarativi, qualora l’illecito riscontrato dal comune derivi da questi ultimi. Tornando all’esempio delle aree edificabili, qualora il Comune abbia riscontrato un valore dichiarato inferiore a quello di mercato, l’avviso di accertamento conterrà l’irrogazione della sola sanzione dal 50 al 100% dell’imposta dovuta e non anche quella del 30%, riferita all’omesso pagamento. Questo, per un evidente duplice ordine di ragioni. La prima risiede nella circostanza che, in realtà, l’illecito commesso dal contribuente è solo quello della infedele denuncia che assorbe, per il principio di specialità, quello afferente al versamento dell’imposta. A ciò si aggiunga il chiaro disposto dell’articolo 1, comma 695, legge 147/2013, applicabile alla Iuc nella sua interezza, a mente del quale la sanzione di cui all’articolo 13 del Dlgs 471/1997, si applica solo all’imposta risultante dalla dichiarazione.


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