Diritto e Fisco | Editoriale

Gli appunti personali provano i ricavi in nero

12 giugno 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 giugno 2017



Appunti e documenti “non ufficiali” incastrano l’imprenditore o il professionista: possibilità di vincere contro il Fisco solo con prove contrarie forti.

È legittimo l’avviso di accertamento Iva e Irpef su maggiori ricavi non dichiarati emersi dall’analisi degli appunti personali trovati presso l’azienda o l’abitazione dell’imprenditore.

Si tratta della cosiddetta contabilità in nero: appunti extracontabili, bozze, quaderni, agende e ogni altro documento contente dati relativi alla situazione patrimoniale dell’imprenditore/professionista e al risultato economico dell’attività svolta. Essa costituisce un elemento indiziario grave nelle mani del Fisco, a meno che il contribuente non riesca a fornire la prova contraria e dimostrare che di fatto non ci sono redditi in nero da tassare.

È quanto affermato da una recente ordinanza della Cassazione [1] che, in linea con l’orientamento unanime della giurisprudenza [2], ha pronunciato il seguente principio di diritto: «In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la c.d. “contabilità in nero”, costituita da appunti personali ed informazioni dell’imprenditore, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, dovendo ricomprendersi tra le scritture contabili tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore ed il risultato economico dell’attività svolta».

La contabilità in nero” è da ricomprendersi tra le scritture contabili dell’impresa e di conseguenza essa fa prova di quanto vi è scritto nei confronti dell’imprenditore. Al Fisco basta appellarsi alla documentazione trovata in sede di accertamento e spetta quindi al contribuente dare la prova contraria in grado di sovvertirne il responso.

È bene che il contribuente fornisca allora elementi probatori validi e fondati perché, secondo la Cassazione, l’eventuale situazione di incertezza si risolve comunque a favore del Fisco: «le situazioni di dubbio devono essere risolte in senso favorevole all’ufficio» [3].

Dunque non serve che dalla contabilità in nero emerga con precisione quanto l’imprenditore/professionista abbia guadagnato e quanto abbia nascosto al Fisco. E’ sufficiente l’indizio di presunti ricavi in nero e al giudice deve bastare questo, se l’imprenditore non porta in causa prove schiaccianti a proprio favore.

Ciò vuol dire che il contribuente perde la causa se impugna l’avviso di accertamento basato su contabilità in nero rinvenuta presso la propria abitazione ma non offre una prova contraria idonea a dimostrare, con un certo grado di certezza, che quello che presume il Fisco non è vero.

Il giudice investito della controversia, infatti, non può ritenere che la prova indiziaria rappresentata dalla contabilità in nero sia insufficiente in mancanza di altre prove, dovendo necessariamente risolvere le situazioni dubbio in favore dell’erario.

Ne discende, dunque, il grande potere di prova (indiziaria?) di ogni documento contabile riconducibile all’imprenditore o al professionista, senza possibilità di vincere se non con prove contrarie idonee a raggiungere un certo grado di certezza.

Stando così le cose, potrebbe allora affermarsi, in materia di accertamento fiscale, il principio (invertito rispetto al sistema penale): “In dubio pro Aerario”.

note

[1] Cass. ord. n. 13304 del 26.05.2017.

[2] Cass. sentt. n. 27456/2013, n. 25610/2006, n. 24051/2011.

[3] Cass. sent. n. 4080/2015.

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