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Lo sai che? Che fare se scopro che il figlio di mia moglie è di un altro uomo

Lo sai che? Pubblicato il 11 giugno 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 11 giugno 2017

Chi scopre che la propria moglie è rimasta incinta di un altro uomo può esercitare, entro 1 anno dalla scoperta del tradimento, l’azione di disconoscimento della paternità, ma prima deve attendere che il bambino nasca.

 

Se hai scoperto che il figlio di tua moglie è di un altro uomo o che tua moglie è incinta e il bambino non può certamente essere tuo, per non aver, nell’ultimo periodo, avuto rapporti sessuali con lei, hai la possibilità di esercitare l’azione di disconoscimento della paternità. Ma a tal fine è necessario che tu sappia come muoverti, quali sono i diritti che ti riconosce la legge e, soprattutto, i termini per tutelarti, partendo dal fatto che il codice civile assegna un lasso di tempo piuttosto breve per poter procedere con le “vie legali”.

Vediamo quindi più nel dettaglio che fare se scopri che il figlio di tua moglie è di un altro uomo.

 

La prima cosa che deve sapere chi scopre che il figlio non è proprio è, se anche è vero che tutti i bambini nati da una coppia sposata si presumo automaticamente essere figli di quel padre (il marito) e di quella madre (la moglie), la legge consente a ognuno dei genitori di esercitare la cosiddetta azione di disconoscimento della paternità: si tratta di un rimedio volto a contestare la paternità, ossia a smontare questa automatica presunzione e far dichiarare il bambino come figlio di un altro uomo o, comunque, non di quello che è il marito della madre. Tale azione, che può essere intrapresa sia dal marito che dalla moglie o dallo stesso figlio anche se minorenne (leggi Quanto tempo per disconoscere il figlio?), non può che essere esercitata contro il padre: la madre è infatti sempre certa per via del legame fisico che si instaura tra lei e il bambino. In altre parole non è possibile – logicamente e giuridicamente – disconoscere la madre (la quale tutt’al più può chiedere di restare anonima, lasciando il bambino in ospedale).

La seconda cosa che deve sapere chi scopre che il figlio di sua moglie non è il proprio è che, per agire, deve prima attendere che il bambino nasca. Non si può agire con l’azione di disconoscimento della paternità quando ancora la moglie è incinta o se la moglie abortisce.

A questo punto dobbiamo indicare quali sono i termini per l’azione di disconoscimento della paternità. Ma per poter spiegare questo punto c’è necessità di una precisazione preliminare. Come sapere se il figlio è proprio o meno? Sebbene la prova biologica (quella del test del Dna) toglie ogni dubbio in merito alla paternità, il marito può già intuire che il bambino non è il proprio da una serie di circostanze, lasciando poi gli accertamenti medici alla successiva fase davanti al giudice.

Di solito avviene con una confessione della moglie o con la scoperta del tradimento, scoperta che potrebbe mettere in dubbio la paternità tanto al marito quanto alla moglie. L’appartenenza del figlio potrebbe essere messa in forse anche dall’eventuale impotenza di cui sia affetto il marito e dall’incapacità fisica dello stesso di avere figli.

Queste circostanze possono influire sui termini per l’azione di disconoscimento. Infatti, il termine per agire è sempre di 1 anno, che però decorre:

  • in caso di tradimento dal momento della scoperta dell’adulterio della moglie (ci deve essere la certezza della relazione extraconiugale);
  • in caso di impotenza, da quando è venuto a conoscenza della propria malattia;
  • nel caso in cui sia assente dal luogo di nascita del bambino, dal giorno del suo ritorno nel luogo della nascita del figlio o da quello in cui ritorna nella residenza familiare (il termine decorre dal ritorno anche se ha avuto conoscenza della nascita in un momento precedente).

La quarta cosa importante da sapere se si scopre che la moglie è incinta di un’altra persona è la prova da dare nella causa in tribunale, prova che spetta appunto a chi esercita l’azione ossia, nel caso del presente articolo, al padre.

Tale dimostrazione può consistere nel certificato medico dell’impotenza di cui è affetto il padre, sia come incapacità ad avere rapporti sessuali (cosiddetta impotentia coeundi) sia come incapacità di concepire (cosiddetta impotentia generandi). Potrebbe anche consistere nella dimostrazione che i coniugi non hanno coabitato (quindi non hanno convissuto) e che non hanno avuto rapporti sessuali nel periodo del concepimento, deve provare che le vite dei coniugi si svolgevano in modo tale da escludere anche la possibilità di incontri occasionali. Non è invece sufficiente provare che hanno vissuto in luoghi diversi. Allo stesso modo non è sufficiente la sola dichiarazione della madre che il figlio non sarebbe del proprio marito ma di un altro uomo: tale dichiarazione può essere però liberamente valutata dal giudice.

Una volta avviata la causa, il giudice ordinerà il test del Dna, ossia il prelievo del sangue per l’accertamento della paternità. Sarà questa prova, valutata da un consulente tecnico esperto in tale settore, a decidere se davvero il bambino è figlio del marito o meno. Il test del Dna è l’unica prova in grado di dimostrare con certezza che il figlio ha caratteristiche genetiche o gruppo sanguigno incompatibili con il presunto padre. Ad esempio se il marito sostiene che la moglie non ha concepito con lui il figlio, a seguito di adulterio o di impotenza, può produrre le prove genetiche ed ematologiche anche in mancanza della dimostrazione dell’adulterio o dell’impotenza [1].

note

[1] C.Cost. sent. n. 266/06, n. 15088/08 e n. 15089/09, n. 8356/07.

Autore immagine: 123rf com


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