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Dipendente inidoneo alle mansioni: che succede?

12 Giugno 2017


Dipendente inidoneo alle mansioni: che succede?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Giugno 2017



Ha diritto a opporsi il dipendente sospeso dal lavoro perché il medico aziendale lo ha dichiarato temporaneamente inidoneo alle mansioni?

Qualora il dipendente sia momentaneamente inidoneo a svolgere le mansioni, perché così attestato dal medico aziendale, il datore di lavoro può sospenderlo dal servizio e rifiutarsi di pagargli lo stipendio in attesa che l’inabilità cessi. La giurisprudenza ha più volte spiegato cosa succede se il dipendente è inidoneo alle mansioni, recuperando il bandolo della matassa nel districato groviglio dei diritti e doveri del datore di lavoro. Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono le conseguenze nel caso in cui il medico dell’azienda emetta per un certificato un giudizio di inidoneità (temporanea o definitiva) alle mansioni.

Inidoneità definitiva del dipendente alle mansioni

Immaginiamo un dipendente addetto alla guida di un autocarro che, dopo alcuni anni, subisca un’invalidità per via di una sopravvenuta ernia del disco. Per evitare un aggravamento della malattia, il medico gli sconsiglia vivamente, per il futuro, di guidare più di due ore al giorno mentre le sue mansioni ne prevedono almeno il doppio. Così il dipendente chiede di essere adibito ad altre mansioni. Che succede in questi casi? Come abbiamo spiegato nell’articolo Se il lavoratore non può più svolgere una mansione che succede?, il datore di lavoro deve prima verificare che non vi sia modo di collocare il medesimo lavoratore ad altre mansioni. Se queste, infatti, sono già tutte occupate o se il dipendente malato non ha le qualifiche e le caratteristiche a ciò necessarie, si può procedere al suo licenziamento.

Inidoneità temporanea del dipendente alle mansioni

Diverso è il discorso se il medico aziendale emette, a carico del dipendente, un giudizio di inidoneità temporanea alle mansioni, che escluda però la possibilità di licenziamento essendo la patologia transitoria. In questo caso il datore di lavoro ha l’obbligo di sospendere, seppur momentaneamente, il dipendente dalle mansioni a cui è addetto. Ciò perché il codice civile [1] impone all’azienda di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psicofisica dei dipendenti. Se, pertanto, pur venuto a conoscenza della malattia di cui è affetto il lavoratore, il datore gli fa comunque svolgere le stesse mansioni, sarebbe responsabile di un eventuale aggravamento o compromissione della sua salute [2].

Più problematica, però, è in questo caso la questione attinente alla retribuzione: che fine fa lo stipendio del dipendente inidoneo alle mansioni durante la sospensione dall’attività? Se, infatti, nel caso precedente di «inidoneità fisica definitiva» il lavoratore è posto dinanzi a una alternativa secca (o prosegue ugualmente l’attività seppur con altre mansioni, e quindi continua a percepire lo stipendio, oppure viene licenziato), in questa ipotesi invece siamo in presenza di un semplice periodo di stand by durante il quale, però, non viene prestata attività lavorativa. Ebbene, fermo restando che il contratto collettivo potrebbe disciplinare in modo differente la fattispecie, secondo la giurisprudenza [3], nel caso di accertata inidoneità temporanea alle mansioni, se le prestazioni lavorative sono vietate dal certificato del medico competente, il datore di lavoro da un lato è tenuto a sospendere il dipendente dal lavoro, dall’altro lato però non è obbligato a pagargli lo stipendio.

E se il dipendente non ci sta? Se questi ritiene di avere comunque la possibilità di svolgere le proprie mansioni e che la sospensione sia nient’altro che un eccesso di zelo del datore o un subdolo tentativo di penalizzarlo? In questi casi il lavoratore può impugnare il certificato del medico aziendale, ossia il suo giudizio di inidoneità, presso la competente commissione della Asl. Mentre si decidono le sorti dell’impugnazione, secondo alcuni giudici [4] il dipendente va comunque pagato, secondo altri invece no.

Secondo il tribunale di Benevento [5], addirittura, l’azienda non può sospendere dal lavoro il dipendente prima che la commissione dell’Asl abbia deciso le sorti dell’impugnazione del giudizio di inidoneità medica; il che significa anche che deve continuare a pagargli lo stipendio.

note

[1] Art. 2087 cod. civ.

[2] Trib. Asti, sent. del 10.11.2006; Cass. sent. n. 15688/2000.

[3] Trib. Verona, sent. n. 6750 del 2.11.2015.

[4] C. App. Torino sent. del 28.06.2001.

[5] Trib. Benevento sent. n. 2028/2008.

Autore immagine: 123rf com

TRIBUNALE DI VERONA

Sezione Lavoro

Il Giudice, dott. Antonio Gesumunno, nella causa di lavoro n. 2968 /2014

promossa da

da

PETROVIC DRAGAN

(Avv. Tirozzi )

Contro

VICENZA TERMINAL SERVICE S.R.L.

(Avv. BALBI FRANCO)

Ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

Il Giudice, a scioglimento della riserva assunta all’udienza 13/10/2015 osserva

quanto segue

Nel corso del procedimento cautelare il ricorrente è stato giudicato nuovamente

idoneo allo svolgimento delle mansioni a lui richieste dalla società resistente e

pertanto è cessata la materia del contendere in ordine alla richiesta di tutela in

via di urgenza.

In mancanza di accordi tra le parti la fondatezza del ricorso deve essere delibata

ai soli fini della regolazione delle spese di lite.

Il ricorrente sostiene che la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione è

illegittima per vari motivi

In primo luogo il ricorrente sostiene di non essere mai stato adibito ad operazioni

accessorie di messa in sicurezza del carico che comportino spostamento o

sollevamento di pesi incompatibili con il suo stato di salute.

La circostanza è stata nettamente smentita dai testimoni, i quali hanno

confermato che il ricorrente ha sempre svolto tali attività come tutti gli altri autisti.

In secondo luogo, il ricorrente sostiene che tali attività sono qualificabili come

facchinaggio e quindi non rientrano nella mansione dell’autista inquadrato nel

livello 3S. Tale argomentazione non è condivisibile. Il divieto di assegnazione ad

operazioni di facchinaggio previsto dal contratto collettivo (art. 28) e invocato

dalla parte ricorrente non riguarda le attività oggetto di contestazione nella

presente causa. Infatti le operazioni di cui il ricorrente sostiene l’inesigibilità

rientrano nella preparazione del mezzo e assicurazione del carico in osservanza

del codice della strada. Tali operazioni devono essere necessariamente poste in

essere dall’autista, responsabile del veicolo affidatogli ai sensi del medesimo

articolo 28 del CCNL. I testimoni hanno confermato che lo spostamento e il

sollevamento di pesi nel corso di tali operazioni è inevitabilmente connesso al

peso e ingombro dei carichi trasportati. I testimoni hanno riferito che la ditta

resistente è specializzata nell’esecuzione di trasporti eccezionali. Il fatto che le

operazioni contestate nel presente procedimento rientrino nelle attività

accessorie richieste agli autisti è poi confermato dal comportamento successivo

del ricorrente. Il lavoratore infatti, una volta nuovamente dichiarato idoneo al

sollevamento dei carichi, ha ripreso a svolgere le operazioni in questione senza

ulteriori contestazioni (cfr. teste Dragan Hadzic).

In terzo luogo, il ricorrente sostiene nel proprio atto introduttivo che il datore di

lavoro avrebbe potuto adibirlo a trasporti che non richiedessero attività

particolarmente pesanti per l’assicurazione del carico (ipotesi specificamente

indicate a pag. 9 del ricorso). La circostanza è stata contestata dalla parte

convenuta. In ogni caso non ha trovato conferma nell’istruttoria il fatto che si

potesse ricavare (per frequenza fissa o comunque prevedibile di determinati

carichi in un certo arco di tempo) un nucleo di prestazioni che rendesse proficua

anche per il datore di lavoro l’utilizzazione di un lavoratore con capacità ridotte.

In quarto luogo il ricorrente ha contestato la legittimità della sospensione dalla

retribuzione, adottata dalla società convenuta ai sensi dell’art. 21 CCNL

Il ricorrente sostiene che la fattispecie in esame non rientra fra i casi disciplinati

dall’art. 21 citato. Ad avviso del ricorrente il datore di lavoro in caso di inidoneità

alla prestazione al massimo avrebbe potuto provvedere al licenziamento per

giustificato motivo oggettivo, sussistendone le condizioni.

Tale argomentazione non è condivisibile. A prescindere dall’applicabilità nel caso

in esame dell’art. 21 sopra citato, secondo i principi generali in materia di

obbligazioni contrattuali si può configurare la mora del creditore soltanto qualora

quest’ultimo rifiuti la prestazione offerta senza un legittimo motivo (art. 1206 c.c.).

Nel caso in questione il datore di lavoro ha legittimamente rifiutato la prestazione

in quanto irricevibile, non potendo essere svolte le prestazioni accessorie vietate

dalle prescrizioni del medico competente e non esistendo la possibilità di una

ricollocazione in altre mansioni meno faticose. Poiché si trattava di inabilità

temporanea, il datore di lavoro ha legittimamente ritenuto di non procedere al

licenziamento e di conservare il posto di lavoro sino alla rimozione delle

limitazioni.

Sulla base delle argomentazioni che precedono il ricorso non era fondato sotto il

profilo del “fumus boni iuris” e quindi, secondo il criterio della soccombenza

virtuale, il lavoratore ricorrente deve essere condannato a rifondere le spese di

lite, liquidate secondo i valori medi dei compensi previsti per procedimento

cautelare di valore indeterminato di complessità bassa (5.535,00). Vi sono

giustificati motivi per disporre la compensazione delle spese nella misura di

metà, tenuto conto della offerta di parte ricorrente, anteriore allo svolgimento

dell’istruttoria, di rinunciare al ricorso cautelare a spese compensate.

P.Q.M.

1)-rigetta il ricorso per intervenuta cessazione della materia del contendere

2)-dichiara compensate le spese di lite, liquidate per l’intero in € 5.535,00 per

compensi oltre Iva Cpa e rimb. forf., e condanna la parte ricorrente a rifondere

alla società resistente la rimanente metà

Si comunichi

Verona,02/11/2015

IL GIUDICE

dott. Antonio Gesumunno


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